venerdì 14 settembre 2012

Chapeau




"Dal Sacro Libro della Verità Vera e Indiscutibile, libro primo (La Costruzione del Mondo 1.0), paragrafo 1:

All'inizio v'era solo uno spazio vuoto denominato Ab qualcosa. In questo spazio vuoto, di color turchese per questioni igieniche, stava seduto Pandoro, dio della grazia mancata di un soffio e delle sei ore lavorative al sabato. Pandoro si annoiava moltissimo, perchè permaneva in uno stato assente da ogni tipo di frizione da sedici lustri e non aveva neppure sotto mano un gheimboi per passare il tempo. Allora fece chiamare all'interfono il dio Gorgo, che soprintendeva allo svuotamento della vasca quando è mezza piena e al latrato del dingo quando avverte un certo appetito e assieme (perchè Gorgo era amico A lui) andarono a svegliare il Dio supremo che non si può rammentare perchè è peccato e perchè porta male anche solo provarci. Il dio supremo, che si chiamava Paganacci Emo, ascoltò le lamentele di Pandoro e Gorgo e decise che l'indomani sul presto (verso le seiemmezzo-sette) avrebbe creato un universo dall'Ab qualcosa. E così fu: per primo creò il colore magenta, per distinguere due parti dell'Ab qualcosa, una turchina che chiamò "giorno" e una magenta appunto che chiamò "peristalsi". Soddisfatto, creò pure due lampade a petrolio dei rispettivi colori, per spiegare la presenza di questi ultimi, scusate la sintassi ma sono un povero pastore illetterato della Cappadocia, ma voi continuate a leggere come se fosse la parola di Dio. Dopo aver creato i lumini creò tutta una serie di altre cose tra cui: gli istituti di vigilanza, il raffreddore comune, quello un po' più molesto e pervicace, i numeri 4, 7 e 903, la parola "sghembo", l'apocope, il colpo apoplettico, tre diversi orbitali e il giovedì. Poi fece un cane gonfio, le oloturie, le lettere A, B e F e dodici diversi gusti di resina di pino. Inventò il getto del peso, la gravità, il senso di colpa e un gioco i carte chiamato "Ridammele". Infine, dopo tutto questo lavoro, creò pure l'uomo. E lo fece a immagine e somiglianza dei due dèi Gorgo e Pandoro: a forma di pandoro fu fatto l'uomo e a forma di gorgo la donna. Qualche tempo dopo si incazzò come un alce per via di una certa questione di birre sparite dal frigo e di bruciature circolari sul divano e cacciò entrambi. Fine.

Dal Sacro Libro della Verità Vera e Indiscutibile, libro terzo (Pèntiti, non pentìti), cap. 8

E così Dio (che aveva nome in Emiliacci Paride) decise che ne aveva avuto abbastanza di questa sit-com ripetitiva e decise di aggiungere qualche personaggio. Così sulla Terra iniziarono a piovere bestie che dio le mandava, ed erano di tutte le fògge e dimensioni. C'era il serpente con un dente solo, il gorilla gradasso, il narvalo di sbieco e la volpe con la coda nella portiera. Poi inizarono a diluviare cimici del radiatore (della punto), orsi bradicardici, corvi di pangrattato e il canguro con l'abs e il chinotto nella borsa. Da ultimo, veramente inviperito, gettò pure il cavallo senza congiuntivo, il majale riciclabile e il sindaco-toro, e pure un paio di incudini così, per spregio. Era il diluvio, ma c'era un uomo pio (il primo che pensa a quel maledetto pulcino giuro morissi gli taglio le gomme della vettura) che si chiamava Bambagiani Loris, che sullo schermo della sala bingo vide il messaggio di dio che NI diceva: bambagiani loris, te sei un uomo pio (stesso discorso di prima), costruisci una barca grossa diversi cubiti e alta non più di due, di modo che io possa salvare la tua gente dal diluvio di bestie maledette. Ma il Loris era anche mezzo orbo, e non afferrò una cippa del discorso di dio sullo schermo della sala bingo, intento com'era a seguire l'estrazione del numero 37, che a lui piaceva molto, e si dimenticò di fare la barca. Ame.

Dal Sacro Libro della Verità Vera e Indiscutibile, libro XICF (La Verità secondo Rutellio)

Era Pelmo, il Figlio di Dio, un uomo alto, biondo e con gli occhi color NSU Prinz. Sua madre si chiamava Attilia e suo padre Gargamello, aveva l'orecchino all'orecchio sinistro e arrotava leggermente la S. Fece i seguenti miracoli: il tacchino sordo, il gioco delle tre carte, il tiradito, la scomparsa di un foglio da evri 500 e la camminata su di una strada un po' in pendenza. Parlò contro i posteggiatori abvsivi nel famoso Discorso alla Municipale.

Dal Sacro Libro della Verità Vera e Indiscutibile, libro XXDE (La Verità secondo Malleolo)

Era Pelmo detto l'ortostatico, per certe sue proprietà fisiche e di transizione. Aveva i capelli biondi e l'orecchino all'orecchio sinistro, ma arrotava un po' la R. Suo padre si chiamava Attilio e sua madre Gargamella. Fece il miracolo del tacchino sordo, quello della carta mancante e più tardi (verso le nove) sparì e comparve al Bar a redarguire quelli che si scolavano i camparini."


Cos'è patetico?

Vi chiederete cosa c'entri con questa lunga introduzione, la più lunga che abbia mai fatto e forse che farò mai.

Sarei andato avanti per ore del resto.

Ma il punto di partenza è la domanda: cos'è patetico? Non vi preoccupate, l'ho presa ariosa, ma ora ci arrivo.

La domanda me la sono posta perchè sovente mi sento dire (o sento dire in giro) la frase "sono stato patetico/a". Spesso la frase accompagna la descrizione di attività vagamente improduttive, come l'aver fatto mille chilometri a piedi per cercare la riconciliazione con una tipa che non vi vuol più vedere, o qualcosa di vergognabile, tipo l'aver pianto in pubblico. Cos'è patetico, quindi mi chiedo? Un uomo che piange in pubblico? Un cane affamato? Un innamorato deluso? Gli ultimi amari giorni di Itle? La squadra del Livorno 2011/2012? Forse. O forse la macedonia senza fragola, la Sacher senza albicocca, un film con Boldi, Vasco Rossi? O ancora una 500 piena di grassoni in salita o una donna isterica che lancia le stoviglie? Non lo so, credo che sia soggettivo. Per me per esempio è patetico solo chi non vuol sapere. Corollario: l'ignoranza non è mai una scusa, non nel 2012, non con tutto questo popò di libri e di conoscenza a buon mercato, non con il metodo scientifico di Popper e Galileo e con i ricercatori al CERN che pubblicano i risultati online.

Ecco, questo è il mio concetto di patetico. Per il resto, fa tutto parte dell'umanità. I grassoni vanno in macchina, la gente piange e gli innamorati fanno delle stupidaggini. Sono cose normali, che succedono. Le troviamo patetiche solo perchè siamo dei gran maleducati. Sarebbe più sano trovarle risibili, quello sì, perchè tendenzialmente il riso non è l'espressione di un sentimento negativo, anche se a volte è fuori luogo. Ma sto divagando, come sempre.

Cercherò quindi di essere più concreto, per una volta.

Da centinaia di anni gli uomini intelligenti cercano di spiegare ai deficienti dov'è che sbagliano. Ovviamente, essendo intelligenti, hanno sviluppato metodi a prova di imbecille, o almeno così pensavano, ma si sono dovuti ritrovare ad aver a che fare con l'ottusità, la gemella cattiva della cretineria. L'ottusità è una mala bestia che, se si accompagna ad una cattiva istruzione, ad uno scarso QI e a una pessima digestione, provoca l'inquisizione spagnola (e chi se l'aspettava?), il processo a Galileo, Itle, le guerre sante e le pubblicazioni della Torre di Guardia. Ah, e i film di Natale, stavo quasi per dimenticarmi di quei film.

Orrendi, davvero, ci vuole del coraggio, io se proprio dovessi essere costretto con le minacce a vedermene uno andrei al cinema con un sacchetto in testa per non farmi riconoscere.

Divago, divago.

Quindi Aristotele, Popper, Galileo, Russell, Bridgman, l'elenco è lungo e non lo completerò mai, si sono dannati l'anima e il corpo per cercare di insegnarci qualcosa e hanno escogitato vari metodi che chiameremo metodi scientifici, di modo che si potesse definire con assoluta certezza che un ragionamento è a prova di bomba e inattaccabile pure dal più gigantesco cretino in malafede che possa esistere. La falsicabilità delle teorie, la logica e tutte le sue implicazioni, l'operazionismo della scienza, il metodo empirico... tutto quello di cui stiamo parlando non sono teorie che possono essere vere o no, ma il motivo per cui alcune teorie sono vere o no, le linee guida che tutti noi dovremmo seguire per stabilire se davanti abbiamo la verità, una verità tangibile e sicura, o soltanto una fola da cialtroni.

Ci state arrivando ora?

E' come la storiella della pietra che tiene lontane le tigri. Io ne ho una, e funziona. Non vedo tigri in giro. Quelli di voi che hanno capito da soli dov'è la falla nel mio ragionamento hanno vinto una bambolina di panpepato. Gli altri invece il mio più colossale disprezzo. Ma, per onor di completezza, mi toccherà aggiungere che il mio ragionamento è fallato perchè non falsificabile. Ovvero: l'assenza di tigri non può essere spiegata dalla presenza del sasso, dato che se mi sbarazzassi dell'ingombrante orpello geologico otterrei lo stesso identico risultato, cioè l'assenza dei famelici felini nei dintorni della mia magione.

Un'altra bella cosa da tenere a mente è che tutti i concetti teorici devono essere legati a operazioni osservabili.

