lunedì 4 giugno 2012
Aggiungi cane
Quando ti danno i domiciliari succedono due cose, almeno a me. Primo: ti viene improvvisamente voglia di uscire per recarti nei posti più improbabili a cavallo della tua torpedo nera, posti tipo l'abbazia di San Galgano o Castel del Monte. O andrebbe bene anche il venditore di brigidini alla fiera, che anche se è sito qui dietro per me è come se fosse nel lontano Catai. Secondo: si incrementano le letture e -del tutto proporzionalmente- anche il giramento di coglioni.
Ho ovviato all'inaccessibilità della torpedo nera scegliendo di dotarmi di uno di quei trabiccoli moderni che vanno sotto il nome di "velocipedi", una diavoleria sgorgata dritta dalla fucina di Mefistofele che molto probabilmente mi condurrà alla morte, se non ci pensa prima il dotto biliare. Magari sarà la concausa, l'ultimo colpo al mio apparato cardiaco vessato da mille dispiaceri come quello del povero Fuhrer. Magari sarà un camionista moldavo con l'effigie di padrepyo sul cofano. Potendo scegliere, sceglierei la seconda fine, ha decisamente più stile ed è più in linea col personaggio.
Per quanto riguarda le letture, ovviare è stato più difficile, dato che non posso certo spostarmi con agilità ad acquistar volumi, ma in un qualche modo ho risolto anche quello. Quando posso faccio incetta di libri, quando non posso leggo su internet. Ed è giusto su internet che stavo leggendo una sequela di facezie sul blog dei Paguri, tra uno studio del Libro di Zohar e una ripassata del linguaggio dei segni che fa sempre comodo, quando ho avuto un'epifania. Too old to rock'n'roll, to young to die. Questo il titolo del post e di un bell'album dei Jethro Tull. Troppo vecchi per il rock e troppo giovani per morire. Svolgimento: "Siamo diventati insofferenti ed intransigenti. Se una cosa non ci piace deve andare in culo". Epifania: un fulmine mi attraversa il cervello. Allora non sono io che sono misantropo. E' solo la vecchiaia. O meglio, sono sempre stato misantropo ma la vecchiaia ha peggiorato (o migliorato, dipende dai punti di vista) la situazione. Incuriosito e affatto solidale col pensiero di Pagani & Caluri insisto nella lettura ed ecco che si svela l'arcano: abbiamo passato troppo tempo a dare il beneficio del dubbio ad ogni cretino, a cercare di risolvere ogni situazione. Abbiamo sprecato un mucchio di energie a sopportare gente del menga, a dare nuove opportunità, a tentare di non elargire giudizi affrettati e a berci tutte le patetiche scuse che ci venivano presentate. Ora che il tempo inizia a scarseggiare non è più il caso di perdersi in simili cazzate: ergo, se una cosa non ci piace, deve andare in culo.
Parole sante.
E, per quanto mi riguarda, in culo ci devono andare in parecchi.
D'altra parte la vecchiaia ti insegna tante cose: a valutare le situazioni e le persone, a gestire meglio le risorse e -cosa non meno importante- a sbattersene con noncuranza del prossimo. Eh sì, sono diventato assai più prosaico. Non cerco più, se mai l'ho fatto, quell'anelito di bellezza nel creato: mi limito a cercare di comprendere il quadro d'insieme e evitare di essere sopraffatto dalla lotta per la sopravvivenza. Mors tua... Certo non ho perso la capacità di vedere in profondità, per così dire, di capire l'essenza delle cose, di non fermarmi alla superficie. Anzi, con l'età si affina l'abilità di andare dritti al nocciolo della questione, senza perdersi in sofismi adolescenziali e in frasi da baci perugina sul senso della vita, dell'amore, delle cose e dell'universo. Pian piano però ho anche affinato la capacità di vedere -come diceva il mio sensei- senza mettere a fuoco. Un po' come fa Messi quando gioca a pallina. Lasciare che la vista accolga il tutto in maniera indefinita per evitare di perdersi in un dettaglio insignificante a volte fa la differenza tra beccarsi una spadata dritta nel capo e riuscire ad evitare lo strale. A ben vedere, entrambi gli sguardi, per così dire, sono necessari a condurre un'esistenza lieta o ad uscire vivi da un campo di battaglia, eventualità quest'ultima che si rarefà vieppiù mentre ci inoltriamo nel terzo millennio, ma si sa mai... E' essenziale però capire quando si deve usare un metodo e quando l'altro, e questo è un dono che pochi hanno e anch'io non sono troppo sicuro di essere della partita. Diceva Tsunetomo, nel suo Hagakure, che un maestro una volta scrisse sul muro di un tempio (o di un dojo, chi se ne rammenta...) che bisogna considerare le cose importanti con leggerezza: il signore del feudo, uno shogun di cui non rammento il nome, scrisse sotto a questa frase che bisogna considerare le iniezie con gravità. Ecco, riuscire in questo proposito dovrebbe (e uso il condizionale obbligatorio) metterci al riparo per lo meno dalla nefasta tentazione di controllare ogni cosa e di gestire tutti gli aspetti della nostra esistenza.
Perchè esistono cose che -per definizione- sono ingestibili.
Gli imprevisti, le malattie, i sentimenti, le reazioni degli Estranei, l'andamento della borsa, i tunnel quantistici e via discorrendo. Per giungere alla situazione più grottesca che esista, ovvero il patetico tentativo di gestire la fine di qualcosa.
