mercoledì 6 luglio 2011

Affinità e divergenze tra la compagna Gertrude Stein e Noi

Gertrude_Stein3Una rosa è una rosa è una rosa.
Ecco, credo che alla fine una volta detto questo si sia detto tutto, qui potrei chiudere il post.
Ci sono frasi pessime, parafrasando Guccini, frasi bellissime e frasi "ma perchè non l'ho detta io?". Questa è una frase di quel tipo: ma perchè non l'ho detta io?
Solo che io, essendo assai più prosaico, avrei stabilito che la merda è merda è merda.
Questo merita una spiegazione. Oggi sono stato illuminato da una mia amica, la quale mi ha candidamente informato delle meccaniche della selezione naturale. Io sono di estrazione razional-meccanicista e darwiniano per religiosa convinzione. Per me i canini ci hanno condotto al vertice della civiltà, checchè ne dicano i vegetariani (dio li faccia ammalare del morbo di Refsum), Marco Aurelio ha sempre ragione e le immutabili leggi della fisica sono l'ultimo appiglio a cui ci si può attaccare quando tutto sembra crollare come una pila di panni sporchi. Per questo non capisco mai gli esseri umani, per questo non mi piacciono: perchè sono illogici e irrazionali. Oggi ne ho avuto la conferma. Il motivo per cui si scelgono sempre persone di cacca, in un modo o nell'altro, è perchè cerchiamo di tramutare la merda in oro. Questa è stata l'epifania a me trasmessa da Santa Luisa.
Ora: le cose sono due, o cerchiamo di tramutare l'altrui merda in oro, oppure ci sentiamo merda noi stessi, e cerchiamo di tramutarci in oro tramite il contatto con altra merda. Il risultato non cambia.
Vi sarete accorti che stasera sono assai più scurrile del solito, e per quelli di voi più sensibili consiglio senz'altro di rivolgersi alla lettura di Geppo, di modo che la vostra coscienza non ne verrà turbata. Per chi ha il fegato grosso come quello di M. Dick invece, consiglio di seguitare la mia prosa elegante e variopinta.
Dopo questo vanaglorioso inciso, posso affermare che per quanto mi riguarda, se una rosa è una rosa, la cacca di cervo è e resterà nei secoli cacca di cervo. A molti questo sembrerà tautologico, ma per me racchiude una sacrosanta, innegabile e fondamentale verità.
Ovvero.
Capita di accontentarsi, capita di aver paura, capita di tutto. Vediamo le cose come attraverso un paraocchi da cavallo, ci facciamo piacere le situazioni più spregevoli, ci abituiamo e ci innamoriamo dell'idea di essere amati. Non c'è nulla di peggiore, di più pericoloso e di più deprimente. Vado oltre: se fosse per me ci sarebbe una legge a proibirlo. La merda è merda: le persone che non valgono una cicca masticata non valgono una cicca masticata; mettetevelo bene in testa, non potete cambiare il prossimo più di quanto possiate comprendrere davvero la fisica quantistica, e fare a cazzotti con la realtà vi farà rompere le ossa e sprecare tempo.
Questo affannarsi mi abbrutisce, ecco perchè tento di arginarlo; questo continuo picchiar testate sui vetri come i ronzoni che scaccio ogni minuto dalla mia bucolica magione mi stressa la borsa scrotale, e più di tutto: mi fa infuriare come il peggiore dei giannizzeri alla vista di Vienna questo continuo svilirsi di belle persone dietro a emeriti sacchi di letame.
Ed ecco che le solite malelingue avranno il loro bel da fare a  commentare sarcasticamente il fatto cruciale: egli non copula, qui sta la ragione della sua acidità
Io invece vi invito a rovesciare la medaglia: egli è inacidito, dicevano di lui i bardi, per questo motivo non copula. Preferirei perdere l'uso delle mani, degli occhi e delle basette prima di confondere il mio augusto cranio con la prima subumana di passaggio.
Esser fatti così genera stizza e fa viver malissimo.
Difatti il mio periodo bizantino continua, costretto in una casa che somiglia sempre più ad un lupanare, più dissoluto degli augusti dopo Diocleziano, datosi che la decadenza è l'unica attività decorosa in periodi di cacca di cervo, e che l'automiglioramento, come disse Tyler Durden, è solo masturbazione. Mentre l'autodistruzione...
E i cuoricini fasulli, le frasi da baci perugina, i facili entusiasmi, le peregrine migrazioni degli animi e delle gonadi, ben poco mi illudono: tutto è merda, muoia Sansone, muoiano anche i filistei. L'autoconvinzione non fa per chi ha studiato Ekman e Borg, per chi riesce a vedere all'interno di queste sciatte disposizioni di animi superficiali ed inclini alla miopia, sofferenti di una cifosi temporale che li porta, volenti o nolenti, ad inclinare sempre e comunque sul piatto di merda che il fato gli propina, incuranti delle loro possibilità e meriti, della loro grandezza e della loro gloria.
Ma sto diventando prosaico senza motivo, e me ne compiaccio, dato che le parole sono importanti.
In tutto questo baillamme di concetti, in questa ridda di significati e significanti, non c'è molto più della frase da cui tutto è scaturito: la rosa è rosa, la merda è merda.
Ma una piccola divergenza c'è, tra la compagna Stein e Noi (uso il pluralia, sì).
Come ebbe a dire chi già citai, l'essenziale è invisibile agli occhi. Non si vede bene che col cuore.
Per chi di voi avrà abbastanza pazienza di seguirmi ancora, l'incanto di questa frase verrà svelato tra un paio di settimane. Per chi è impaziente, e non è un difetto, dico solo questo.
Per quanto riguarda la compagna Stein, si può dire che non per tutti una rosa è una rosa, e non per tutti -purtroppo- la merda è merda.
Però, guardare col cuore non vuol necessariamente dire che ci si deve lasciar trasportare dal flusso degli eventi, dal turbinio di quella che è solo una passione dei nostri accenti. Così facendo ci si infatua di noi stessi e delle nostre tare, e si cerca un tappo a misura, o ci si fa bastare ciò che si ha. E' vedere questo? E' forse l'espressione di millenni di evoluzione che ci hanno portato ad essere la specie dominante del pianeta? Se non lo credo io, fidatevi, non è la verità.
Lasciarsi trasportare è una prerogativa delle meduse, la miopia affettiva lo è delle persone bolse, vecchie e disperate. Provo un moto di commozione per quei gas che -chi più saggio di me- ha definito "nobili", nobili perchè rifiutano di legarsi ad individui di bassa lega, gas come lo xeno, l'argon, il radon. Gas inerti, dirà qualcuno, ma che hanno in sè un'innegabile forza d'animo che non li porta a condividere la loro preziosa nube elettronica completa col primo idrogeno che gravita nella loro orbita.
Non si vede bene che col cuore, torno a dire, e mi ricordo degli insegnamenti di un grande Sensei, che mi addestrò a guardare di fronte senza mettere mai a fuoco, allo scopo di parare gli strali dell'avversa fortuna e di combatter -arma in pugno- un mare di avversità che giungono da ogni direzione. La vista inganna, anche quella del cuore, anche più di quella degli occhi: dura lotta è saperla domare e renderla strumento e non guida. Per questo, credo, è nato il detto: Beati monoculi in terra caecorum. Beati gli orbi, nella terra dei ciechi. Perchè qui viviamo, nella terra dei ciechi, e anche un occhio a funzionalità ridotta può essere viatico di salvezza e di stabilità, come fa il mio occhio destro. Il sinistro ormai, anche se dotato di una colorazione invidiabile e di un fascino magnetico, ha la stessa miopia di molti cuori e di molte menti. E qui si giunge alla considerzione finale, dato che sono le 2, ora cara a Napoleone, ed inizio ad accusare il sonno.
Spesso il cuore ha bisogno di occhiali.
E di un buon analista.