Torniamo al nostro sasso: tralasciamo la falsicabilità, per adesso, e ammettiamo che il sasso allontani VERAMENTE le tigri. Questo tuttavia non basta a far sì che la mia teoria sul sasso-scaccia-tigri sia vera. Devo anche dire COME fa ad ottenere quell'effetto. E devo poter osservare il funzionamento del meccanismo. Che ne so, magari emette delle onde radio che disturbano il felide, oppure la tigre non gradisce il suo odore. Ma non posso dire che il sasso "è magico" oppure che emana degli "antitigrotroni" immisurabili ed inquantificabili. Questa non è scienza, è ciarlataneria. Gli esperimenti devono essere ripetibili da chiunque in qualsiasi condizione, misurabili, comprensibili.

Ora ci siamo un po' più vicini? Bene.

Allora vi chiedo: cosa c'è di diverso tra il sasso che allontana le tigri ed il contenuto del Libro della Verità Vera che ho citato nell'introduzione? E la domanda seguente sarà, cosa c'è di diverso tra il Libro della Verità Vera e tutte le vostre convinzioni, tutti i vostri paradigmi?

Chi ha detto "Niente"? Bene, lei, là in fondo, con lo sguardo da giudeo, ha vinto una bambola di panpepato pure lei.

Consideratela, se vi piace, una velata invettiva contro le religioni, ma tenete a mente che questo discorso vale per ogni aspetto della vostra vita. Spesso scegliamo le cose alle quali credere o non credere sulla scorta di stati emozionali, di lievi fluttuazioni delle gonadi, di superstizioni ancestrali o di simpatie non meglio definite. C'è chi crede nell'oroscopo ma non nell'omeopatia. Chi nell'aromaterapia ma non nella cabala. Chi nella bontà dell'animo umano ma non nella cardiologia. Si tratta sempre di fede, e la fede è nemica della scienza esattamente come il palo è il nemico naturale del buco e la pigriza è nemica del campeggiatore.

Scegliete pure a cosa credere, comunque. Bugie pietose, istrionerie da avanspettacolo, illusioni sulla felicità con la persona che credete vanamente di amare, religioni, medicina alternativa... tutte cialtronerie, ma siete liberi di farlo. Vi troverete probabilmente ad essere (nell'ordine): ingannati dal prossimo, commossi da guitti, irretiti a vita in relazioni insoddisfacenti e fallimentari, imbottiti di tritolo per saltare nei pressi di una moschiesa o di un buddistero o morti perchè avete scelto di curarvi con le preghierine o i cristalli color rabarbaro quella brutta infezione micotica ai polmoni, invece di prendere l'amfotericina-b. Ma d'altro canto è nella natura umana la tara di essere boccaloni e influenzabili, di ignorare le cose che non tornano, di convincersi a bella posta di fatti inspiegabili, di cercare spiegazioni assurde (invece di usare il famoso ed infallibile Rasoio del Sig. Occam, la prima lama solleva il dubbio, la seconda lo taglia, la terza non serve). Se non torna lo faccio tornare o lo ignoro. Un po' come dire: se non funziona forzalo, se si rompe andava cambiato.

Ecco, per rispondere alla domanda che mi ero fatto, e che magari qualcuno di voi mi ha fatto, o che avrà pensato di farmi: questo per me è essere patetici. Ma non prendetela come una cosa personale.

Anche perchè a pensarci bene, c'è una cosa che è ancora più patetica di tutto questo. Non ha a che vedere con la scienza o con le religioni, magari solo un po' con l'irrazionalità delle cose e del comportamento umano.

Infatti, niente è più patetico di un uomo che corre dietro al suo cappello.

giovedì 13 settembre 2012

Il suo nome è Robert Paulson


 

Ancora non mi viene a mente niente.

Sono qui che penso a questo post da giorni, e il mio umorismo da flashback sembra essersene andato al creatore, insieme con la capacità di concentrarmi e di scrivere. Dormo poco e male, quando sono sveglio sono stanco e demotivato. Dovrei farmi di fisostigmina, ma non la vendono così al primo che passa e non m'è ancora venuta in mente una buona idea per farmela prescrivere. Se non dormo studio, dato che di nuovi pallini inutili, di fissazioni da assecondare ne ho anche troppe. Ora chiamo "edema" un gonfiore, so dov'è la succlavia e cosa ruba quando ruba e come si riconosce la Korsakoff.

La Korsakoff, già, in effetti è interessante. La malattia della confabulazione. Quando uno è affetto da Korsakoff soffre di vuoti di memoria. Il suo cervello, incapace di registrare i cambiamenti, tende a spiegarsi le cose che accadono interpretando come meglio può ciò che vede e ricavandone una storia verosimile. Vi trovate in una sala d'aspetto, circondati da vecchi artritici? Crederete di essere un nipotino in visita, un geriatra, o magari un vecchio pure voi. Avete un brutto livido all'occhio e in tv trasmettono un film di Rocky? Racconterete che ve lo siete procurato ad un incontro la sera prima, perchè siete un puglie professionista, e così via. E il bello è che ne sarete pure convinti.

Tutto sommato, di Korsakoff siamo malati un po' tutti. I malati veri la memoria ce l'hanno danneggiata, noi semplicemente la ignoriamo. Ci vogliamo dimenticare le cose, le persone, i fatti. Ci raccontiamo storie per spiegare la nostra situazione, ci diamo risposte basandoci sull'adesso, su ciò che ci circonda, e basta. Confabuliamo. Interpretiamo malamente la realtà, mentendo a noi stessi e credendoci così come un perfetto Korsakoff, per poi sciorinare le nostre confabulazioni al prossimo, che farà finta di crederci, e così via.

E' un manicomio, gente.

In questo paese di ciechi, chi è orbo è un re.

Io confabulo, copiosamente, temo. Ma uno degli effetti positivi della mancanza di concentrazione e dell'insonnia è che paradossalmente, rendendo la mente meno lucida, appanna pure le bugie. E riesce a farti vedere più chiaramente.

Non riesco a studiare e leggere con profitto, figurarsi a scrivere, e allora penso. Ascolto Shostakovich, e penso. La prima cosa a cui penso sono le persone.

Io i rapporti personali non li vivo, non li gestisco. Io li perpetro, come una rapina in banca. Quando le cose vanno bene, di solito finisco col rovinarle. Un analista superficiale potrebbe dire che è perchè non sento di meritarle, e allora faccio in modo che la gente si allontani...Cazzate. Le rovino perchè sono fatto così, perchè è come cercare di far entrare un elefante in una cristalleria, se mi concedete la metafora. Qualcosa si romperà, e allora o vi tenete l'elefante o vi tenete i cristalli.

E quando le cose non vanno bene il mio desiderio è quello di distruggere tutto. Vorrei ficcare una pallottola nella testa di quei maledetti panda che rifiutano di accoppiarsi. Vorrei far naufragare enormi petroliere a largo di Malta per distruggere quello che non vedrò mai. Vorrei, sì, rompere qualcosa di bello. Teppismo emozionale, vandalismo delle relazioni sociali. Un atto più raffinato, me lo concedo, che rigare una vettura.

A volte lo faccio con grande maestria. Con semplicità.

La cosa migliore che ho fatto in vita mia non è stato un atto, ma un'omissione. Una volta ho scelto di non distruggere qualcosa. Non ne vado fiero e non me ne pento. Non so neppure se è una cosa positiva o no. I gesti, e le omissioni anche, vengono sempre interpretati alla stregua delle parole, inutile affannarsi a fare o non fare, dire o non dire, il giudizio di voi stessi o degli altri non c'incastra nulla con ciò che fate o con ciò che dite. Se fosse così vivremmo in un mondo migliore.

Ma non è così.

Pur tuttavia credo fermamente che il teppismo emozionale sia una scelta sana. Sia chiaro: non è autocritica la mia. Non sto rinnegando nulla, non sto cercando di cambiare. Le persone non cambiano. Sto solo dicendo che è un modo come un altro, anzi forse più sano di altri. Qualcuno potrebbe definirlo immaturo. Io lo definisco evoluzionalmente accettabile, e proficuo. Il leone stermina la prole degli altri maschi, quando si accoppia con la femmina. Interi popoli che adesso prosperano lo fanno sulle ceneri di etnìe sterminate senza pietà. Perché mai dovremmo allora considerare l'altruismo e la bontà, specialmente quella falsa, quella stupida ipocrisia sociale, come un qualcosa di utile alla specie? Madre natura se ne frega di voi e dei vostri sensi di colpa, una tigre che sta per sbranarvi non si fermerà a pensare se siete stati onesti o meschini nella vostra vita. Il bene che fate (o il male che non fate) lo fate solo per viltà. Perchè avete paura delle conseguenze, delle ritorsioni. Non siamo nulla di bello, non siamo nulla di meraviglioso o di speciale: di umanità c'è un grande spreco nel mondo. Non cambia mai niente.

Ciò che non posso avere non voglio che lo abbiano altri. Si tratta di gestione delle risorse. Chiedetelo a Napoleone. Vi dirà che in Russia si trovò circondato da campi devastati e città date alle fiamme, senza potersi approvvigionare. I russi lo sapevano bene di non potersi difendere, e allora cosa fecero? Dettero fuoco a Mosca, alla città che avevano più cara. E per cosa? Napoleone era peggiore dello zar? No, anzi. Era così importante fermarlo? Chi lo sa. E chi lo sa perchè si prendono certe decisioni, e chi lo sa perchè a volte odiamo il prossimo.

Bè, non del tutto, io questo per esempio un po' lo so. Perchè è la seconda cosa a cui penso. Alle volte in cui ho avuto ragione.