Che si tratti della fine di un economia, come quella che stiamo vivendo ora, della fine di una vita, della fine di una relazione o della fine di un impero, il risultato non cambia. L'illusione del controllo, la sensazione di fare qualcosa perchè finisca bene, senza grossi contraccolpi e come noi vogliamo è mera illusione: la fine è fine, e quando le cose finiscono finiscono e di solito è una cosa spiacevole. Niente di illogico o di trascendentale, si tratta di pura termodinamica. Entropia applicata alla vita di tutti i giorni: una volta che il dentifricio è uscito, non c'è modo di rimetterlo nel tubetto. E -vi prego- evitate di parlarmi di imbuti, che non è aria. D'altra parte, un insegnamento in questo ci viene anche dalla storia: prendiamo ad esempio la caduta dell'Impero di Occidente. Possiamo certamente definire il tentativo di Ezio, l'ultimo grande romano, di ritardare l'agonia dell'Impero sconfiggendo Attila ai Campi Catalaunici come un gesto nobile e coraggioso, per quanto disperato, ma la realtà storica è che è stato inutile. Anzi, forse pure dannoso, considerato il numero di vite umane lasciate sul campo di battaglia. E che dire del triste teatrino tra Odoacre e Romolo Augusto? Se l'Imperatore d'Occidente avesse mandato giustamente in culo il barbaro, rifiutandosi di consegnargli l'impero e magari assestandogli un calcio nei pelossissimi e ingiovibili testicoli, magari sarebbe morto qualche anno prima, d'accordo, ma ci avrebbe lasciato un'immagine migliore di sè e della fine di un mondo. E invece eccolo lì, a tentare di salvare la capra, i cavoli e il collo. Cosa che, va da sè, non gli riuscì poi tanto bene.
Meglio sarebbe lasciar che le cose vadano come devono andare e persistere nell'alimentare il disprezzo nel prossimo, piuttosto che allearsi con dei villani puzzolenti vestiti di pelli di cane (che fino a un mese prima bramavamo di colpire a morte con una vanga) al solo scopo di guadagnare qualche giorno o di far crollare il tutto con un tonfo più armonioso e morbido.
Diceva bene l'eroe dalla folta chioma, perdìo: muoia sansone, ma muoiano tutti i filistei.
Per cui, ben venga qualcuno che, alla prossima richiesta di un aiuto per l'economia (siamo in crisi, c'è il terremoto, l'undici settembre, le piccole imprese) emetta un rùto tonante in ghigna a questi avvoltoi e si dia alla macchia. Ben vengano quelli che, invece di portare un bòzzolo con le fattezze umane in pellegrinaggio a Lourdes, come vorrebbe il pastore tedesco, gli staccano la corrente e lo lasciano spengere come natura comanda. E ben vengano quelli che, lasciati dalla tipa o dal tipo, adottano come sistema per l'affermazione del sè una bella rappresaglia Kappleriana e rigano la vettura al bastardo. D'altronde, se l'alternativa è raccontarsi un mucchio di stronzate buoniste e ipocrite che servono solo a tenerci buoni il prossimo e non farlo incazzare e ripulirsi al contempo la coscienza misera e zozza (il paradigma italico dei tarallucci e del vino), bè, prefersico una buona dose di estemporanea e genuina violenza, che sia per rabbia, per vendetta o per il solo gusto dello spregio poco cambia. E' come dicevano i Paguri: siamo diventati intransigenti, andatevene nel culo.
In realtà esiste pur sempre una terza via. E, a guardare la Jugoslavia, non è poi così sbagliato cercare di imboccarla.
Se si guarda con attenzione, le uniche creature scevre delle malignità dell'animo, totalmente incapaci di mentire, prive di ipocrisia e inadatte al rancore sono le bestie. E, nella fattispecie, sto pensando ai cani.
Possiamo imparare molto da questi condomini per pulci. I loro bisogni primari sono molto semplici: cibo, cacca, cuccia e cagne. Le quattro C. Come dicevano i Fir Bolg, che erano un po' pulciosi anche loro, "flags, flax, fodder and frigg". Che è più o meno la stessa cosa: qualcosa per stare caldo, un posto per dormire, qualcosa da mangiare e qualcuno con cui accoppiarsi. Piuttosto elementare. Inoltre, sempre dai cani possiamo apprendere due comportamenti assai utili, che una volta facevano parte del bagaglio culturale di ogni nobiluomo, ma che oggi si sono un po' persi.
La capacità di levarsi di tra i coglioni quando non richiesti e -in special modo- quando si è evidentemente disutili e di intralcio (come facevano un tempo Inuit e Giapponesi e come più nessuno fa) e la capacità di leccarsi le ferite in santa pace, senza scomodare catene di santi, avvocati o schiere di leziosi conoscenti che assentiranno ad ogni vostra sortita solo perchè così bisogna fare (nel caso in cui voi siate uomini di sesso maschile) o perchè consolandovi e dandovi ragione possono provare ad infilarvisi nelle mutande profittando del momento di massima remissività (nel caso in cui voi siate uomini di sesso femminile). Ecco, più che di tanti discorsi credo che di questo abbia bisogno il genere umano: di più cani. Quindi: fatevi i cazzacci vostri, non raccontate -se possibile, almeno provateci- stronzate al prossimo e a voi stessi solo per mettervi in pace l'animo e datevi una bella lèccata.