giovedì 2 giugno 2011

"Gare de Coatelan", sonata per papaveri e majali.



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Gare de Coatelan, Bretagna.
Un posto che forse non vedrò mai.
Ci sono solo due tratti che mi avvicinano a Michael Collins, l'eroe dell'indipendentismo irlandese.
Il primo, è la tendenza a risolvere i conflitti avvalendosi del caos e della distruzione totale. Non mi si dipinga come un uomo troppo mite: è soltanto la ragionevole consapevolezza delle conseguenze che frena le mie azioni, ma se fossi nato in un periodo storico diverso da questo avrei avuto senza dubbio la tendenza a dirimere le controversie spada alla mano o fucile in spalla.
La seconda è quella vile malinconia che mi prende nel vedere le stazioni.
Diceva Collins, almeno nel film, "Mi piacciono i treni, mi fanno pensare a tutti i posti che non vedrò mai". Ecco, questo è uno dei tarli della mia esistenza. Pensateci un secondo. Quante vie ci è dato percorrere, quanti bivi inforchiamo, quante strade scegliamo. E quante ce ne lasciamo dietro. Quando ero giovane, secoli fa, ci pensavo spesso... Affacciandomi alla finestra vedevo un mondo smisurato perdersi all'orizzonte, ero consapevole della marmaglia che lo popolava, e sapevo che al di là della linea della vista, ben oltre quanto mi era dato di vedere dalla curvatura di questo nostro sasso dotato di atmosfera, esistevano: città. Cose, persone ed animali, come nel gioco delle iniziali. E mi chiedevo: quante cose non conosco? Mi rispondevo: tutto. Adesso, in questo preciso momento, nella mia vita ci sono dei buchi che verranno riempiti, là dove dovevano esserci immagini, posti, persone, concetti e quant'altro. E starà a me farlo: la responsabilità del percorso da seguire mi disarma. Un po' quello che diceva il Pianista sull'oceano, Mr.Novecento. Ecco, il succo è quello, chi ha letto il libro mi capirà in pieno, chi ha visto il film leggermente meno e chi non ha fatto nè l'uno nè l'altro è pregato di cambiare Blog, che non sono qui a pettinare le acciughe e non posso sempre spiegarvi tutto.
E' passato il tempo, alcune caselle si sono riempite, e spesso in maniera sorprendente, lo dico senza esagerazione. Posti meravigliosi, persone indimenticabili. Nel frattempo i capelli si sono dati al maquis, la misantropia si è nutrita della mia boria, complice la quantità di inutili sempliciotti che mi si sono incastrati tra le ruote con costanza indefessa, e io continuo a pensare le stesse cose.
Cosa c'è nel mondo, come avrebbero potuto andare le mille strade che inforchiamo? Cosa c'è nella mia vita al posto della Gare de Coatelan? Certo, vivere così è faticoso, ma non conosco altri metodi, e mi tengo questo.
E' un po' come il paradosso del gatto di Schroedinger e la questione dell'Universo a molti mondi, cosa di cui un giorno mi deciderò finalmente a scrivere per destabilizzare definitivamente la vostra coscienza. Ma non è questo il momento, e devo imparare a non divagare, o il mio aulente pObblico mi abbandonerà prima di subito.
Ergo. Riprendiamo da dove eravamo.
Sono passati gli anni, e sono sempre al punto di partenza, mi trovo a specchiarmi nel vetro della finestra, guardando i tetti sconfinati di Firenze (in realtà, non più di un paesone), chiedendomi dove sono stato portato dalla marea, dove andrò a parare, e quante cose ancora aspettano che riversi su di loro la mia bile e il mio affetto. In più, ormai c'è anche il tempo di guardare indietro e di fare i conti col proprio passato, e questo è complicato e doloroso, lieto e struggente. Una bella ridda di emozioni per chi, come me, non ha mai imparato l'arte di gestirle.
Ed ecco che in tutto questo Amba Aradan (per tornare al corretto etimo della montagna) l'unica amica che mi viene in soccorso è l'immaginazione, la fantasia, quella vigliacca subdola e spietata che da sempre mi crea problemi e li risolve.
La sperimento ogni sera prima di addormentarmi, e poi sogno i nazisti, la mattina al risveglio e mi incazzo, e il pomeriggio, mentre passeggio per le vie di una città deserta per il giorno di festa, mentre le nuvole si addensano minacciando pioggia, mentre il vento di buriana soffia ai miei piedi foglie già cadute dagli alberi nei primi di giugno e mentre individui inconsapevoli, piccoli PNG di color verde-neutrale, mi passano accanto senza curarsi minimamente del mondo.
Io invece mi curo. Mi curo di ogni singola pietra, di ogni refolo di brezza, di ogni sguardo incrociato per caso. I care, diceva il presidente neGro, mi interessa, anche se mi nutro di disprezzo.
Citando Guccini: la fantasia può portare male, se non si conosce bene come domarla. E questo è vero. Ma costa poco, val quel che vale, e nessuno ti può impedire di adoperarla.
Economia, leggerezza e imprevedibilità. Mancanza di controllo e splendida anarchia. Nella fantasia siamo tutti ladri e puttane, re e rei, cacciatori di nonmorti e pere spadone.
E' così essenziale saper porre un freno a tutto questo? Non potrebbe essere la risposta all'imprevedibilità del destino umano, alla forzata cagionevolezza del nostro vagare?
Chi lo sa... di sicuro molti hanno costruito su di essa la loro fortuna, altrettanti la loro rovina.
Io nel frattempo mi crogiolo beato nell'immaginario, sogno sogni vividi e meravigliosi, e cerco di imparare da loro.
Perchè il punto non è tanto immaginare e sognare, quanto cercare di capire cosa la nostra immaginazione fervida, quanto i nostri sogni più reconditi ci stiano cercando di comunicare. La Gare de Coatelan... magari dovrei comprare un biglietto del treno ed andare fin lassù. Vedere coi miei occhi, assaporare con la mia lingua, annusare col mio copioso naso. Sentire che in qualche modo una compenetrazione con la realtà è possibile, consigliabile, inevitabile.
Seguendo le orme di due grandi aviatori, immaginari entrambi a loro (diversissimo) modo.
Il primo, tale Saint-Exupery, il più grande visionario del novecento, il poeta volante, che scrisse le cose più belle che siano mai state scritte sulla responsabilità affettiva, e che sparì, ingiustamente abbattuto da un tedesco che se ne pentì per il resto della vita, nelle acque di quel mare che aveva sorvolato mille volte senza un solo colpo in canna, mentre intorno a lui infuriava il massacro.
Il secondo, un maiale che osava pilotare idrovolanti, che preferiva essere porco che fascista (cosa che condivido, dovessi morire mille morti), che sapeva che un maiale che non vola è soltanto un maiale.
Pensateci, ogni tanto, e cercate di spiccare il volo, o rimarrete a grufolare nella terra.
Sapendo sempre, portando con voi l'assoluta certezza, che qualsiasi percorso scegliate, qualsiasi rimpianto vi smembri il cuore, i papaveri continueranno a fiorire, incuranti di voi, indefessamente, con costante abitudine e poetica malignità.
Il resto, vi sia concesso.