Quelle in cui ho avuto torto sono molte, magari, ma non così importanti. Un fallimento lascia la delusione, certo. Ma aver avuto inutilmente ragione fa crescere la frustrazione, che è un sentimento molto più interessante. Può portare a rabbia o depressione, può essere un freno o un motore per generare qualcosa di nuovo. La frustrazione è importante, ha un buon sapore. E' ciò che vi spinge a migliorare.

Incidentalmente, vi farà pure odiare tutta quella massa di babbalèi che non vi danno mai retta, che si credono felici, o che vi catalogano come un buffo antisociale.

Ecco.

Noi antisociali non siamo buffi.

Non siamo carini. Non siamo divertenti. Non siamo misantropi tanto per fare in modo che qualcuno si accorga di noi. Non è un gioco delle parti: -Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo. Vengo e mi metto, così, vicino a una finestra, di profilo, in controluce. Voi mi fate "Michele vieni di là con noi, dai" ed io "andate, andate, vi raggiungo dopo". Vengo, ci vediamo là. No, non mi va, non vengo...

Ed è mai possibile che per molti di voi tutto sia senza importanza, che non ci si debba mai chiedere il perchè delle cose, che non si possa mai guardare un po' più a fondo nell'animo umano e nei meccanismi sociali senza attirarsi la taccia di "personaggio un po' matto ma divertente"?

Possibile che la maggioranza di voi non si renda conto del dolore che c'è, dei quali noi siamo in ultima analisi l'unica voce?

Possibile, pare.

Ma anche qui non voglio dilungarmi, perchè sembrerebbe una lamentazione, come prima poteva sembrare autocritica. E lamentazione ed autocritica le lascio per quelli che devono scrivere i discorsi ai vertici del PD.

Solo: non siamo buffi. Levatevelo dalla testa ed iniziate a prenderci sul serio. Oppure noi faremo anche la fine di Cassandra e Laocoonte, ma vi ricordo cos'è successo ai troiani, e allora si vedrà chi riderà più forte.

Et voilà, ecco il prodotto di una mente vagamente disturbata dalla mancanza di riposo. Non c'è male, pensavo peggio. Sconnesso, certo. A tratti pure istrionico e di maniera, ma ha un suo perchè, una sua sfocata, distratta disperazione.

D'altronde non mi sono certo creato io un alter ego perdente per sentirmi meglio.

Sono stato Tyler sempre più a lungo?

Sono andato a letto sempre più tardi?

Devo forse trovare Tyler, in qualche buco di città, sepolto in uno scantinato?

Fabbricare il sapone?

Preparare le esequie di Robert Paulson?

Non lo so: ancora non mi viene a mente niente.

domenica 5 agosto 2012

Love in the time of IUPAC



Oggi sarò come Pipino.
O almeno ci proverò. In ogni caso, sono sempre stato logorroico e concentrato esclusivamente su quello che dico. Per questo mi piace fare grandiosi monologhi senza contraddittorio. Ma oggi si proverà ad essere concisi, per quanto l'argomento presenti oggettive difficoltà.
Tutte le discussioni, tutte le scoperte, tutte le cose che riguardano la dialettica e quindi il pensiero, ivi comprese le relazioni umane, nascono da una domanda.
Come mai le mele cadono dagli alberi? Ed ecco che scopriamo la gravità.
Chi ci ha creati? E ci figuriamo una pletora di divinità: abbiamo inventato le religioni.
Come posso alleviare questa sensazione di solitudine che mi pervade? E si inizia una relazione.
Ora, nel primo caso il metodo scientifico, che vi consiglio di andar a ripassare, ci garantisce che la risposta è corretta. Abbiamo fatto una domanda, vagliato le ipotesi, fatto degli esperimenti e confrontato i risultati. Questo ci ha portato nuove domande, a valanga. Ma il procedimento e i suoi risultati si sono rivelati esatti.
Nel secondo caso abbiamo fatto confusione. Abbiamo formulato un'ipotesi, ma non l'abbiamo verificata. Abbiamo falsificato i dati, ingarbugliato i conti per farli tornare. Abbiamo evitato di comportarci con logica e razionalità, come bambini bizzosi, e  abbiamo deciso che la religione è una cosa diversa dalla scienza e che non può essere dimostrata. Un po' troppo comodo... seguendo questo precedente io potrei stabilire arbitrariamente, allora, che esiste da qualche parte nell'universo o al di fuori di esso una qualsiasi cosa che potrebbe o non potrebbe avere relazione con la nostra vita ma la cui esistenza è per definizione indimostrabile.
Sì, larillallero.
Se funziona davvero così e il metodo scientifico non vi interessa, la prossima volta che vi ammalate perchè non andate a farvi curare da un prete?
Ma andiamo oltre, e arriviamo al terzo caso.
Ecco, qui le cose si fanno più complicate, ma se ne può uscire lo stesso, con un po' di buonsenso.
Io non l'ho mai avuto, ma piano piano si impara.
La risposta alla terza domanda infatti può essere sia giusta che sbagliata, diciamo che ha bisogno di ulteriori controlli e di un atteggiamento che sia il più possibile neutro e imparziale.
Spieghiamoci meglio.
Prendiamola più larga.
Le persone fingono. Tutte. E le persone mentono. Tutte.
Siamo una manica di bugiardi e di ruffiani, questa è la triste verità. Non diciamo mai quello che pensiamo veramente.
-Com'è questo vestitino? -Un amore (Orribile).
-Come stai? -Bene (Come un cane bastonato ).
-Mi sono sposata. -Sono felice per te (Ti auguro che tuo marito ti metta incinta, poi ti faccia le corna con la tua migliore amica, poi ti lasci sola come un cane e tu muoia male e in solitudine.)
E così via.
Da un lato l'omertà sociale ci porta a giustificare quelli che ammettono di evadere le tasse, di essere assenteisti, di frodare il prossimo. Ci fa soprassedere su tradimenti, frodi, menzogne e inganni. Ci fa assentire con garbo quando all'orecchio ci giungono le teorie più stupide e disparate.
No, ma in fondo Berlusconi è un brav'uomo.
No, ma in fondo il tradimento non è così grave.
No, ma in fondo l'omeopatia funziona.
No, ma in fondo magari Dio c'è.
Facciamo schifo, siamo una massa di ipocriti. Facciamo sempre finta, finta di essere in accordo con tutto, perché siamo dei vigliacchi. Abbiamo paura di inimicarci il prossimo: la prerogativa è piacere a tutti i costi, anche a quello di annullare la propria personalità.
Sorridi sempre, sii amichevole, non essere polemico o pedante. Non criticare e non contestare mai nulla e nessuno. Sii la puttanella sociale che tutti vogliono e si aspettano.
Questo ci insegnano sin da bamini. Se hai un'opinione: tienitela per te. Quando poi diventerai ricco e famoso potrai anche esternarla e tutti approveranno, perché sarai potente, ma fino a quel momento uniformati al gregge.
Se non è "beeeeee", non dire altro.
E questo è quello che facciamo con gli altri. C'è anche il rovescio della medaglia: quello che gli altri fanno con noi.
Mentono.
Non dovete mai credere a nessuno.
Le persone vi saranno amichevoli per ottenere da voi dei favori.
Saranno gentili per paura di ricevere una sberla.
E vi faranno le moine per accoppiarsi con voi, nel caso siate attraenti o facoltosi.
Ti piace il cinema russo degli anni 20? Anche io ne vado pazzo.
Di che segno sei, del radiatore? Che combinazione: anch'io.
Adori le corse di paperi in fiamme? Ah, sono la mia passione.
E così via.
Voglio vedere quale sarà la persona (di solito: il maschio) che, col miraggio di un accoppiamento negli occhi, vi rivelerà candidamente: "Che? Di che segno sono? Perchè, te credi a queste cialtronaggini da tardo medioevo?".