E se non trovate ferite, meglio così: al più potete sempre fare come il cane di Betto.
mercoledì 30 maggio 2012
Oltre il sandalo
Si narra che, ai tempi dei tempi, quando la televisione non era ancora stata inventata e i terremoti sì, ma avvenivano giustamente in silenzio nel disinteresse dei popoli lontani, il grande pittore Apelle (sì, quello della famosa palla) stesse dipingendo un ritratto (sì, proprio in quel momento).
Dato che Apelle era il più grande pittore della grecia antica, e questo voleva dire a quei tempi essere il miglior pittore del mondo conosciuto, è facile immaginarcelo vagamente tronfio e borioso, oltre che basso, segaligno e col naso aquilino, chè se fosse stato alto dieci cubiti e muscoloso come Ermes non avrebbe fatto di sicuro il pittore ma tutt'al più l'atleta o il soldato, mestieri tenuti assai di conto in quella società di guerrafondai e tagliagole.
Quindi, c'era Apelle che dipingeva, quando ad un certo punto arriva un ciabattino e inizia ad esaminare il dipinto del nostro, trovandolo insoddisfacente.
Ora faccio una piccola digressione.
La vita è piena di ciabattini.
Mi spiego meglio: la vita è piena di infiniti cialtroni, di parassiti, tronfi strusciatori di muri e saccenti di abissale ignoranza che si spacciano per grandi artisti, letterati, critici ed esegeti, e raccolgono il più delle volte pure il plauso e l'ammirazione di tutti quei poveri babbalèi che non riescono a distinguere un uomo di valore da un disutile ammasso di macinato e una farfalla monarca da un boiler da 25 litri. Beati monoculi eccetera...
Questi individui, che solitamente presentano un livello di abilità che definire amatoriale è un complimento, per di più in campi molto ristretti (i.e.: il suonatore di bonghi, il collezionista di farfalle, il regista di cortometraggi di questa ceppa di minchia, et sequitur), hanno la peculiarità di sentirsi assai in gamba e del tutto "arrivati", arrivati poi a cosa non si sa, ma è un termine che usa negli ambienti "in" quindi lo userò anche io; ed hanno una distorta ed ipertrofica immagine di sè, della loro collocazione ed importanza nel mondo e di tutto quello che gli è dovuto e concesso.
Un umwelt piuttosto peculiare, verrebbe da dire, senz'altro appannaggio dell'ottenebrazione dei di loro sensi e del di loro comprendonio, frammisto a vaghe forme adulatorie che promanano da coloro i quali neppure le capacità amatoriali in campi ristretti (e così alla moda, diciamocelo) hanno, e si accontentano della gloria riflessa, o per lo meno di quei timidi barbagli che colgono nel povero di spirito e sostanza, essendo quelli che di spirito e sostanza ne son ricchi troppo incomprensibili alle menti semplici.
Ho perso il filo.
Per farla breve: questi loschi ed oscuri personaggi non solo hanno il cattivo gusto di aggirarsi per il mondo e di consumare ossigeno, cosa di per sè deplorevole: non paghi, leggitimati a ciò dalla vana adulazione dei mentecatti che li stimano assai ganzi e à la page, si impicciano con fare sussiegoso delle altrui faccende, pronti a metter il non richiesto becco un po' in tutti i campi, specie in quelli dove la prudenza e la consapevolezza dei di loro evidenti limiti dovrebbero suggerirgli un più consono riservo.
Fanno parte della categoria i vecchietti che criticano i lavori, le comari pettegole e zitelle, il capoufficio che vuole dirvi come fare il vostro lavoro, quelli alternativi perchè hanno i capelli sudici e brignoccolosi e voi no, quelli che commentano i film ma pensano che Cinemascope sia la cooperativa che pulisce le sale di proiezione, gli artisti di questo pajo di zavorre, quelli che riescono a sembrare intelligenti perchè parlano poco e quando lo fanno non si capisce mai che stracazzo dicono e gli improvvisati dietologi/filosofi dell'alimentazione alternativa, bio e salutare nonchè macrobiotica e vegana.
Ma non è tutta colpa loro, beninteso: la colpa è di tutti quei tangheracci che continuano a dargli importanza. Per fare un esempio molto facile: per me un vegano potrebbe avere qualcosa da insegnarmi se avesse la pelle verde e provenisse per l'appunto da quella stella della quale porta impunemente il nome. Per qualcun'altro invece no.
E questo è il motivo per cui votare il Dvce sembrava ai più una buona idea. E a me no.
D'altra parte, cosa ci vogliamo aspettare da un popolo incapace di rispettare le file del bus o di tirare l'acqua del vaso, un popolo che casca in tutte le baggianate che finiscono su internet (scie chimiche, Haarp, alieni che disegnano cazzi nei campi di grano, profezie di popoli estinti per un banale rinovirus, catene di santantonio destinate a raccogliere fondi per un bimbo del Uaioming malato di xenofluorite dissociante venosa...) ho riperso il filo, oggi sono distratto. Capita quando le cose si prendono ariose, ma riedo subito sul seminato.