giovedì 5 maggio 2011

The hitchhiker's guide to the misanthropy

hitchhiking
Come Falk in quel film, mi nutro controvoglia e aspetto il malore notturno.
Che però, per fortuna o purtroppo, a seconda della stima che nutrite nei miei confronti, non arriva: ergo, mi alzo per lamentarmi.
Come un dragone dell'esercito absburgico sono completamente vestito in tre secondi netti, lavato in otto e pronto a riversare il mio disprezzo per l'umano consesso prima ancora di aver girato la maniglia della porta, che mi porta (scusate la ridondanza) a cappuccinoeppezzo dopo 4 infide e rypide rampe di scale.
Fuori la gente assomiglia a quell'animale stupido dipinto da Nixon, un serpentone asimmetrico che si snoda per le strade della città, indifferente ed incline alla rabbia sociale, tenuto a freno da consuetudini salse e prevedibili come un posto di blocco della polizia fuori da una festa di ribibibò.
Non me ne faccio un cruccio: li conosco. Conosco loro e le loro abitudini, so cosa mangiano per colazione e dove vivono.
E prima o poi gliela farò pagare.
La gente non si guarda in faccia. Puoi passare ore in giro per la città e non ricordarti di un volto. La gente non si guarda in special modo quando deve comunicare. Distoglie lo sguardo, si fissa i piedi in cerca di un aggettivo da abbinare alla sciarpina alla moda, guarda il muro, il cane, quello che passa, una borsina che spicca il volo verso lidi migliori.
Guardare in faccia è considerato maleducazione, anche perchè così si potrebbe scoprire in tre balletti cosa pensano gli altri veramente di noi e viceversa.
Invidia, rabbia, frustrazione, noia, gelosia, disagio, vergogna, abbiamo impiegato gli ultimi cinquecento anni di evoluzione a cancellare dal contesto sociale le spiacevolezze, salvo poi vederle riaffiorare quando meno ce lo aspettiamo come una macchia d'unto mal lavata.
A che pro? Cui prodest, diceva chi era più saggio di noi...
La gente non conosce la prossemica, e questo stride un po' con quanto detto prima, segno che il lavoro di rimozione e mascheramento funziona fin troppo bene ma parte da basi superficiali.
Ci sono persone capaci di appiccicarsi alla tua spalla mentre aspetti il verde (gioia del semaforo, il grande regolatore a tre tonalità di noia), capaci di scegliere il posto accanto al tuo in un vagone totalmente vuoto, capaci di violare quei pochi centimetri di zona intima quando aspetti il caffè ad un bancone di un bar completamente deserto. Capaci di strusciarsi come il più ruffiano dei felini nelle file del supermercato.
Il supermercato poi, se non fosse che distribuisce cibo e birra, lo eviterei come e peggio degli autobus.
La mattina ti aspetti di sentir chiamare al citofono il dottor Lustro in geriatria, d'urgenza. E nel supermercato si confermano le teorie fisiche che postulano l'inversa proporzionalità tra vicinanza del prossimo e igiene personale.
Come a dire: più ti vengo vicino, più il mio odore assomiglierà a quello dell'intera orda di tartari del Gran Khan, con tanto di bistecche lasciate frollare sotto la sella dei puledri.
Oibò.
Ma a volte mi dico troppo misantropo, mi scopro -una volta all'anno, più o meno- di buon cuore, e decido di dare una possibilità al genere umano.
Alla fine, come disse Gian Maria Volontè in un bel film di Damiano Damiani, sono pure sempre hombres come noi. Puzzano, sono sciatti, ma sono sempre hombres.
E sia, allora, in un impeto di madreteresismo ecco che scatta la Buona Azione.
Ne ho fatta una lunedì. E sto sempre aspettando che il karma mi ripaghi, ma per ora mi ha preso soltanto a calci nel deretano.
L'occasione si presenta al distributore, dove mi fermo sempre a far benzina.
Una vecchia sdrucita, in apparente affanno, mi chiede un passaggio verso Firenze.
Nicchio.
Mi si affollano nella mente le seguenti immagini.