Un'uscita del genere vi potrebbe condannare alle seghe a vita.
Bisogna fare attenzione, essere scaltri, saperci fare. E tenere sempre a mente che quando si inizia una relazione si entra in un campo minato, un agone politico nel quale entrambi i contendenti mentono in continuazione e fingono di essere persone diverse da quello che sono.
Mettiamo che incontriate un ragazzo/a.
Un perfetto estraneo, non conoscete i suoi amici o parenti, non conoscete il suo passato, non l'avete mai visto prima.
Cosa sapete di lui? Niente.
Vi potrà raccontare quello che vuole, potrà comportarsi come desidera, e se è abile vi infinocchierà perbenino.
Comprereste un'auto usata da Nixon? No, perchè lo conoscete.
Ma la comprereste da uno che non conoscete affatto e che, per quanto ne sapete, potrebbe essere anche PEGGIORE di Nixon?
E' una situazione pericolosa e critica, e quelli di voi che vogliono cimentarsi in questo delicatissimo sport hanno davanti a sè tre alternative. E io, che sono buono come il panpepato, ve le enuncerò.
La prima: state soli.
Mica muore nessuno a star soli. E si ha un sacco di tempo in più per fare quello che ci piace. Non si deve rendere conto a nessuno di quello che si fa e, cosa assai più importante, non si deve mentire al prossimo, né fingere interesse in attività francamente terrificanti come andare a guardare le vetrine e fare scìopping. Resta il problema dell'accoppiamento, ma se per voi è così fondamentale esistono sempre le "botte e via", mica ci vuole il fisso connubio tutte le volte, eccheccristo.
La seconda: se siete abbastanza abili e dotati, potete imparare le regole del gioco e cercare di vincere. Potete -con un po' di pazienza e di inclinazione- apprendere a manipolare il prossimo, a piacere, a pilotare una relazione dove volete voi. Potete imparare a mentire, scoprire le menzogne, anticipare le crisi, vedere al di là delle falsità. E' una specie di social engeneering applicato al coito. Sembra assurdo, ma vi spaventereste a sapere quante persone adottano questa via e a quante va bene.
Ve lo dico io: lo adottano quasi tutte quelle che non stanno da sole. E riescono a sfangarla esattamente LA META' di loro. Si tratta di un'ottima percentuale: tutto sta nel trovarsi nella metà vincente.
Ma io prefersico ormai la terza via, come la Jugoslavia.
Utilizzare il metodo scientifico.
La prima alternativa che abbiamo affrontato si basa sul rinunciare a dare una risposta alla domanda di partenza: è una posizione agnostica.
La seconda sul truccare i risultati, come con la religione. La Fede nell'Amore imperituro, che anche se non funziona deve funzionare per forza e che se anche non sono innamorato devo esserlo per forza perchè tutti fanno così e io mi sento a disagio e fuori luogo.
La terza, come abbiamo detto, si basa sulla ragione.
E' molto semplice, in effetti:  la sensazione di stupidità che ci fa disegnare cuoricini (in reltà sono chiappe, ma sembrerebbe poco romantico) e che ci fa salmodiare imbecillità melense sulle stelle e sui procioni dipende da elevate concentrazioni di un piccolo e fastidioso ormone che si chiama "ossitocina". Questo ormone viene prodotto durante la gravidanza e il coito ed è indispensabile per l'allattamento, utile nel parto e ha pure la peculiarità (almeno così pare) di rimbambirci e di farci credere che sia una buona idea stare insieme anche dopo l'accoppiamento.
Lo so che sembra un'assurdità, ma è proprio così.
L'ossitocina ha un'emivita di 10 minuti. Possiamo dire che questa è la durata della sensazione di infatuazione. Quando l'ossitocina cala, il cervello  cerca il modo di produrne di nuova, come un drogato di metanfetamine che si chiude nel garage e inizia a farsi le pasticche da solo.
Questo simpatico ormone viene rilasciato allora, oltre che durante la riproduzione, anche nelle situazioni socialmente ed emotivamente appaganti.
Effusioni, bacini con e senza lingua, paroline dolci (molli pucci, cippa lippa, tesoro, amore, Sachertorte e spinterogeno sono le più gettonate), sfioramenti di zone erogene, sguardi ammiccanti, pacche sulla spalla, vincite in sala corse e sguardi invidiosi dei vicini.
Ora qual'è il punto? Il punto è che in questo modo non siamo mai lucidi. E' come condurre un esperimento da sbronzi. Ovvio che i risultati saranno deludenti. Per questo, alla luce di tutto quanto detto finora, vi dico: se volte intraprendere la terza via dovete avere un grande autocontrollo e quello che si suol dire un cuore di pietra.
Evitate di lanciarvi come bangigiampisti senza elastico nel burrone dell'amore e cercate di indugiare almeno un momento sull'orlo per vedere se si scorge il fondo.
Fate esattamente come se doveste verificare una teoria fisica.
Formulate la vostra ipotesi, tirando a indovinare, come insegnava Feynman. Tipo: con quella persona starei bene.
Poi procedete alla verifica. Frequentate quella persona e sondate il terreno. Dall'esperimento usciranno: dati. Né più né meno: è molto semplice. Alcuni saranno positivi, e convalideranno l'ipotesi, altri non significativi, altri ancora negativi e la falsificheranno.
Ora viene il bello. Tali dati sono MOLTO SEMPLICI da interpretare. Il personaggio che avete accanto si è rivelato un bieco egoista? Oppure una sciacquetta da due soldi? Vi ha tradito, vi ha preso in giro? Oppure semplicemente non è come pensavate, perché all'inizio fingeva?
Non c'è problema. Si tira una riga e si fa una nuova ipotesi.
L'esperimento NON è riuscito. Punto. Non è una tragedia.
Una tragedia è, invece, ignorare i dati perchè SI VUOLE a tutti i costi che l'esperimento riesca. Che la teoria sia valida. Che le cose funzionino.
E' come la teoria delle stringhe. Per me non esiste nulla di più bello ed elegante. E' bellissima, armoniosa, mi piacerebbe tanto se l'universo fosse davvero strutturato così. E per ora posso anche crederci, ma se un giorno dovesse arrivare la smentita ufficiale, se un giorno dovessero uscire dati inconfutabili sull'inesattezza di quella teoria, bè... per quanto bella ed elegante sarebbe sbagliata, e se io continuassi a ritenerla valida sarei un povero cretino, né più né meno.
Quindi, tirando le somme, vi consiglio di essere obiettivi e di dedicare il giusto tempo ad ogni esperimento. Perché non ne abbiamo mica così tanto.
Quando troverete il risultato giusto per la vostra equazione, tenetevelo stretto. Perché probabilmente non ce ne saranno molti altri in giro, credetemi.
Ma se il risultato non è giusto, se i risultati non fanno che confermarvi l'inadeguatezza del cialtrone in questione, se non fate che collezionare eventi che vi infastidiscono, vi fanno stare come cani e non vi soddisfano se non molto marginalmente: lasciate perdere. Appallottolate il foglio, gettatelo in un cestino e via. Vi sarà comunque utile per cercare di non ripetere lo stesso sbaglio, cosa anche questa che pare inevitabile per la maggior parte di noi, purtroppo.
Potete credere a quello che ho detto, o no. La scelta è vostra. Vi viene offerta la possibilità di migliorare la vostra vita. Sta a voi afferrarla o continuare a battere la testa sul vetro come i mosconi.
E se la vostra obiezione dev'essere: "con lui (lei) sto male ma lo (la) amo!", ricordatevi delle parole del Mascetti al povero Melandri.
"Queste sono cose secondarie! Senza nessuna importanza!"
E hanno un'emivita di 10 minuti.