In ogni caso, stabilita la gerarchia delle colpe, va da sè che non bisognerebbe essere molto tracotanti: al contrario bisognerebbe essere affatto cauti. Si può essere pieni di sè e dare le pappine in testa al prossimo senza voler per forza aver ragione in campi che non ci competono, specie se siamo ignoranti come le capre zucche, sennò si rischia di fare la fine di Antioco.
Antioco era Re dei Seleucidi, ed era un uomo assai tronfio. Un bel giorno che pioveva che dio la mandava, decise di affrontare i romani, che stimava inferiori in battaglia, in una amena località dell'anatolia.
I romani erano effettivamente inferiori, sotto alcuni punti di vista: alle legioni, pur temibili, del'aquila repubblicana il buon re mediorientale poteva opporre spregiosissimi elefanti corazzati, terrificanti carri falcati che seminavano morte e desolazione ovunque passassero, la superba cavalleria catafratta, corazzata da capo a piedi e innumerevoli arcieri orientali con potenti archi composti.
Andò a finire che la pioggia bagnò gli archi, rendendoli inutilizzabili. Poi i romani presero a sassate i cavalli legati ai carri, facendoli imbizzarrire: questi, senza controllo, finirono dritti sulla lentissima cavalleria catafratta, facendo un macello. Nel contempo, anche gli elefanti pensarono bene di farsi prendere dal panico, travolgendo le file di falangiti macedoni, scompaginandone le linee ed esponendoli al massacro.
Fu così che il tiranno trovò la rovina per aver fatto troppo affidamento sulle sue risorse: di errori di calcolo delle proprie forze spesso una volta si periva, ora è più facile fare una figura barbina e basta, ma il senso è quello.
E dato che piano piano ci siamo avvicinati alla Grecia, non ci resta che fare il salto dei Dardanelli e ritornare dal nostro Apelle, che alla fine da lui siamo partiti e di lui ci interessa.
Eravamo al punto ove il ciabattino stava esaminando il dipinto di Apelle. E, non resistendo alla tentazione di criticare, dato che di calzari se ne intendeva più del pittore, fece notare a quest'ultimo come avesse mal rappresentato il sandalo del soggetto disegnato. "E questo qui sarebbe un sandalo?" stronfiò, storgendo la bocca "Sembra più che il soggetto abbia pestato una merda." Apelle, che era sì tronfio ma anche intelligente, si rimise al giudizio del ciabattino, anche se in cuor suo, se avesse potuto, lo avrebbe fatto sbranare dai cani. Cancellò quindi la parte incriminata, correggendo, secondo i dettami dell'esperto, la raffigurazione della babbuccia della discordia. Una volta soddisfatto questo capriccio, il ciabattino ci prese gusto, ed iniziò a criticare con alterigia tutta una serie di particolari che, a suo parere, erano mal raffigurati. E il ginocchio era troppo a punta, e il pacco troppo piccolo, e la veste troppo sgargiante, e il naso troppo giudeo, e via rampognando. Ma Apelle, anche se era intelligente era tronfio, e colse al balzo l'occasione per vincere la bella sull'impiastro importuno. Con la calma serafica dei giusti difatti squadrò l'artigiano e sentenziò: "Sutor, ne ultra crepidas.", che suona più o meno così: "Ciabattino, non andare oltre il sandalo.", cio a dire che non dovrebbe preoccuparsi di cose che non gli competono il primo bischero che passa, e invece sòn tutti lì a cercare di dire la loro sul nostro.
Per giunta, incappando in topiche colossali delle quali neppure si rendono conto.
Ma è inutile arrabbiarsi: basta fare come Apelle, e ricordare ai ciabattini di occuparsi di pantofole, che noi qui siamo a lavorare sul serio, mica e tener a bada tutti i cretini che hanno voglia di aprir bocca e dargli aria.
E' capitato anche a me, non era la prima volta e non sarà l'ultima. Non me ne cruccio: so di essere in buona compagnia se è vero com'è vero che anche il patriarca di Ferney una volta disse che la sciagura più grande che capita di solito ai letterati non è quella di essere invidiato dagl'inetti, vittima di intrighi o odiato dai potenti, ma quella di essere giudicato dagl'imbecilli.
domenica 4 marzo 2012
L'écume des jours

"L'Enfer, c'est les autres." (J.P. Sartre)
L'inferno, sono gli altri. Può essere, nel bene o nel male può essere. Non per essere tacciati di faciloneria misantropa, che da quando c'è il dottor Casa è diventata un pregio anzichè una terribile tara, ma può essere. D'altronde anche Lacan identificava nell'Altro, con la maiuscola, che è importante, il simbolico: luogo dove l'inconscio opera, ripetendo senza resistenze. Ma questa è accademia, e la cattedra non mi si addice.
Certo è che l'Altro è luogo misterioso e pieno di insidie, dove la nostra coazione a ripetere, infima nevrosi compulsiva, si scontra con l'io e genera un mucchio di casini, rovinando così anche queste benedette relazioni con l'altrui locus. Di qui: l'enfer, c'est les autres. Un inferno che ci scegliamo e ci plasmiamo da soli, non in noi ma in chi ci circonda. Che la colpa sia nostra o di questa massa di superflui galoppini inconcludenti, il risultato non cambia: si soffre. Almeno qualcuno.