  1. La vecchia infilata in un sacco di rifiuti condominiali, di quelli da 3 millimetri, tanto chi vuoi che ne denunci la scomparsa?





  2. Un plotone della Gestapo che chiede i documenti alla vecchia, la trova colpevolmente giudea, e la passa immediatamente a fil di spada (confusione tra Gestapo e Lanzichenecchi)





  3. Io che, novello caruso Pascoski, colpisco la vecchia con un sinistro al fegato degno di Ray Leonard.





Ma sono in buona, e mentre Tamerlano mi urla nelle orecchie di legarla al mio cavallo d'acciaio e di trascinarla fino a Livorno per insegnarle l'educazione, mi scopro a offrirle un passaggio (con una certa riluttanza), non senza aver mormorato a fil di denti qualcosa di molto simile a una maledizione in Aramaico.
Mai una fìa, mi viene alla mente, e la monto in macchina.
La vecchia trota ha almeno il buongusto di starsene zitta mentre ascolto a tutta gargàna gli Airborne (3 volte), e anzi a metà strada inizia a bicciare come una bascula e si assopisce.
Per un attimo spero/temo che muoia lì, sul sedile (appunto) del morto, e mi chiedo se non sarebbe meglio disfarsi del corpo in una piazzola di sosta piuttosto che avvertire la autorità.
Ma la vecchia stronza si riprende e si mette a cinguettare amabilmente.
Alla fine, ecco che si palesa la Conca del Rinascimento, con le sue fontane e i suoi giardini pensili, ed io smòllo la cariatide in un autogrill, dato che la tapina deve cercare un passaggio per Bologna (vituperio delle genti).
Gracchiando una specie di ringraziamento si dilegua senza lasciarmi una mezza lira per un gallone di benzina o un tallero bucato per aver pagato l'autostrada.
L'unica cosa che resta è un sottile odore di tomba fresca che prorompe dal sedile anteriore, e la sensazione di aver fatto qualcosa di completamente inutile.
Bè, mi dico, ho fatto qualcosa senza ricevere nulla in cambio. Il karma mi ricompenserà, Esso è così buono e giusto.
Resto intruppato nel traffico, scelgo una scorciatoia fasulla che mi fa quasi perdere, arrivo in ritardo, la macchina continua a puzzare e io mi sento come se fossi stato fregato da uno di quei venditori porta-a-porta che ti sfilano i soldi con la sinistra e ti lasciano l'enciclopedia della Marmotta Marsupiale con la destra.
Del karma non v'è traccia.
Neppure ora, che sono passati numero quattro giorni.
E mentre spero che l'anziana scroccona, delle cui peripezie mi sono volutamente disinteressato per tutta la durata del viaggio, sia stata addentata nell'ileo osteoporotico da un Pitbull affetto da rabbia, penso che il karma abbia voluto regalarmi una profonda lezione.
Altro che essere misantropi.
Non si deve fare mai niente per nessuno, specialmente per gli anziani in difficoltà.
E possibilmente, si dovrebbe cercare con tutte le nostre forze di morire giovani e di bell'aspetto.


martedì 12 aprile 2011

Look left

   Summer





Nacqui, come David Copperfield, poco dopo la mezzanotte di un venerdì (o almeno così mi hanno detto) di fine Luglio. Prodigio letterario e prodigio infausto, se si dever dar conto a Dickens, ma alla fine credo che non si debba poi molto, essendo Dickens un vecchio reazionario ottocentesco.
Di tutte le maledizioni che le vecchie levatrici avrebbero potuto scagliare, l'unica che ha attecchito è quella che riguarda l'estate.

E' così, sono sensibile come un fusibile per natura, sfortunato per inclinazione e solitario per abnegazione, e l'unica stagione che concepisco è l'Estate, che si intervalla -come tutti sanno- con l'altra stagione umana che è "I morti".

E adesso Zefiro torna e 'l bel teNpo rimena.

O bravo.

E con esso: raffreddori, fortori, sciatica, mosciume, sonnolenza, appetiti della carne e y dei cvli sugli scalini.

Tant'è, è la ruota cosmica, il bel fluire delle stagioni, e sono contento di vedere finalmente un pò di verde fare capolino sugli alberi, tanto per ricordarsi che siamo sopravvissuti al peggior inverno da quando mi dovetti umiliare -coi piedi nella neve- davanti al castello di Canossa.

O era un altro? Ormai non ricordo più molto bene.

Resta il fatto che il risveglio della natura è mirabile, e io lo miro dall'alto del mio quarto piano, sorseggiando una guinness fresca e spipazzando come un afghano.

Un pò come Enrico IV, che dopo essersi prostrato tre giorni e tre notti, durante una tormenta di neve nel peggior Gennaio che si rammenti, davanti al papa vigente (ecco chi era!) bèn risolse di tornare in Germania a preoccuparsi dei fatti suoi e della di lui successione.

Gli uomini tutti d'un pezzo sòn fatti così, si inginocchiano per comodo, ma poi se gli fate girare le pallette, come successe col buon Enrico, adottano il piano B: genocidio e testate negli zigomi. Infatti dopo la seconda scomunica il nostro caro imperatore sacro e romano non si sgomentò più di tanto: umilato si era già umiliato, visto che la cosa non rendeva più di poco si decise nel mettere a ferro e fuoco Roma, deporre il Papa e tornarsene -avanti che arrivassero i Normanni- a svernare nelle langhe al di là del Reno, in pace con sè stesso e con la sua autorità.

Tutto questo a che pro? Per dirvi di quanto malsopporti il freddo, l'inverno e le umiliazioni.