venerdì 3 agosto 2012

Wellness, fitness, selfishness


"Dum loquimur, fugerit invida aetas..."

Io ho. Io sono. Io faccio.
Io so.
Questa è la grande critica che m'è mossa. Io sono. Io faccio. Io so.
Ovvero l'essere egocentrico, completamente concentrato su me stesso per quanto riguarda sia quello che faccio che quello che dico. Non appena una calamità sconvolge il globo il mio primo pensiero è: la cosa tange un qualche mio interesse diretto? Se non è così: me ne disinteresso subito. C'è un problema con qualche mio conoscente? Il punto è come la vedo io e come mi sento, degli altri me ne frego. Devo scrivere qualcosa? Parlerò di me.
Sono un mostro, egoista più del Re degli scacchi: io faccio, io so.
Amo, come Lucrezio, guardare i bagnanti affogare. Mi divertono le disgrazie altrui, specie se questo altrui mi sta anche un po' sulle palle. E di solito è sempre per motivi personali. La mia etica è molto semplice: non fare a me eccetera eccetera. Semplice. Efficace.
Io so.
Sono davvero così, alla fine?
Magari sì, ma non lo siamo tutti?
Per lo meno io non mi affanno a dire che non è vero, che penso agli altri, che sono un altruista. Che la sorte del mio fratello mi addolora e che cerco sempre di rispettare le persone. Per lo meno non sono ipocrita. Io questo lo so.
Sono tante le cose che so e che tengo per me, qualcuna potrebbe pure essere utile, ma dubito che la maggioranza di voi ci capirebbe qualcosa. Altre semplicemente non sono interessanti. Per esempio: mi piace molto quel lieve odore di bruciaticcio che si sprigiona dalla tempestiva ossidazione del succo d'ananas.
Questa è una notizia che si può tranquillamente catalogare sotto a: curiosità inutili sull'autore. Se poi un giorno diventerò famoso la inserirò nella mia biografia, ma fino ad allora non interessa a nessuno.
Io so.
Un'altra cosa che so soltanto io è quello che penso della gente. In particolar modo di quella che conosco. In particolar modo di quella che -in un modo o nell'altro- mi ha causato danni.
Vedo passare un uomo che mi ha deriso, anni fa. Oppure qualcuno che mi ha mancato di rispetto. O che mi ha offeso o danneggiato, sentendosi pure più furbo del sottoscritto.
Ed io sto lì in silenzio ad aspettare che una pioggia di fuoco lo incenerisca, e nel frattempo mi prodigo invano perchè le cose gli vadano in merda. Metto ogni studio nel complicargli l'esistenza: vorrei far macumbe con le bamboline voodoo, rigargli la vettura e distruggere le sue relazioni. Guardare in silenzio, dal mio angolo di vantaggio, le rovine fumanti di Cartagine e spargere anche il sale sui poveri resti. Ma sono cose che mi terrò dentro, un abbozzo di Dantes che vorrebbe ma non fa, che gradirebbe prendere a cazzotti nel fegato il marrano che nel '92 gli fregò i soldi della merenda e gridare un poderoso "O BECCOOO!!!" all'indirizzo del bischero che faceva tanto il tracotante, sfoggiando cresta e bargigli nell'illusione d'essere più furbo di lui.
Resteranno, queste, cose che so io.
Come quando ripenso a tutte le persone che mi hanno mentito.
Certo, tutti noi mentiamo. Anch'io l'ho fatto. A volte in maniera innocente, a volte meno, a volte con difficoltà, a volte in maniera spudorata. Ed ho mentito a familiari, amici e ragazze.
Non so se mi hanno mai scoperto, a volte sì a volte no, credo.
Questo vale pure per me. Ci sono persone che mi hanno mentito in continuazione e altre che l'hanno fatto di rado. E qualche volta me ne sono accorto.
E tutte le volte che ho saputo, che i miei sospetti hanno ricevuto conferma, che mi sono reso conto: ho taciuto. E non sto parlando delle centinaia di volte in cui mi sono accorto che mentivate a voi stessi, che è anche peggio. Da buon egoista: parlo di me.
Quindi non rallegratevi nel pensiero che non abbia mai contestato le vostre banali falsità. Non vuol dire che mi abbiate fatto fesso. Magari ho solo fatto finta di credervi, per qualche motivo.
Forse perchè erano bugie innocenti, perchè non volevo discutere per cose di poco conto, perchè non mi riguardavano o perchè magari avevo scoperto la verità con metodi non proprio ortodossi come il ricatto e lo spionaggio, oppure perchè in fin dei conti faceva più male a me ammetterlo che a voi sentirvelo dire.
Ergo, ho fatto finta di nulla, pur sapendo che quella volta, su quella data, su quella persona, su quell'evento: mi avete mentito.
Ma lo so soltanto io, ed è come prima. E' più normale.
E' giusto, è giusto, è giusto.
Che io vada.
Io so.
E non sono diverso da voi in fin dei conti.
J'accuse: voi siete esattamente come me.
Avanti, chi si fida veramente del prossimo alzi la mano... 
Degli altri, diciamoci la verità, non ce ne frega un cazzo nulla. Ai nostri nemici tireremmo volentieri una coltellata, se non ci fosse il codice penale ad impedircelo. Dei sentimenti altrui ce ne sbattiamo allegramente: mica ci riguardano. Ognun per sé e nessuno per tutti. Come se la vita fosse un lunghissimo naufragio, la nave affonda e ci mette anni, e noi passiamo il tempo a rubarci l'un l'altro il salvagente.
Tutti noi siamo dei bastardi egoisti ed egocentrici, e pensiamo soltanto a noi e alla soddisfazione dei nostri capricci.
Certo, c'è anche chi non ha idea di quali siano le proprie necessità, e allora annaspa come una focena sulla battigia, ma che ci volete fare?
Io da parte mia lo so, di essere un bastardo egoista.
Vorrei che tutti quelli che mi stanno sull'anima, a torto o a ragione, morissero male, per usare una citazione.
Vorrei poter cogliere i frutti della mia vendetta, e vorrei potermi vendicare sul serio e non solo sulla carta: essere davvero per una volta il canaglione infallibile che racconto di essere.
Vorrei che tutti quelli che mi hanno mentito ricevessero dal prossimo la stessa moneta, e invece le cose gli vanno sempre bene, più sono meschini e più gli va bene.
E vorrei che le cose andassero sempre bene per me, sempre nel modo in cui voglio io, a prescindere dagli altrui desideri.
Ma soprattutto, vorrei che tutti voi la smetteste di essere superficiali.
Non vorrei più leggere stupide storpiature di Orazio.
Carpe diem, tutti si sciacquano la bocca con questo "carpe diem", credendo sia un invito alla crapula edonista, a fare quello che ci pare senza pensare, a cogliere tutte le occasioni. Mangia tutto, bevi tutto, esagera, scopati tutte quelle che passano, rotolati nel fango del crasso consumismo.
Fate venire l'onco a un povero poeta latino ormai morto.
Ma tutto deve servire da giustificazione, no? I classici latini, la crisi, la cattiveria umana, la brevità della vita, bisogna sempre avere una scusa buona.
Per smettere di farsi domande, di preoccuparsi del futuro e per vivere come i pesci rossi. O come i ricci, che ogni volta che si svegliano dal letargo si scordano cos'hanno fatto prima dell'inverno.
Ecco: io so.
Io so che, per quanto sia difficile, non voglio vivere così. Non voglio rinunciare al mio egoismo, alla cattiveria, alla misantropia. Si affoghino pure gli altri: Spugna sono io, e a Spugna ci penso da me.
Ma lo voglio fare con precisa coscienza.
Essere egocentrici è una cosa seria, e presuppone anche di accettare di star male, di avere sani sensi di colpa e di chiedersi, di tanto in tanto, cos'è che si vuol fare.
Presuppone una cattiveria non cieca, ma capace di grandi vette di comprensione.
Di essere infinitamente gentili con chi è importante e infinitamente cattivi con tutto il resto del mondo. Presuppone di tormentarsi, di farsi domande, di attendere risposte che magari non arriveranno mai.
Il dubbio, le domande, la tensione Wildiana che speriamo che duri, quei pensieri che vi tengono svegli la notte e che dipingono nel vostro volto quell'espressione arcigna, mai allegra, che il Cesare di Shakespeare temeva tanto, sono le cose che vi rendono quello che siete e che giustificano almeno in parte il vostro egoismo agli occhi dell'universo.
Se non ve la sentite, potete scegliere di fare finta, ma sarà meno dignitoso.
Ridere, raccontarvi che state bene, disinteressarvi del prossimo e dell'umano consesso con leggerezza, ed abbracciare la faciloneria. Passare dalla parte di quelle oche giulive che dividono il mondo in persone noiose e in persone divertenti e scelgono di accompagnarsi con quest'ultime. Che importa poi se son vuote e garrule come gavettoni d'idrogeno, tanto vi preoccuperete solo di cose facili: dove andare a mangiare, che scarpe mettervi, quando accoppiarvi. Vivrete una bella vita senza problemi, perpetrandola alla giornata.
Ma sarà anche questa una vita da egoisti.
E capita poi che qualcuno si ritrovi, dopo una vita così, a piangere sul cuscino quando la notte non lo vede nessuno.
Perchè le cosine che avete dentro e vi danno il tormento non vengono da fuori e fuori non torneranno: le nutrirete e cresceranno grandi e forti, anche più di voi.
Ma questo lo saprete soltanto voi, nell'intimità del vostro giaciglio, per gli anni a venire.
E il vostro analista.
E forse lo saprò anch'io.
Perchè io sono, io ho, io faccio. Io so.