Io traggo giovamento da eventi celesti, stante il fatto che l'umanità mi repelle e io repello lei, come il famoso collare antipulci. Traggo giovamento da questi cieli azzurrini, tersi nella calda promessa di una primavera, nei quali all'ora del crepuscolo, al calar dello stellone, si possono vedere fermi come le luci di un posto di blocco della finanza, tre astri che i più cialtroni di voi avranno scambiato erroneamente per stelle e che stelle non sono, rifulgendo essi di luce riflessa.
A latere, con la faccia da mercante, sta il piccolo Mercurio, in mezzo (ma in mezzo rispetto a cosa?) Venere, bianca e splendente come un tiro di cavalli russi, e accanto ad essa, approfittando dell'assenza di Marte, che arriva la notte tardi come tutti i bècchi che si rispettino, il grasso e lubrico Giove, che in questi giorni inutili di marzo si avvicina lemme lemme a congiungersi con quel puttanone sidereo che è la Stella (impropriamente detta) del Mattino.
Insomma, un bel guazzabuglio celeste, e c'è da sperare che Mercurio non spifferi tutto a Marte, che arriva accompagnato da Saturno. Il quale -si sa- ha un pessimo carattere, e insomma tutto rischia di finire in una volgare gazzarra da osteria.
Qualcuno mi accuserà d'esser poco serio e attendibile, anche un po' infantile se vogliamo.
Sia, e allora?
Sempre meglio ch'esser musoni e pragmatici, come quegli individui che per fantasticare hanno bisogno delle illustrazioni e che subordinano le relazioni affettive al proprio ego e al proprio lavoro. Giovani (ma più spesso: vecchi) yuppies rampanti, anninovantissimi, in carriera, col telefonino che usano solo ed esclusivamente nei ritagli di tempo alla guida della motocarrozza, con la colf, il torneo di squash il giovedì e il filmetto di qualche registucolo radicalsnob da guardare in silenzio imbarazzante con la squinzia di turno.
Con la risposta sempre pronta, con le certezze e mai coi dubbi. Mai.
Mi fanno paura, a me, le persone senza dubbi, le persone sicure di sè. Quelle che non fallano mai. Come se fosse un pregio, la sicurezza.
Perchè da piccoli ci mandano a scuola. Ci insegnano le cose. Ci insegnano la filosofia, che a sedici anni non la capiamo. Ma quando studiamo Socrate ci piace, perchè sa di non sapere. Ci piace Schopenhauer, perchè oscilla tra la noia e la disperazione. Ci piace star male, lo spleen, il mettersi in discussione per crescere. Poi succede che il corpo ci cresce da sè. Non è un merito, come diceva Mafalda, parafrasando Quino, succede e basta. Non c'è onore, non c'è maturazione nella crescita. C'è solo l'appesantirsi di un corpo snello, l'incancrenirsi dei difetti, il perdere la voglia di confrontarsi. E la chiamiamo sicurezza, e c'è sempre qualcuno che crede sia un pregio e che ci casca.
Io sono come Bob Rondels, invece. Meglio non crescere mai. Se quelli maturi sono come Bruno Vespa, non voglio crescere mai. Se quelli maturi poi marciscono, non voglio crescere mai. Rimarrò così, acerbo, con la pancetta ma acerbo, pelato ma acerbo. D'altronde, come diceva Eraclito, tutto scorre. Perchè affannarsi a semplificare il lavoro all'entropia? Rendiamogli almeno la vita difficile.
Tutto scorre, certo, tutto cambia, le stagioni passano e ritornano. Da qui lo vedo bene, da questo scorcio bucolico. E' che ci hanno fregato.
Perchè se ci fermiamo a guardare, senza neppure dover fare troppa attenzione, salta all'occhio. Che dopo l'inverno, c'è di nuovo la primavera, foriera dell'estate bella e maledetta. E sarà sempre così. Perchè allora solo noi vogliamo fermarci nell'imbrunire della gelida stagione? Perchè mai dopo un duro inverno dell'anima non dovrebbe esserci una nuova, infantile, primavera? Tornare indietro viene sempre dipinto come un grosso errore quando è la natura stessa che lo fa ogni 365 giorni e qualche ora.
Quando arriva a un punto morto, semplicemente riparte da capo, dalla propria immarcescibile infanzia. Come un ripristino dopo un crash del sistema. Qui sì, qui si vede bene.
Lo sbocciare dei piccoli fiori blu.
I primi fiori dell'anno sono tutti blu, che fosse questo che voleva dirci Queneau? Api che ronzano tramortite nella caligine del primo mattino, formiche che riprendono le loro vie della seta, da Damasco al tiepido nido nel pino, ricci che escono dal letargo per saettare nottetempo incontro al destino pneumatico; tra poco ci saranno le farfalle e poi le lucciole, che non vedranno mai l'inverno.
Buon per loro.
E la mattina, il tappeto appena lavato di mia cugina spande odore di pulito per chilometri, mescolandosi, steso alla finestra, col profumo della terra. La salvia marcescente e rinsecchita emana un lieve odore di santità, come ti aspetteresti dalla salma di Lenin. I bambini schiamazzano, saltandomi addosso, tirandomi per la giacca, in un profluvio di pulito e di sporco.
Sotto la pergola ho atteso, attorniato dal glicine odoroso, la mia vecchiaia. Affacciato su un nastro di strada lungo come un litorale, che segna il confine tra il porto e l'ignoto, attendevo promesse di navi cariche di spezie e di speranza. Su questa battigia s'è infranta la schiuma dei miei giorni, densa come solo una buona stout, olente di pelle al sole e di sale, di resina e di risate. La schiuma di un Vian senza tempo e senza jazz, con tanto di giovanotti nullafacenti, di cuochi, di topi parlanti e di fiori. Un schiuma interamente vera, perchè me la sono inventata e raccontata con passione.