Noi uomini di un'altra schiatta un'offesa non la dimentichiamo mai, e nutro una profonda stima per il Sacro Romano Eccetera, per come ha devastato l'Urbe e per come ha risolto il mal di testa usando la decapitazione.

Altri tempi.

Ma tornando a bomba, Zefiro è davvero tornato. Ha impennato gli alberi sotto casa mia (informazione tendenziosa & fasvlla) di verde e di smeraldo, ha fatto tornare le gore sotto le ascelle e ha ignudato le signorine.

Bravo Zefiro, che tutti gli anni riede a farci starnutire e girare le palle.

Perchè se da un lato questo bel tempo che ritorna mi mòlce il còr, dall'altro mi fa star male.

E il perchè lo sapesse chi lo sa... ma non lo sa neppure lui, dev'essere una qualche sorta di nostalgia per qualcosa che non ho già avuto ma che mai avrò.

So solo che mi sovviene spesso di pensarci quando viaggio -per esigenze di studio- su e giù, qua e là per la Litoranea e attraverso la Bucolica fino a Firenze e ritorno.

E' la triste condizione del migrante: qualche decennio fa Mr. Miller mi contattò per un suo progetto che si chiamava "Travasi di bile di uno studente pendolare", ma poi si risolse per far morire un commesso viaggiatore. A volte il destino.

Ma tant'è.

E' cambiato il proscenio, questo sì, il teatro, le lontane quinte inaridite attraverso le quali sfrecciavo mesi fa sulla mia Torpedo Nera (poti poti) sòn diventate verdi, un'esplosione di lussureggiante e irriverente beltà.

Quanto mal s'accorda tutto ciò ad uno stato d'animo indefessamente prono sul rancore e sulla vendetta trasversale, quale la natura m'ha dato d'avere.

E allora, l'altro ieri, mentre correvo ai cent'all'ora verso la disfatta, m'ha colto un'epifania.

Ed ho voltato la testa alla mia sinistra.

Vi consiglio, miei signori, di farlo solo quando siete su di un rettilineo ed a bassa velocità, o rischierete (come me) di grattugiare i fianchi della vostra vettura sulla staccionata che divide la strada dal mondo degli Umani.

Ma così vedrete anche voi.

Perchè mentre si guida, si tiene sempre la testa incollata sul centro o sulla destra, e così facendo si evitano speronamenti, d'accordo, ma al prezzo di perdere metà della bellezza del creato.

Anzi, qualcosa di più di metà, perchè la bellezza sta a sinistra per vocazione ed ideologia, c'è poco da fare.

Io ho vòlto la testa al di là dello specchio, ed ho rimpianto subito di non aver avuto con me la fida macchina fotografica, che non so usare ma che uso lo stesso, come chi canta male sotto la doccia o chi sgraziatamente cucina per sè stesso.

Strappi di fiori gialli come l'oro di Mida su campi del verde della gioventù, nuvole che si addossano caparbie a colline indifferenti nell'azzurro della loro lontananza, auto che ci incrociano senza saperlo, cariche di storie inedite che non conosceremo mai, borghi sorti dal nulla di un barlume di ricordo, e la strada che ci viene incontro come un tappeto alla corte del Gran Muftì.

Tutto questo solo con un piccolo movimento inconsueto, che quasi mai facciamo.

E' dove non guardiamo mai, dove non abbiamo mai vòlto lo sguardo, che si cela un barlume di bellezza e di verità che mai avremmo sognato di vedere.

E poco importa se subito dopo la strombazzata del Tir guidato da un cafone moldavo ci riporta alla realtà della nostra corsia: volgere lo sguardo, sia pure per un minuto, val bene la messa.







