venerdì 27 luglio 2012

Survival of the meanest



Luglio sta per finire.
Questo mi fa venire a mente nell'ordine: il famoso console romano che cadde alle idi di marzo, una vecchia canzone estiva, un ristorante ormai chiuso e che nell'emisfero australe è inverno.
Qui no, qui è estate, i prati sono pieni di piccoli rampicanti dai fiori bianchi, le cicale friniscono e i cani vanno in giro con la lingua penzoloni. I turisti zampettano allegri, pur non sciamando come gli anni addietro, con gli olandesi che non rispettano le precedenze, i tedeschi che viaggiano a centallora come se stessero contrattaccando sulla linea Gustav e gli inglesi che si infilano contromano pei viottoli.
Gli italiani, in questa particolare kermesse, si rivelano sempre i peggiori.
Cacofonici, scostanti e presuntuosi, scialbi e superficiali, ineducati e strafottenti.
In altri giorni mi sarei arrabbiato e mi sarei guastato il sangue, sbraitando come una muta di Husky all'indirizzo dei pratesi che parcheggiano nei passi carrabili, dei fiorentini che guastano i pomeriggi al mare, dei milanesi che intasano il traffico procedendo a passo d'uomo come se seguissero un corteo funebre. Mi avrebbero seccato assai tutti questi invasori patentati, che di solito si comportano come se fossero in vacanza e che considerano i luoghi di villeggiatura delle colonie d'oltremare dove tutto è lecito, senza considerare che in queste colonie ci sono persone autoctone che ci vivono tutto l'anno. Provateci voi, ad andare a Firenze o Milano a dieci all'ora in pieno centro, e vedrete cosa succederà.
Ma erano altri giorni, come ho già detto. Ora sono un uomo più mite, ho scoperto Gesoo e porgo l'altra guancia, e faccio come il Melandri: non mi arrabbio più.
Ne ho avuto la prova pochi secondi or sono.
Ve lo narro.
Stavo aspettando l'ora del desinare e giocavo con una certa qual soddisfazione a World of goo per ingannare l'attesa. Avevo appena sbloccato l'asse Z e la terza dimensione e mi accingevo a lanciare piccoli Goo digitali in orbita intorno ad un pianetino verdognolo quando una tromba squillante come quella che fece crollare le mura di Gerico mi ha riscosso dal torpore.
Era un CAMIOS,”guidato da qualche cafone moldavo” ho razzisticamente pensato. Invece boh, non so chi lo guidasse ma aveva ragione a strombazzare il suo disappunto.
Sotto alla mia magione era parcheggiata una motocarrozza a scoppio. Era parcheggiata così: abbandonata senza neppure le canoniche quattro frecce, in mezzo alla carreggiata dell'Aurelia. Contromano. In mezzo alla strada. In prossimità di una curva.
Praticamente, roba da fucilazione immediata senza benda e senza sigaretta.
Intorno alla suddetta vettura il traffico si trombizzava, ovviamente, dato che la presenza dell'ingombro abusivo costringeva gli automobilisti a perniciose quanto azzardate manovre di evasione che interessavano la corsia opposta, in un gioco di schivate e finte degno dei duelli del Barone Rosso.
Ho provato un lieve fastidio e la tentazione di scendere, così, d'amblè, a dirne quattro all'incauta posteggiatrice, ma poi mi sono trattenuto e mi sono limitato a mandare una silenziosa maledizione all'indirizzo del di lei treno di gomme.
Non nascondo che sono rimasto alla finestra per vedere se qualcuno più iroso del sottoscritto avrebbe risolto per farsi una giustizia privata di Bronsoniana memoria, ma non è successo nulla, e la signorina è uscita dal negozio con tutta calma dopo un quarto d'ora buono, ben tranquilla, ed ha ripreso il transito della sua esistenza.
Considerazione: sopravvive il più adatto.
Corollario: il più adatto è colui che manifesta di avere le doti migliori per sopravvivere in una data situazione.
Obiezione: così si entra in un circolo tautologico.
Sempre ragionando con me stesso, che mi ci trovo bene e di solito evito in questo modo discussioni snervanti e capziose o fraintendimenti, ho deliberato che si doveva dare un'adeguata definizione, aggiornata a venerdì pomeriggio del concetto Darwiniano di sopravvivenza del più adatto.
Chi è il più adatto?
Primo esempio: sopravvive il più semplice. D'altronde, in tutti i sistemi, le cose tendono a organizzarsi secondo la configurazione più semplice e col minor dispendio di energia. Perché noi dovremmo essere da meno? Chi ha meno pensieri, quelli che vanno in giro col maglioncino legato in vita e gli occhiali da sole infilati tra i capelli per non far venire la congiuntivite alle mèsce, si incontreranno, si riconosceranno al volo e si riprodurranno e faranno tanti piccoli esserini che assomiglieranno in tutto a babbo. Oppure assomiglieranno a Gimmi, ma tanto anche Gimmi sarà dello stesso calibro del babbo putativo, quindi poco male.
Secondo esempio: sopravvive il più puccioso. Ho preso in prestito il termine dallo slèng di noi giovani. Ad esempio, il fasmide gigante, una simpatica bestiolina innocua e con la passione per il bridge e i film con David Bowie, sta per estinguersi nell'indifferenza generalizzata. Questo perché il fasmide gigante è -a onor del vero- piuttosto ripugnante e non interessa a nessuno. Se avesse avuto il musetto puccioso di un gattino o di un cagnolino probabilmente la Brambilla si sarebbe incatenata alle rocce di qualche isoletta del Pacifico del Sud e noi ci saremmo liberati in un colpo solo del problema del fasmide e della di lei presenza.
Corollario: sopravvive anche quello con il sapore migliore. Quando una razza ha un sapore particolarmente buono la si alleva e se ne preserva in qualche modo la continuità. Questo è il motivo per cui la faraona esiste sempre mentre il dodo no.
Terzo esempio: sopravvive il più stronzo. A volte essere alti non basta. Come ci insegna Dawkins, in un gruppo di rane minacciate da un serpente sopravvivono quelle capaci di salti più adeguati e precisi, dotate di maggior fortuna e che si fanno meno scrupoli a spingere le compagne tra le fauci dell'ofide. Per noi è lo stesso. Di solito un'indole vendicativa e rancorosa è di grande aiuto per la corsa alla sopravvivenza. Ricordare per secoli un'offesa, e tramandarne il ricordo ai posteri, come fanno ad esempio i giapponesi, può funzionare da meccanismo di prevenzione e fare in modo che tale offesa non si ripeta. Facciamo un esempio. Mettiamo che un tal Cencetti mi abbia creato un qualche incomodo, ad esempio parcheggiando l'auto sul mio vialetto, trombandomi la moglie o tentando di avvelenarmi contaminando il mio cibo con elevate concentrazioni di cadmio. In questi casi biasimevoli, non solo l'immediata recisione delle principali arterie del sig. Cencetti gli impedirà nell'immediato di reiterare il suo sconsiderato comportamento (oltre a procurarci -ammettiamolo pure- una certa soddisfazione), ma la perpetuazione dell'odio nei confronti del suo discutibile patrimonio genetico permetterà altresì alla nostra progenie di guardarsi nei secoli a venire da quella stirpe bacata che sono i Cencetti, sempre pronti a qualche malefatta ai nostri danni.
In questo particolare caso, quello della sopravvivenza del più cattivo, c'è da considerare anche il fatto che più la cattiveria si affina più si fa efficace, fino ad arrivare al punto di essere completamente ed incontroveritibilmente sicura e garantita al limone nel suo successo.
Io per esempio ho cercato di tutelarmi in questo senso.
Posto il fatto che non si può pretendere di essere contemporaneamente buoni ed equilibrati, o si rischia di trovarsi a piangere sopra le centrifughe, ho deciso di sviluppare quelle caratteristiche di cui la natura mi ha dotato. Caratteristiche che, come sa chi mi conosce, non riguardano le forza bruta o l'altezza, né la capacità di correre veloce o la possibilità di far sfoggio di una particolare avvenenza.
Certo, ho il mio fascino alla Empri Bogart, ma al giorno d'oggi viene confuso con quello alla Vudi Allen e allora sòn cazzi.
Per questo ho imparato a sparare dritto e sono diventato un discreto tiratore, col tempo, fedele al motto “Da quando hanno inventato la polvere da sparo siamo tutti grossi uguale.” Ma non bastava. Quindi ho appreso qualche rudimento di lotta corpo a corpo, ma per via delle limitazioni appena discusse in fatto di stazza e di ferocia non mi sentivo ancora sicuro. Ho imparato allora a maneggiare una spada, che anche se è demodè non si sa mai.
Ma sono ben lungi dal diventare una pucciosa macchina da guerra. Per questo negli ultimi mesi mi sono impegnato in un nuovo campo di ricerca, che promette molto bene.
La sopravvivenza è una cosa importante, e quindi non starò certo qui a dire a voi, che siete tutti potenziali concorrenti per la mia particolare pozza d'acqua, come intendo arrivare all'abbeverata.
In fin dei conti, ognuno fa quel che può e usa le proprie armi. L'inquisizione spagnola ha dalla sua la sorpresa, la paura, una devozione fanatica per il papa e delle bellissime uniformi rosse. La tigre dai denti a sciabola ha i denti a sciabola. Il topo la capacità di riprodursi a sproposito e senza un minimo di coinvolgimento emotivo. Gli spacconi la loro faccia tosta e l'ingenuità del prossimo. E così via.
Come diceva Ailander: ne rimarrà soltanto uno.
Ma tenete sempre di conto che di solito quello che resta è un infingardo assassino e spregioso, quindi state attenti al prossimo.
Sopravvive il più adatto. Sopravvive il più cattivo.
Una persona cattiva è in grado di portare rancore, come abbiamo detto, per secoli. E di forarvi tutte e quattro le ruote della vettura.
Una persona cattiva come Martin Bormann ve le farà squarciare dalla Gestapo.
Ma una persona veramente cattiva potrebbe convincervi a tagliarvele da soli.


giovedì 26 luglio 2012

Le temps des ronins



“Io non ho mai avuto qualità straordinarie. Effettivamente… ho fatto molta esperienza, perdendo tutte le battaglie in cui mi sono trovato. Perciò è meglio che ti cerchi un altro maestro. Uno che non sia stato sfortunato e modesto come me.”
Kambei Shimada