E poi per il cammino dell'estate è arrivato l'inverno.
Sono cambiati gli odori, la pergola s'è fatta riparo dalla pioggia, ed io ormai vecchio ho atteso la mia giovinezza, di fascistissimo richiamo storico -d'accordo- ma di rivoluzionaria ontologia, come quella d'un imberbe gappista.
E adesso ritorna quello che Ungaretti chiamava uno scintillamento nuovo. Again and again. Sarà così anche quando non sarò più.
Nel frattempo, aspetto l'Altro, mon enfèr, dritto sul pontile, con lo sguardo eretto all'avvenire.
Fisso al sole nascente.
E adirato, ma solo un po', all'imbrunire.
venerdì 17 febbraio 2012
A clockwork blue

"Oggi sono giù e depresso/
ci vorrebbe un po' di roba."
Vanitas vanitatum et omnia vanitas, il Qoelet, l'Ecclesiaste, se letto col giusto senno laico, è uno dei libri più belli che siano stati scritti con l'intento riprovevole di edificare l'uomo sulla via di Damasco. Tutto è vano, tutto è vanità. Stasera mi sento così, c'è poco da fare, dev'essere il lato peggiore della sindrome maniaco depressiva, oppure è solo un po' di sana malinconia.
Ti affacci alla finestra sorseggiando un pessimo caffè, una lieve perturbazione nell'aria, un alito di vento tiepido e il sole che fa finta di scaldare. Fuori, qualche bocciolo di tarassaco e piccole api coraggiose che cadono stremate di fronte ai primi timidi fiorellini.
Mi vengono a mente le belle api d'oro ricamate sui mantelli dei merovingi, quelle trecento api che verranno donate dall'Imperatore Sacro e Romano a quel cialtrone di Luigi XIV, il Re Cristianissimo che per eccesso di umiltà si faceva chiamare Re Sole, il pallone gonfiato che cacciò il Prinz Eugen von Savoien dalla sua corte perchè aveva osato guardarlo dritto negli occhi (salvo poi mangiarsi le mani fino alle regali nocche anni dopo, quando il sommenzionato finocchissimo Eugenio travolse i Turchi a Zenta al soldo degli odiati Austriaci), discendente dei viziati d'oltralpe che permisero ai peggiori ceffi barbareschi di far base nella bella Provenza, per saccheggiare le coste d'Italia. Così, per spregio.
Chissà perchè poi mi vengono a mente certe cose.
Mi viene anche a mente che dev'essere stato in una giornata fasulla e vigliacca come questa che è stata decisa l'invasione della Polonia o che i Beatles hanno deciso di sciogliersi. Ci sono sempre giornate che si fanno belle per nascondere il carico di merda che portano.
Ma mentre accompagno il cane a pisciare, schivando tra i vapori del sonno e la luce del primo sole un tir che mi viene incontro come un elefante del Barca, mi sovviene il perchè di tutti questi miei ricorrenti pensieri storici.
Sono come Cidrolin, che sognava d'essere il Duce D'Auge, che sognava d'essere Cidrolin.
Poco importa se è perchè aveva ragione Dawkins e la memoria storica si tramanda nei geni o è perchè sono un po' rincoglionito. Il risultato non varia.
E mentre il cane piscia allegro e annusa ogni filo d'erba, testando la mia pazienza, mi rendo conto che le decisioni di persone più influenti di me sono state prese in contesti simili.
Imperatori, Re, Satrapi e Tiranni hanno deciso esecuzioni, invasioni, soppressioni e rivoluzioni mentre guardavano insonnoliti il proprio cane che pisciava, o mentre cacciavano col falcone, o mentre stavano seduti su di una sedia stercoraria, spremendo il colon per liberarlo dalle troppe portate di majale con le mele.
Come disse Onoff, non bisognerebbe mai conoscere i propri idoli: si potrebbe scoprire che i versi che ci hanno fatto tanto sognare li hanno scritti sul vaso, aspettando una bella scarica di diarrea.
E allora Cidrolin pensa d'essere Auge ed è normale.
Cidrolin è un perdente, non combina nulla, non gliene va bene mezza, è -come si dice qui- come i cucchiai. Non ne infila una. Si disprezza in segreto, perchè farlo apertamente sarebbe troppo facile e paraculo. Il suo è un disprezzo vero e sentito, carico di colpa. Ma piace a tutti, tutti gli vogliono bene, è saggio, buono e intelligente, si fa gli affari suoi... è l'amico che tutti vorremmo, a parte lui. Cidrolin, come Groucho Marx, non vorrebbe far mai parte di un club che contasse tra i suoi soci uno come lui. Strana la vita.
In ultima analisi, fa parte di quella schiera che nel terzo millennio definiamo magnifici perdenti. Gli eterni "esimi", neppure secondi, quelli pieni di belle qualità inespresse e tristi senza motivo. Quelli che ce l'hanno quasi fatta. Attenzione, non sto parlando dei mediocri. I mediocri, chiariamolo una volta per tutte, sono le persone senza qualità, quelle di cui non trovate di meglio che dire "è una brava persona". Quelli fatti e messi lì. Sono persone che di solito hanno un'influenza pressochè nulla nella nostra vita, si sentono più intelligenti del prossimo e pontificano senza sosta pur se hanno lo stesso QI di una pirofila. Individui di tale schiatta io li nomino "superflui" e li catalogo sotto la voce "carne da cannone".