mercoledì 6 aprile 2011

Happiness is overrated

__sad_bunny___by_lolita_art
I lavacri sono una manna dal cielo. Senza lavacri sarei morto già diverse volte, sia fisicamente che intellettualmente. Le abluzioni ristorano il corpo e restituiscono la giusta dimensione ai pensieri. Insomma: mi piace fare la doccia, e chi ha passato del tempo con me sa che ne faccio numerose e che nel frammentre canto. E penso.
L'amore per i lavacri ha due radici: etrusche per quanto riguarda la cura del corpo, pontificie per quella dell'anima.
D'altro canto, mentre la mia gente costruiva acquedotti e terme qualcosa come tremila anni fa, il resto dei barbari d'oltremare e oltrappennino si lavava i denti con rametti di abete e costruiva case di cacca di cammello.
Ma non volevo parlare dei miei bagni. Volevo solo dire che, dopo diversi anni di assenza forzata dalla scrittura (informazione esagerata) sono tornato a produrre un pensiero critico proprio sotto la doccia. Come sempre, del resto.
Pensavo alla felicità.
E mi dicevo che l'ignoranza è un bene, almeno per me. Mi spiego meglio: l'ignoranza è il bene più grande delle persone con un minimo di senno e la condanna degli idioti.
Mi spiego ancora meglio, per quelli di voi ottusi come il fondo di un baule.
Chi è scemo è scemo. Fine. Buon per lui, si dice qui. "Bòn per te che non capisci una sega", anzi, è la locuzione giusta in provenzale (cfr. Jean De La Gavette, "Je te donne moi le bacon", 1443).
Quindi chi se ne va per il mondo gonfio di aria stantia come un barile in disuso, senza curarsi di ciò che lo circonda, sarà felice o triste a seconda di ciò che gli capita e che lo tange, ad esempio una martellata sul pollice mentre appende un quadro di Gattuso o un molare scheggiato mentre addenta un panino cipolla & calcinacci. Che bella vita, mi viene da pensare, per queste persone che si bevono ogni bischerata.
Per chi non ha invece i tratti dell'uomo di Cro-Magnon le cose sono più difficili. Sapere è una condanna, intuire una doppia condanna, avere ragione delle proprie nefaste intuizioni una sciagura vera e propria.
Quante volte vi siete sentiti raccontare cazzate e avete soprasseduto? Quante volte avete preferito ignorare cosa stesse succedendo, perchè il solo pensiero vi faceva star male? E quante volte avete provato quella inesorabile certezza che le vostre pessime sensazioni sono -in verità- assai prossime alla realtà? Diceva un famoso gobbo: a pensar male si fa peccato, ma si indovina. Ecco, c'è poi chi di questo ne ha fatto una scienza quasi esatta.
Tendenzialmente, il ragionamento vale per tutto: dai rapporti politici internazionali al coniuge infedele. Potete -con un pò di impegno- cavarvi da soli il ragno dal buco, una volta individuato il buco (e non a tutti riesce: è la cosa più difficile, trovare il buco). Basta un pò di buona volontà. Non ci vuole il professor Ekman, e neppure si deve studiare Borg e la sua prossemica. Basta andare dietro all'istinto, se l'avete abbastanza allenato, e potrete capire se le persone intorno a voi vi raccontano immani cazzate, se nascondono qualcosa per non farvi star male, dove sono, cosa fanno e perchè lo fanno. Basta averci l'inclinazione, e io, a dispetto dei miei studi, ce l'ho sempre avuta. Ma non l'ho mai assecondata molto, perchè.
E' molto, molto faticoso.
La gente, e qui ci metto anche me e voi, mio aulente pObblico, ha un quantitativo di energie limitato e non può sempre stare all'erta per ogni cosa. E allora ecco che succede il miracolo dell'ignoranza.
Mogli con mariti palesemente fedifraghi che negano l'evidenza, genitori che si bevono le storie su vento e motorini di figli drogati e con gli occhi arrossati, matrone che si inginocchiano a mangiare il corpo di cristo e nefasti personaggi che -nel buio della cabina elettorale- mettono croci su partiti-azienda di dubbia moralità.
Allora mi dico: l'ignoranza è un bene. Ma non quella finta di chi non vuol vedere. Quella vera degli stolti.
Per chi ha un grammo di sale in zucca non ci sarà mai la vera felicità.
Fatevene una ragione, è così. Smettete di dibattervi come pesci nella padella della Gran frittura.
Se siete felici o siete stupidi o non state tenendo conto di qualcosa.
Certo, perdìo, ci sono momenti di felicità per tutti. Ma quanti saranno mai? Quanto potete rimanere felici?
Io, personalmente, credo di essere stato felice tre volte dalla mia pubertà, intendo veramente felice, e contento forse una dozzina. Mai per più di tre o quattro ore di seguito, comunque.
Forse è solo un cruccio mio, ma mi sento di essere in buona compagnia se ripenso a quanti prima di me hanno dato fiato alle penne per scrivere aforismi sulla felicità che suonavano più o meno come quello di Schopenhauer. Il pendolo tra il dolore e la noia. O la storia dei due ricci. O la concezione della vita di Allen: l'esistenza è divisa in due categorie, l'orribile e il miserrimo. E allora ci va bene il miserrimo.
Il punto infatti è proprio qui, in ultima analisi. La ricerca della felicità, costituzionalmente approvata, è una favola come quella di Babbo Natale (spero di non aver lettori preadolescenti, o mi vedrò costretto a metter mano agli avvocati). L'unica ricerca possibile è quella di non essere tristi. Perchè in effetti questo ci resta, come esseri umani: se considerate bene la situazione, se vi guardate davvero dentro, potete candidamente ammettere che felici lo siamo stati raramente, e tristi molto più spesso e spesso in conseguenza di ciò che ci rendeva felici. E allora cerchiamo di non essere tristi, "basta che funzioni" diceva il genio cineasta ebreo. La ricerca della medietà, della situazione che non ci renda malinconici, che ci faccia stare meno male, che ci dia il minor numero di rimpianti.
E cerchiamo di fare i conti con l'infelicità, che al contrario della felicità è ben popolata.
Lo sapeva bene un altro grande personaggio, che è stato il mio Virgilio alla scoperta dei sentimenti umani. Sto parlando di Charlie Brown.
E voglio lasciarvi con questa immagine. Si tratta di una vecchia striscia, forse degli anni settanta, una delle striscie del periodo di Natale, quando a Charles veniva la depressione da festività (le altre due grandi depressioni erano associate a San Valentino e al campeggio estivo, mentre la riapertura della scuola non causava al vecchio nessun problema: peculiare come Charles soffrisse solo nelle situazioni di gioia estrema -almeno per gli altri-) ho perso il filo.
Ma il succo è: in questa striscia qualcuno augura a Charlie Brown un felice anno nuovo. Passano due vignette con lui che passeggia a testa china. Poi si gira e fa: "A proposito... che cosa vuol dire 'felice'??".
Ecco, questo è il succo.
Charlie Brown è triste perchè SA. E' depresso perchè sa di essere triste. Perchè è il bambino più intelligente e sensibile, e di conseguenza è il bersaglio degli altri bambini, quelli "felici". O che almeno credono di esserlo.
Perchè poi, lo sono davvero?
Linus, con il suo Transizionale mai risolto, Lucy, arrogante e sociopatica e costantemente depressa, Schroeder, il monomaniaco del piano, incapace di relazioni umane... e potrei andare avanti così per chiunque.
Loro non lo sanno, di essere infelici, quindi sono contenti.
E' come il calabrone che vola perchè non sa che non potrebbe farlo.


E adesso non preoccupatevi se vi ho depresso, e non me ne vogliate.
Come già ho scritto, la felicità è un concetto sopravvalutato.
Ricordatevi questo, e sarete felici.




mercoledì 2 marzo 2011

On the road (again)



P1000144Sì, almeno credo di sì, credo fermamente che si possa raccontare un pò di tutto, avendone la voglia e l'inclinazione naturale: anche un bel prato verde partendo da una fredda rotaja.