La condizione del ronin è la peggiore. E' deplorevole per due motivi. Il primo: un samurai che ha perso la fiducia e la stima del suo padrone, tanto da farsi allontanare dal suo seguito, non merita la stima dei suoi pari. Il secondo: un samurai che non si è tolto onorevolmente la vita, seguendo il suo padrone nella morte, non vive secondo le regole del bushido ed è degno di disprezzo.
Il ronin è un individuo pragmatico e idealista al tempo stesso, quindi: privo del fanatismo cieco che portò molti samurai ad immolarsi inutilmente (come sosteneva pure Tsunetomo) ma sempre in possesso di quella dignità e di quell'etica che gli impedisce di servire un altro padrone.
Il ronin sceglie la strada più difficile: la solitudine. Solo tra altri ronin, disprezzato dai samurai e temuto dai contadini.
E' l'onda che vaga senza meta, talvolta seminando terrore, talvolta difendendo i deboli e gli oppressi.
In definitiva, per vederlo con un'ottica occidentale, il ronin sta al samurai un po' come i cavalieri erranti stanno al templare o al cavaliere cortese. I ronin e i cavalieri erranti sono i vinti, gli sconfitti, quelli che non hanno protettori, che non hanno scopi, ideali, ma che vivono la loro vita in una perenne cerca, giorno per giorno, ricordando con nostalgia ciò che fu.
La condizione del ronin è la peggiore.
Io, tra samurai e ronin, preferisco questi ultimi.
Come preferisco i cavalieri erranti.
Nella loro disperazione vedo una preparazione alla sofferenza quasi stoica, una disposizione d'animo più umana. Più coraggiosa, se vogliamo. Un modo di scontare vivendo, parafrasando Ungaretti, le loro colpe o la loro sfortuna.
Kambei Shimada è il simbolo di una generazione di magnifici perdenti. Ha perso tutte le battaglie, non eccelle in nessuna arte: non è un formidabile spadaccino come Kyuzo né un grande arciere come Gorobei, non è appassionato come Kikuchiyo né giovane come Katsushiro. O allegro come Heihachi. E' onesto, mite, generoso e simpatico. Capace di prendere decisioni e sopportarne il peso, decisioni che si rivelano quasi sempre giuste. E' pratico, pragmatico, ma non esita ad imbarcarsi in un'impresa suicida per una ciotola di riso.
Anche se credo che l'abbia fatto perché, in definitiva, non aveva di meglio da fare.
Non vuole discepoli, convinto di non aver molto da insegnare, è un uomo che non appartiene al suo tempo, un tempo fatto di spacconi e violenti, di gente che si stima più del giusto e di bischeri che sopravvalutano il primo che sventola una spada al vento. Un tempo di bricconi egoisti (come i contadini) e di egoisti bricconi (come i briganti). Nel mezzo: i ronin, le onde che vagano, indifferenti all'umana fortuna e geneticamente portati alla sconfitta.
La sconfitta è un concetto interessante in effetti.
De Coubertin, che in questi giorni va forte, fece dell'etica della sconfitta la bandiera dei giochi olimpici.
Charlie Brown una volta si sentì dire che le sconfitte insegnano molto più delle vittorie. Rispose, alterato: “Questo fa di me la persona più colta del mondo!”.
E' vero. Charlie Brown è molto più saggio dei suoi coetanei. Come saggio è Kambei.
Le vittorie rendono supponenti e superficiali, ottenere quello che si desidera con facilità non ci rende forse peggiori, ma neppure ci nobilita l'animo.
Le belle ragazze amano solo divertirsi, si diceva negli anni settanta. Ed è forse falso? Se l'affermazione vi suona sessista, sostituite ragazze con ragazzi e non tediatemi con le vostre fisime, ve ne prego. Non è aria.
Molti penseranno che in effetti esagero, che queste sono solo le parole di un deluso che non riesce ad appartenere alla classe dei vincenti. Allora mi chiedo per quale motivo proviamo una immediata e spontanea simpatia per tutti i perdenti del mondo? Don Chisciotte, Paperino, la nazionale di calcio delle Far Oer, perchè l'etica dell'eterno secondo ci fa muovere ad estemporanea commozione?
Ci rivediamo in loro? Oppure in loro vediamo qualcosa che nei cosiddetti vincenti non c'è e che vorremmo tanto avere, quella nobiltà d'animo che spesso occhi meno allenati confondono con la spocchia che trasuda dai gradassi?
C'è un sottile filo rosso che lega i ronin, Charlie Brown, Paperino e l'ingegnoso hidalgo, passando per i rivoluzionari falliti.
E' una canzone.
Si chiama “Le temps des cerises”. Ascoltatela: è molto bella. E' una canzone popolare francese del diciannovesimo secolo, ed è stata riproposta in più versioni da decine di cantanti.
A me piace quella di Trenet, ma dato che oggi sono in buona vi concedo di ascoltare quella che più vi aggrada.
E' una canzone un po' triste, che parla di quel che succede al tempo delle ciliege, del tempo che passa, dell'amore che non torna e della sconfitta. Parla del dolore e dell'incapacità a rinunciarvi. Se voi avete paura delle tristezze dell'amore, non avvicinatevi alle belle ragazze. Ma io che non ne ho paura, io mai passerò un giorno senza soffrire. Più o meno, una traduzione a braccio e a memoria: il senso è quello.
E' stata scritta da un toppone innamorato, direte voi, ed è giusto: bravi Sherlocks.
Ma è stata scritta in un momento particolare, pochi anni prima della comune di Parigi, ai tempi degli scontri, della rivoluzione, delle battaglie perse e dei bagni di sangue, e ne è diventata immediatamente il simbolo e l'inno. Il parallelismo tra le rivoluzioni fallite e gli amori finiti d'altronde è quasi automatico. E lo stesso Clement, l'autore delle parole, pare l'avesse dedicata ad una ragazza morta negli scontri del 1871, durante la “semaine sanglante”.
Datemi del toppone, non mi offendo, ma trovo tutto questo molto dolce ed adeguato, nella sua semplicità, nella sua coerenza e nella sua storia.
Questa canzone inizia ad essere il nostro fil rouge nel 1871 e finisce di esserlo nel 1992, quando diventa la colonna sonora di un film di animazione tra i più belli che siano mai stati prodotti.
E manco a dirlo, è l'ennesima storia di un rivoluzionario sconfitto e innamorato, di un perdente al cubo, di un ronin comunardo che combatte da solo e senza speranza contro la dittatura e contro sé stesso.
Parlo per chi non lo sapesse di Kurenai no Buta, Porco Rosso.
Se non l'avete visto fatelo o non godrete mai più della mia stima.
Marco Pagott, “Porco Rosso”, è il perdente per antonomasia, lo sconfitto per eccellenza. E' talmente diverso dai suoi contemporanei, dalla gente che lo circonda, da essere un maiale. Un maiale che vola, perché un maiale che non vola è soltanto un maiale. Un maiale rivoltoso, sprezzante dell'autorità costituita e delle consuetudini sociali: “Meglio maiale che fascista”.
Un maiale che non si decide mai a scegliere, che rimanda le decisioni anche più personali e intime e poltrisce bevendo vino, che non è interessato a quello che fanno intorno a lui.
Ama, forse, riamato pure. Ma anche questo sembra non avere molta presa sul suo carattere: ama senza ambizione, questo è certo. E perde tutto, continuamente, con una leggerezza ed una grazia del tutto particolari ed ammirevoli, pur battendosi fino in fondo per ciò che crede e, una volta sul punto di ottener la vittoria: rinunciarvi.
Ed alla fine lo invidiamo pure un po'. E ci piace.
Pur essendo un porco, pur essendo squattrinato e fallito: ci piace.
Perché ci piace la sua etica, il suo bushido.
Impossibile non innamorarsi del maialino volante.
E qui torniamo ai fallimenti.
Ma qui, proprio sul finale, il discorso si fa fumoso e sconnesso, quasi incoerente.
Perché ho sempre creduto che le cose più belle della vita fossero le nostre vittorie. Quei momenti in cui abbiamo avuto ciò che volevamo. Quei momenti in cui abbiamo saputo con certezza quello che volevamo. Quei momenti in cui ci siamo presi con decisione e fatica quello che volevamo. O anche quei momenti in cui quello che volevamo ci è caduto dal cielo, così, senza sforzo.
Poi sono invecchiato, e m'è presa la malinconia. Ed ho pensato che forse, le cose più belle della nostra vita sono proprio i nostri fallimenti. Quando abbiamo combattuto con tutte le nostre forze contro il destino, contro ostacoli insormontabili, andando a scontrarci con la dura realtà, soffrendo e reagendo e arrendendoci con dignità. Usando stratagemmi meschini o perdendo definitivamente le staffe. In realtà, mi dicevo, ci ricordiamo delle nostre sconfitte con quasi un velo di nostalgia, come se il tempo le rendesse meno amare. Ancor più delle vittorie, sono le sconfitte che ci caratterizzano, che fanno di noi quel che siamo e, cosa ancor più importante, le vittorie sono effimere, mentre le sconfitte durano tutta la vita e nessuno ce le potrà mai togliere.
E poi, una volta compiuto il trentaduesimo anno di vita, ho riconsiderato il significato stesso di sconfitta. E mi sono reso conto che l'importante non è cosa ottieni e per quanto, ma come. Che la cosa che conta davvero è la tua considerazione di te, del tuo codice morale, la coerenza del tuo bushido: tendere, come diceva Marco Aurelio, naturalmente a fare il bene, ad essere giusti, a ricercare il bello. Questo fa la differenza tra avere ed essere, come diceva Fromm, tra la vittoria e la sconfitta.
Ci sono persone che ottengono qualcosa senza vincere e persone che perdono tutto pur riuscendo a trionfare.

E ho scoperto anche che, in fondo in fondo, il bello della vita è lamentarsi.

mercoledì 18 luglio 2012

Deus le volt! (credo)