Ai tempi di Luigi XIV sarebbe stato facile liberarsene senza troppi problemi, ma tant'è.
Tornando a noi, il savio triste, il meraviglioso perdente, è persona piena di intelligenza, senso dell'humor e autocritica, sarcastica, vitale, intraprendente, sfortunata e solitaria. Fanno parte di questa categoria Cirano de Bergerac, Cervantes e il suo Don Quijote, Paperino, il Calais FC finalista della coppa di Francia, tutti i personaggi di Sartre e un'infinità di persone sconosciute perchè non assunte all'onore degli altari.
Più celebri sono invece le loro controparti che hanno avuto fortuna. I vari Duchi D'Auge. Ovvero: quelle persone che, pur al vertice del successo, inteso come affermazione sociale (e non di sè), si sentono tristi e inadeguati. Hemingway, Diocleziano, il battaglione di cantanti morti a 27 anni, il povero Itle, Napoleone e Frodo Baggins.
Tutti loro hanno assaggiato il potere e il successo e l'hanno trovato indigesto. Sic transit, erano tutti dei Duchi D'Auge che sognavan d'essere Cidrolin. In un gioco di specchi in cui un'immagine screziata ne rimanda un'altra opposta ma uguale, uguale il disagio, stessa la tristezza, che non è meno giustificata -se vogliamo- dall'aver più soldi o più potere. Ci sono mediocri che -una volta raggiunta la gloria- se ne pascono e vivono alla grande. Esseri ai quali poco basta: qualche soldo in tasca, l'euforia del comando, la possibilità di pagare qualche puttanone e di telefonare in questura per dire che è la nipote di Mubarak (liberare immantinente), l'ebbrezza di poter licenziare un sottoposto. In breve: la mera soddisfazione delle pulsioni più triviali.
C'è tutta una categoria di persone che basa la propria vita, i propri affetti, su questa scorta: soddisfare i bisogni più immediati e terreni.
Divertirsi.
L'ho fatto perchè mi andava.
La vita è una sola.
Ogni lasciata è persa.
E amenità simili. Spesso persone simili amano circondarsi di persone "divertenti", perchè gli altri rimandano loro, come deformato da uno specchio degli orrori, il loro animo meschino e le loro bassezze. Meglio essere in compagnia di coglioni superficialotti ed economici. Se il successo arriverà (e spesso arriva, perchè a questo genere di persone di solito le cose vanno bene, dato che non calcolono MAI le conseguenze delle loro azioni) bene, se non arriverà pazienza, non se ne accorgeranno mai, persi nella loro sciatteria, e crederanno anche di aver avuto una bella vita, spirando in pace.
Mi manda in bestia.
Sul serio.
Mi viene voglia di vederli morire insoddisfatti, di vedere sul loro volto agonizzante il rimorso, di leggervi il rimpianto. Ma probabilmente sono i geni che parlano, i miei avi -che disprezzano la carne da cannone- che sgomitano nei recessi del DNA, oppure è tutta invidia, chissà.
Resta il fatto che mentre il cane annusa le pisciate degli altri cani, attività evidentemente basilare per la sua struttura mentale e per la definizione di un "sè" canino coeso ed equilibrato, mi trovo a pensare a Carlo V.
Un uomo che tenne in pugno l'intera europa, governando per anni su di un Impero su cui, si dice, non tramontava mai il sole. Da Vienna alle Fiandre, da Milano alla Spagna, con le sue colonie nel Nuovo Mondo. Un'autorità amata e rispettata, temuta come un blitzkrieg della finanza. Un generale che umiliò i propri nemici, trascinandoli in catene e nella polvere. Un monarca assoluto come ne esistevano nel sedicesimo secolo. Ma, in definitiva, un uomo tanto triste da esser chiamato dai sui contemporanei "L'Imperatore senza sorriso".
E così si spense il vecchio Romanissimo Imperatore, che abdicò al trono a 56 anni, per ritirarsi nella sua Spagna a riparare orologi, in compagnia di un italiano che, per sollevargli il morale, costruiva per lui i più begli automi meccanici che siano mai stati fatti. Giocattoli a molla, fontane d'acqua, piccole dame che danzavano e suonavano. Tutto inutile, l'Imperatore non rideva mai e passava il tempo coi suoi amati orologi, smontandoli e rimontandoli come un artigiano da due lire, cercando in tutti i modi di farli andare con lo stesso passo, di far segnare ad almeno due di loro la stessa ora.
Macchè. Niente da fare.
Finchè sbottò, in lacrime, di fronte alla vanità delle opere umane. "Non riesco a far segnare la stessa ora a due dei miei orologi" -disse- "Come potevano pretendere che facessi andar d'accordo migliaia di persone?"
L'umanità di questo lamento mi risuona nelle orecchie da 500 anni, con la sua rassegnazione, il suo carico di umile disperazone, di senso di inadeguatezza.
Difficile, mi dico, far andare due orologi in sincrono. Molto difficile.