Lasciandosi Claudio il benzinajo alle spalle, si entra in Valacchia.
Almeno questa è l'impressione.
Sulla sinistra, un'occhiata fugace che rischia di farmi schiantare sul furgone carico di stronzi targati A.S. (Pallavolisti? Calciatori? Criceti?) che mi sorpassa a mille all'ora: un macabro residuato vegetale, un abete vecchio e rincoglionito a cui è stata tranciata via la testa, pelato e secco, una grottesca ripetizione dell'albero della cuccagna, carica di nulla. E già ti aspetti, sotto quel cielo plumbeo (immagine inflazionata) che un Vojvoda feroce e sanguinario vi conduca alla rovina e al pubblico ludibrio decine di turchi, di azab, di spahi, catturati per le pendici dei colli e destinati all'impiccagione, sempre pei colli glabri e mal lavati.
La luce è primordiale, la strada una via affettata di vedere tutto, sussiegosa, altera e sbilenca nel suo peregrinare.
Si sale e si scende, attenti ai lupi, attenti alle cariche di akinji che cercano di stanare fieri transilvani dalle pendici dei monti.
Poi, com'è come non è, è come andare a Nord, anche se ci dirigiamo a Ovest, il sole basso negli occhi che si sdoppia nelle nuvole a formare un'orifiamma a forma di clessidra.
Dio lo maledica.
Andando a Nord si scolletta, e il paesaggio cambia.

Un sorriso che squarcia il velo tetro delle nubi, il sorriso del Soldano di Bisanzio cantato da Chesterton, quello che insanguinava la foresta della sua barba, e gli eroi dei balcani diventano fantasmi.

Si arriva in Slovenia. La boscaglia dopo Monte Lupo (di rumena memoria) declina in una più nordica e serafica foresta slovena, carsica e pneumatica.
Un camion di fronte a me mi rammenta di quando, lì sì davvero girovagando per il carso, mi trovai, assieme alla mia ineffabile navigatrice, stampato dietro un TIR in salita, la peggiore delle condizioni per chi cerchi di viaggiare senza ritardi, francobollato al suo retrotreno su di un'erta che tagliava -senza neppure lasciare la cicatrice- tutta l'Istria, scivolando tra albero e albero, tra una baita e una scuola deserta.
Nove lune mi ci sono volute per sorpassarlo, in quella strada larga come i fianchi di una dodicenne. Non lo rifarò. Mai più.
Ma dopo Monte Lupo la strada è larga, si sfreccia via senza accorgersene, e il bisonte della strada resta dietro di noi mentre posso contemplare alberi: radi, e nuvole: sfilacciate.



Gli alberi vanno in cenere, l'aria fredda diventa più calda.



L'ennesimo passaggio di tunnel mi regala un nuovo cambio di paesaggio.
Come quando passi da Genova, e da un tunnel all'altro non piove più, anzi, esce un sole palermitano, per poi restituirti -il tunnel seguente- la stessa livida scrosciata d'acqua che ricordavi.
Ecco le dolci colline del Sussex, la bella campagna d'Inghilterra, con la sua aria congelata, la luce polare, il clima felicemente mite quando non piove, e le colline che dolci si montano l'un l'altra, liberando all'aria il più bel verde che si possa immaginare dopo quello d'Erin.
Qui purtroppo il verde non c'è. Non ce n'è molto, almeno, anche se mi sembra -a costo della seconda sbandata- di vedere un vecchio lord attraversare un campo, nei pressi di uno scannafosso, con la doppietta aperta sottobraccio e il setter di cent'anni, macchia fulva e guizzante blandamente controluce che trotterella tra i suoi piedi e l'orizzonte a cavallo della collina, felice come solo un cane che caccia il fagiano e si scioglie nel sole.
Ci sono campi di mais, però, campi sterminati, secchi alla luce che si nasconde dietro le prime alture, che restituiscono il loro raccolto a chi l'ha partorito. E mi devo fermare, mentre Renan mi canta le sue radici, per cercare le mie.
Riparto attraversando le tumulilande, dove tornano vivide le impressioni di qualcosa di antico, fantasmi sospirati fuori dalla terra arata, cumuli verdi nel piatto niente che promettono tesori e maledizioni, a cui non è saggio avvicinarsi (ce lo ricorda Aragorn) e arrivo a uno stralcio di civilizzazione da ignorare, che mi chiede il pedaggio, il guiderdone, la decima.
Dai a Cesare ciò che Cesare userà per costruire le arterie del suo Impero, e passa oltre.



Cambia quella bella sensazione di comodità. La sensazione di una parte da protagonista in questa piccola guerra umana lascia spazio alla familiarità dell'essere in una gabbia di comando.



Le colline azzurre, sull'estremo occidente della terra di mezzo, dimora dei nani dei monti, nella tranquillità tra il mare e le pianure di Brea e della Contea.
Tant'è quello che si staglia ai miei occhi: il blu elettrico di monti carichi di metallo, scavati al loro interno da generazioni di bipedi affrettati, con la più bella pianura del mondo srotolata ai loro piedi come il tappeto dell'Aga Khan a ritorno dalla campagna d'Europa. E più lontano: il mare, che scintilla senza molta convinzione al sole che ormai se ne è andato, che si agita inquieto come nei miei sogni illuminato da un cielo scuro e minaccioso.
Mentre passo via, veloce come una cambiale in scadenza, e sfreccio ignorando volutamente i limiti, mi accolgono gli scoppi degli eterni fuochi d'artificio delle palme sulla mia sinistra.
Bentornato a casa, bentornato per restarci.



E così mi sento: come un pesciolino che nuota nella sua vecchia palla di vetro, cercandone un altro.



E così mi sento di dire: che -in ultima analisi- i posti sono sempre gli stessi.
Come le persone.
Cambiano le prospettive e le sfumature, alla fine è tutto una questione di luce e di volontà.