Corre l'anno domini 1096, è un marzo tenue e un po' vigliacco, ed un uomo cavalca a dorso di mulo. Percorre la Francia, attraversando le contee del Berry, di Normandia, dello Champagne. Si inoltra fin in Renania e scolletta in terra alemanna giungendo alla ricca città di Colonia.
L'uomo si chiama Pietro, detto L'Eremita. E' una specie di monaco, un predicatore straccione, dotato di grande forza d'animo e della testa più dura di quella del suo mulo. So come la state pensando, ma non è un complimento.
Pietro vaga per l'europa carico di fervore cristiano, cattolico, apostolico e romano. Praticamente è pieno di piscio e vento, direbbe Will Scarlet, l'allegro compagno della foresta di Sherwood.
Ma cosa dice Pietro, dalla groppa del suo ciuchino? Un grido che scuote l'europa intera, un grido che farà piombare due civiltà antiche ed egualmente nobili e degne in una guerra che si protrarrà per secoli. Una guerra della quale molto spesso faranno le spese i poveri e i civili, come sempre, a centinaia, a migliaia, a milioni. Trucidati, squartati, violentati e derubati.
Ma Dio lo vuole, chi siamo noi per dubitare e giudicare?
Il fatto è che il suddetto Pietro, una volta si recò a pregare a Gerusalemme, che era stata occupata dagli arabi. Ciò nonostante i pellegrini potevano entrare e uscire a loro piacimento, badate bene, e pregare tutti gli dei che volevano. Avrei voluto vedere un mamelucco entrare impunemente a Parigi e stendere il tappeto per la Salat senza che nessuno gli dicesse niente. Tanto per mettere i puntini sulle i. Ma torniamo al nostro Pietro, che si inginocchia, prega e inizia a sentire le voci.
Piccola digressione: se un uomo sente le voci nel termosifone, è matto e gli facciamo un TSO. Se un uomo sente le voci in chiesa è santo e lo facciamo beato.
Tanto per mettere i puntini eccetera. Fine della digressione.
Pietro sente le voci, la voce di Dio dirà lui, che gli ordina di ammazzare tutti gli infedeli e riportare il Santo Sepolcro nelle mani dei cristiani. Ora, io nutro dei dubbi piuttosto forti sul fatto che un'entità potenzialmente onniscente e onnipotente si debba servire di uno straccioncello come Pietro per divulgare un messaggio. E nutro dubbi anche sul fatto che tale entità sia così piccosa nel voler consegnare una città ad un popolo piuttosto che all'altro: fosse stata questa la sua volontà avrebbe già provveduto affinchè la storia camminasse da sola in quella direzione. Ma questi dubbi non sfiorano né Pietro né quei coglioni che lo seguono. Perchè difatti Pietro, di ritorno da Gerusalemme, monta per l'appunto sul ciuco, dove l'abbiamo trovato, e inizia a urlare come un forsennato per le strade delle città, affermando che "Deus le volt!", cioè in un pessimo latino che Dio lo vuole! Vuole cosa? Ma che si vada a scucir quanche pancia d'infedele, che diamine! Ora, di solito ci si aspetterebbe che il popolino, già vessato da tasse e povertà di per sè, ad una richiesta del genere risponda con un fitto lancio di pietre e di bucce di cocomero sulla chierica del briccone psicopatico. E invece no: la massa di ignorantelli abbocca all'amo e tripudia onori e allori al monachello. Viva Pietro! Abbasso il Saladino (ancora non c'era)! A Gerusilemme! Dio lo vòle!
Per farla breve, in qualche mesetto di peregrinaggio Pietro L'Eremita raccoglie una cospicua cifra di straccioni sotto il suo labaro, mentre la prima crociata "ufficiale", quella indetta da papa Urbano II a Clermònt, si sta appena iniziando a pianificare. Pietro non aspetta: è convinto di riuscire a liberare il santo sepolcro da solo. E fa partire la spedizione: qualche decina di migliaia di derelitti, armati di bastoni, accette, coltellacci e buona volontà (se buona si può definire la volontà d'andare in terra altrui a sbudellar pacifici sconosciuti) e vestiti come capita, un po' come l'Armir in Russia. Al comando del contingente c'è anche un nobilotto, tale Gualtieri Senz'Averi, nomen omen e ho detto tutto. Difficile che questa plebaglia possa impensierire i mamelucchi del sultano, ma tant'è.
Le due colonne, quella al comando di Gualtieri e quella al comando di Pietro, partono scaglionate per raggiungere via terra ortodossa la terra santa. Prima il Gualtieri, e dopo l'Eremita.
Dopo qualche giorno, ci si accorge che la pianificazione logistica dell'impresa è stata fatta coi piedi, e dato che la gente inizia ad aver fame e che Dio stavolta la manna dal cielo pare intenzionato a non concederla, ci si abbandona al saccheggio delle città Bizantine che si trovan per la via.
L'imperatore di Bisanzio la cosa non la prende bene, e a più riprese manda l'esercito romeo a strigliare gli indisciplinati crociati. E per quanto cerchi, il basileo, di tenere un profilo tollerante per non inimicarsi troppo i latini in vista dell'arrivo della vera crociata, quella di Goffredo di Buglione, e tenga a freno la voglia di sbudellare tutti quanti questi straccioni senza ritegno e civiltà, bè, dopo il sacco di Belgrado perde definitivamente le staffe e fa trucidare qualche migliaia di franchi e germani dal governatore della vicina piazzaforte di Nic.
I pellegrini rimasti, assai male in arnese, vengono poi traghettati a pedate nel coccige al di là dei dardanelli, di modo che si possano dirigere verso la Siria e la Palestina senza più molestare l'Impero. Però  essi nicchiano, e preferiscono saccheggiare Nicea, città turca che non c'entrava nulla con gli egiziani e i siriani che governavano le terre santissime. Ma si vede che Deus voleva anche quello. Il sacco frutta diversi dindini al contingenete francese e alimenta le invidie di quello tedesco, che vuole ripetere l'esperimento. A loro però va meno bene, dato che stavolta il sultano di Rum non si fa prendere di sorpresa e attende al varco il ritorno di quella manica di pezzenti.
Li trucida tutti. Almeno, tutti quelli che non si convertono all'islam.
Fine della crociata dei poveri. E Pietro l'Eremita, ovviamente, si salva. Fedele al detto "armiamoci e partite" era rimasto per tutto il tempo a farneticare in quel di Bisanzio, per la gioia dei romei. Si unirà poi alla Prima Crociata, durante la quale dimostrerà tutta la sua stabilità mentale.
Giunto ad Antiochia, infatti, cercherà improvvisamente di fuggire per tornarsene a casuccia sua, e verrà riagguantato per la collottola dai crociati (quelli veri, ben armati e cattivi). Dopo la caduta di Gerusalemme terrà un sermone sconclusionato sul Monte degli Olivi, sermone seguito da uno spietato saccheggio durante il quale tutti gli abitanti della Città Santa, ortodossi, ebrei, arabi e anche cristiani, vengono sventrati senza distinzione dalle sante armate con la croce rossa. Ma lo voleva Dio, c'è poco da fare. Infine, di ritorno in Belgio, il vecchio truffatore avrà pure il tempo di fondare un bel monastero nel quale chiudersi per passare in letizia gli ultimi suoi giorni.
Fine della storia.

Ora, perchè vi ho raccontato questo? Per un semplice motivo che vi vado tosto a spiegare.
Ci sono cose di cui non si parla, perchè è maleducazione. O almeno così ci hanno sempre detto. Mai parlare di politica, mai parlare di malattie, meno che mai di tumori maligni, mai parlare di morte e mai parlare di religione. Corollario: mai far notare a qualcuno i suoi stupidi errori, è più educato educarne l'ignoranza e farla ingigantire come natura vuole.
Se si contravviene a questi principi, ecco che ci si guadagna la taccia di irrispettosi e maleducati, e che la gente si arrabbia.
Ma io non sono un gentleman, e scherzo un po' con chi mi pare e piace, siano fanti o santi, e chi non gli va bene può andare tranquillamente in culo. Quindi mi accingo a violare uno dei precetti sacri cui ho accennato prima, nei seguenti termini: chi crede nelle baggianate scritte in un sedicente libro sacro scritto migliaia di anni fa da un cialtrone in malafede è un povero coglione nella migliore delle ipotesi o un pazzo scriteriato nella peggiore. Gente così non va incoraggiata, sennò succedono cose come quella che vi ho appena raccontato.
Potrei a questo punto farmi bello col racconto della teiera, ma non lo farò, e vi invito ad andare a cercarvelo da soli. Così magari scoprite chi era Bertrand Russel, che vi fa bene.
La pratica barbara di battezzare i bambini è una cialtronata senza scuse, inflitta sul capo di persone che non possono ancora parlare per mandarvi a fare in culo voi e i preti, ma che se potessero lo farebbero ben volentieri. Così come è una pratica barbara l'indottrinamento di giovani virgulti, potenzialmente intelligenti, con storie di Sodome e Gomorre, di angeli custodi, di divinità che ci spiano di continuo e di madonnine che piangono se ci facciamo le seghe. Certo, ai bambini si racconta anche di Babbo Natale. Ma poi a una certa età gli si spiega anche che non esiste. Sarebbe il caso di fare lo stesso con la favola di Gesoo Bambino e degli angioletti, o rischiamo di allevare una generazione di adulti che credono nelle creature alate che bevono il caffè sopra le nuvole, nell'omeopatia, nella cristalloterapia e nell'astrologia.
Dirò pure che i preti sono tutti in malafede, e che anche chi dice aver credere in qualche dio lo è. Perchè se ci credeste davvero, cari i miei buzzurri, andreste in chiesa tutte le domeniche mattine, evitereste di bestemmiare e di darla via come se non fosse vostra, e vivreste come Deus volt. Altro che discorsi. Allora cos'è? Superstizione? Come quando ci si mette il corno rosso in tasca o si evita di passare sotto le scale? Malafede? Paura di morire? Scegliete voi, ma non ammorbateci più con queste baggianate retrograde.
Siamo nel terzo millennio, le scoperte scientifiche vanno avanti e siamo sempre più consapevoli di com'è fatto l'universo e di come funziona. Prendete la storia del Bosone di Higgs. Se la maggior parte di voi non ci ha capito nulla non preoccupatevi: è normale. E' difficile la meccanica quantistica. Ma cristo di un dio, per restare in tema, con un po' di sforzo ci si arriva. Lo so che è più facile leggere la bibbia di QED di Feynman, ma per lo meno provateci.
Che tutta qui sta la solfa.
La facilità.
La gente vuole le cose facili. Relazioni facili, ragazze facili, discorsi facili, vita facile, soldi facili e concetti facili. Puttanelle che la elargiscono al primo che passa, cazzoncelli con la camiciola aperta sul petto tosato, coglionciotti che parlano di Juventus e Ferrari.
Anatema e disprezzo. Questa è la gente che poi preferisce credere a una qualche divinità pur di togliersi la fatica e la responsabilità. "Ah non lo so se c'è dio" dice il cretino di turno, per cavarsi d'impaccio "magari non è quello della bibbia ma qualcosa c'è".
Spiegami perchè e come. Avanti. Convincimi. Convincimi che non è solo un modo di salvare capra e cavoli, un concetto di dio fatto su misura per tutti, per non pensare e non essere responsabili e non doversi al contempo adeguare a precetti fastidiosi.
Troppo comodo cari cialtroncelli.
Il punto sta tutto qui e lo ripeterò: religioni e governi si basano sullo stesso concetto. Ovvero che voi siate dei bambini che credono in Babbo Natale e che siate troppo piccoli per essere responsabili di voi stessi. Da qui, le proibizioni: non rubare, non fornicare, non bestemmiare. O andrai all'inferno. Mettiti la cintura, non fare il bagno con la banidera rossa, non sederti sui gradini. O ti faccio la multa. Stessa roba. E c'è chi se la beve passivamente, nato pecora com'è e abituato alla vita da pollo in gabbia. Rinunciamo alla nostra libertà ogni giorno, perchè la libertà è poter essere responsabili di ciò che facciamo e pagarne le conseguenze SE succede qualcosa, e responsabilità vuol dire avere senso critico. La vera lotta non la dovremmo fare contro le guerre o la povertà, non per la libertà ma per avere la responsabilità. Ricordatevelo bene.
Da parte mia, io bestemmio, rubo, picchio i bambini e mi drogo (ho sentito dire "ti amo"?). Passo sotto le scale, saluto i gatti neri e mi siedo come tredicesimo a tavola. Me ne sbatto del concetto di divinità, non me ne faccio di nulla. Come di quello di spiritualità. Trappole per allocchi. E' già tutto abbastanza complicato così com'è, e non esistono energie cosmiche, vibrazioni dell'anima, armonie dello spirito.
Non esistono cori gospel in grado di convincermi, con un paio di gorgheggi, che Dio abita in questo tafanario. Ed è proprio così che stanno le cose. Ciò che è falsificabile, ci insegna Popper, è scientifico e dimostrabile. Ciò che non lo è appartiene alla metafisica, e la metafisica non è scienza: è cialtroneria.
E che ci crediate o no, non esistono teiere in orbita attorno a Marte.