mercoledì 16 febbraio 2011

Quando piove ci si bagna

charlie_brown_in_rain
Diceva così il vecchio maestro zen. Inconfutabile, inappellabile e fuor da ogni sordido giro di ragionamento e parole. Ma la gente, si sa, gradisce assai lo zen da taschino, quello che si tira fuori per manomettere la motocicletta o per sopportare la suocera.
Lo zen e l'arte di piacere alle persone. Sì, come no, proprio un'arte...
Lo zen e l'arte del tiro al piccione.
Lo zen e la scomparsa di Majorana.
Ma andiamo con ordine, e diamo ciò che si deve dare a Cesare.
Stamattina -come tutte queste mattinate salse di febbrajo- non è stato facile levarsi dal letto. Sognavo: cani, anzi un cane. E volevo vedere come andava a finire. Poi i primi timidi raggi di luce si sono fatti strada tra le nuvole, tra le persiane, tra le coperte e tra le palpebre, e io, commosso da tanto impegno, ho deciso per una risoluta scrollata alle coperte.
Fuori pioveva. Una giornata uggiosa, per dirla col Morto, già finita prima di iniziare.
Il tempo dedicato alle abluzioni e alla colazione mi ha consentito di apprezzare un certo qual filo di rugiada (in realtà: acqua piovana) che faceva sembrare la finestrella del bagno, con le sue sbarre, simile a quella della prigione di Cagliostro, dove fu rinchiuso (giustamente, quel fanfarone) dal mio caro trisavolo.
Ma le visioni pseudorosacrociane sul religioso erano indotte -e lo sapevo- dalla lettura di quel borioso di Eco. Dioceloconservi.
Una tragica spremuta, un caffè, ed ecco che ero tornato alla mia dimensione: Napoleone ad Austerlitz, che contempla con occhio serafico il campo di battaglia che si stende come un tappeto di caparbietà ai suoi possenti piedi.
Dalla finestra: l'eco lontana di colline nascoste dalla bruma della mattina, la cara nebbia di guerra che Von Clausewitz amava tanto raccontare, e più vicini palazzi anneriti dall'acqua, e sotto persone, PNG dolenti, sommersi dalla scostanza della meteorologia.
Un traffico fine a sè stesso, un baccanale di ombrelli, colonne intere, batterie di macchine con le ruote prese nel fango mentre tentano l'invasione della Polonia via Le Cure. Perchè, punto primo, quando piove si va in macchina.
Poco importa se devi andare a comprare le sigarette o ad accompagnare il figlio a scuola, l'acqua è nemica dell'uomo, e ci si intasa allegramente sul viale, strombazzando lieti.
Anzi, magari, in realtà si strombazza seccati, anche un pò stizziti, senza considerare il fatto che una delle cause dell'ingorgo siamo proprio noi, quindi inutile far mùggire la mucca: nessun'uomo è un isola pedonale, quindi non chiederti mai per chi suona il clàcson: esso suona sempre per te.
Il traffico stradale fa sempre un po' il paio con quello pedonale: pochi eletti, arditi corpi scelti tra la soldataglia motocarrozzata, tentano le impervie vie dell'acciottolato per intrufolarsi tra le linee, armati di ombrelli variopinti ed inutilmente ingombranti.
Il risultato: una ridda di cerchi colorati, una tonnara di passanti (radi) che nonostante l'esiguità del loro numero si intralciano l'un l'altro, agganciando maglioni a collo alto e cercando di cavare gli occhi al prossimo con quei dispositivi demoniaci che sono le stecche dell'ombrello.
Dico io: possibile che nel 2011 si riesca a progettare una sonda che raccatta cacca ancestrale e silicati assortiti sulla superficie di Marte e non si possa generare un ombrello che non rischi di trasformare chi passa in un Achab da marciapiede?
E intanto la buriana soffia, Moby Dick ci schizza con le sue ruote da 600 pollici e noi iniziamo a districarci stizziti ed arrabbiati per le vie pedonali che ritenevamo (hèlas) sicure.
Poco da farci: anche qui la colpa è nostra, nessun'uomo eccetera eccetera, e ci si risolve ad invocare sottovoce le qualità più terrene della madonnina, mentre salamelecchiamo cenni di scusa ed emettiamo borborigmi che dovrebbero suonare come convenevoli più o meno diretti al nostro prossimo.
Pèèèèèèèèè, mi richiama alla realtà (in questo esatto momento) l'orda di bestie cilindrate, mentre il capobranco giallo ed enorme, l'ATAF alfa, guida la rivolta, inceppato in una curva troppo stretta.
E' il miracolo della natura umana: andarsi ad infognare con le proprie mani.
Sia lode a Gesoo, brindo a questo.
E come se non bastasse, ci si mette anche la natura.
Che, se non ce ne fossimo accorti, sta piovendo. Arriva l'umido, arriva l'arietta malsana, e ci porta in regalo una calza piena di starnuti, malditesta, reumi e giramento di coglioni immotivato e preventivo.
Tutto questo contemplo, dalla mia collina, col tricorno bel calcato sui capelli radi.
La spalla mi duole, perchè ho la periartrite e la periartrite esce fuori col cambio di stagione. E un moto di commozione mi unisce a quelle vecchie ciabatte che alla prima nuvoletta si sentono bloccare la cervicale, accusano il dolore al callo e si pisciano addosso.
Siamo una generazione di meteoropatici, affibbiamo al barometro il variare del nostro scostante umore e impiccheremmo Torricelli per i dolori che sentiamo alle vituperate membra.
Come se fosse colpa sua.
La pioggia trasforma la nuda terra, calda e fragrante, madre di tutte le cose a noi note (come il caffè e la tecnocrazia) in vile fango, in spumentosa motaggine, in quella pappetta composta dai nostri fiori blu, e non me ne voglia il signor Q.
I cani sanno di chien mouillè, le cacche si liquefanno sui marciapiedi, i bar si riempono di gente umidiccia e trasognata, di auto e di ombrelli ne abbiamo già parlato, e sopra tutto ci resta un'indefinita sconsolata sensazione di inadeguatezza e di perdita.
Ma lo sapete perchè?
Perchè quando eravamo piccoli, se pioveva non ci facevano uscire a giocare.
E siamo rimasti tutti chiusi in casa a guardare la pioggia che rigava le finestre, senza poter farci nulla.
Perchè quando pioveva la gita della domenica era annullata.
Perchè quando pioveva non si andava al mare.
Perchè quando pioveva bisognava tapparsi e il meglio che ci poteva capitare era di uscire per forza, magari per andarsi a comprare un maglione di lana (di quelli che bucavano anche con sei magliette sotto) o per farsi trapanare un dente dal dentista.
Perchè siamo stati traumatizzati, e ormai non si vede più il vero assunto fondamentale, il succo della questione.
Volete lo zen da taschino?
Ve lo do io: inutile l'ombrello, inutile la macchina. Inutile correre tra un balcone e una tettoia, per evitare il fortunale.

Quando piove ci si bagna. Tutto qui.