E mentre finalmente il cane ha deciso che vuol tornare a dormire davanti alla stufa, mi dico che l'umanità non si divide in persone potenti e misere, ricche e povere, tristi o allegre, belle o brutte. Ma in persone che cercano di far funzionare gli orologi e in persone che se ne fregano. Tutto il resto è fuffa.
venerdì 3 febbraio 2012
Timeo Danaos et dona ferentes...

"Aut haec in nostros fabricata est machina muros
Inspectura domos venturaque desuper urbi,
Aut aliquis latet error: equo ne credite, Teucri.
Quidquid id est, timeo Danaos et dona ferentes."
Che tradotto dal bel latino di Virgilio suona più o meno così: "Questo trabiccolo che avete fatto entrare in città mi pare fatto apposta per spiare le nostre case, cari i miei concittadini boccaloni. Da parte mia, non mi sono mai fidato dei greci, che fino a ieri parevano volerci sbudellare tutti, e oggi mi pare ancora più strano che ci lascino un bel regalino disinteressato. Poi fate voi, ma io per sicurezza gli darei fuoco."
Quelli di voi che hanno un minimo di dimestichezza con la lingua di Cesare si saranno accorti che la traduzione che ho testè compiuto non è letterale. Ma quelli di voi che hanno dimestichezza con la lingua di Cesare saranno si e no un pajo, se va bene, quindi andiamo oltre. Come si evince dal testo, il buon Laocoonte era abbastanza preoccupato, e a buona ragione. Chiunque abbia letto l'Eneide non avrà potuto che scuotere la testa di fronte all'imbecille ottusità dei troiani, che fanno entrare di loro spontanea iniziativa lo strumento della loro rovina all'interno delle mura, fidandosi come babbèi dei propri nemici. E -come capita sempre ai profeti di sventura, che purtroppo hanno ragione nella maggior parte dei casi- al povero Laocoonte è riservata la fine che il gruppo marmoreo riprodotto nella sovrastante fotografia ci suggerisce: gli dèi lo puniscono per aver osato smascherare i loro astuti piani, inviando due enormi serpenti marini a strangolare lui e i di lui figli, mentre il volgo ottuso prende la sua tragica fine come un segno di malafede, e ne liquida la memoria come quella di un paranoico che vede trame nefaste e intrighi maligni in ogni cosa.
Ergo: il cavallo si tiene, e si fa anche bisboccia fino a tardi, alla faccia di quel buzzurro di Laocoonte. Sappiamo tutti come andò a finire: i greci uscirono dal ventre del cavallo, aprirono le porte al resto dell'esercito, e una volta dentro passarono a fil di lama tutti i troiani, ancora ebbri di vino e sonno.
Alla luce dei fatti risulta difficile provare pietà per i troiani, che in questo particolare frangente dimostrano una superficialità che sfocia quasi nell'imbecillità di massa, condita da una supponenza e da una sicumera francamente detestabili. Al confronto, ci sentiamo molto più vicini, quasi simpatetici al comportamento dei greci, che pur essendo vili calcolatori infidi e bugiardi, lavorano per un loro preciso intento con dedizione e precisione, approfittando dell'altrui sciatteria e rischiando in prima persona le conseguenze del loro gesto. Cosa sarebbe successo infatti se i troiani fossero stati un tantino più diffidenti e avessero deciso, così tanto per dirne una, di bruciare il cavallo al di fuori delle mura? Una fine ben poco nobile per i valorosi Achei, intrappolati come topi nel ventre rovente della bestia lignea, ma una fine anche un po' più in linea con quello che si sarebbero meritato.
Infatti, se proprio devo essere sincero, in questa diatriba, se vogliamo chiamarla così, con un eufemismo, tra greci e troiani io non mi sento di parteggiare nè per gli uni nè per gli altri, essendo gli uni troppo sciocchi e causa della loro stessa rovina ed essendo gli altri vili e spietati. No, io parteggio per l'unica persona assennata in questa storia. Parteggio per Laocoonte, per l'unico che non si fidava.
Timeo danaos, et dona ferentes... Anch'io, come lui, non mi fido dei greci, anche e specialmente se portano doni.
Ecco, questo nella società odierna è considerato un difetto. Dico di più, un terribile difetto, quasi una colpa sociale. Non ti fidi del prossimo? Questo perchè sei una persona cattiva, maligna e manipolatrice. Se non ti fidi come fai a vivere?
La società moderna è fatta di troiani, che evidentemente non sono periti tutti, infatti come ci racconta Virgilio proprio dai troiani ha avuto origine la nostra civiltà. E si vede.
In questa nuova colonia neo-troiana -va da sè- ci sono anche diversi greci. Ormai sono mescolati a noi, non assediano più la città con torri e baliste. Siamo tutti un po' troiani e un po' greci, a seconda dei casi. Bei tempi quando potevi vedere il tuo nemico di fronte a te, quando potevi guardarlo negli occhi. I tempi della cavalleria e del rispetto sono morti con il cavallo di troia, con il sotterfugio, con l'astuzia. Ulisse è l'antesignano di tutti i ladri e truffatori del mondo, colui che ha tracciato il solco lungo il quale l'aratro della malafede si è mosso nei secoli. Oggi giustifichiamo questi individui dicendo: "Che male c'è, portano l'acqua al loro mulino".
Questo lo diciamo finchè l'acqua che portano non viene dal nostro pozzo, salvo poi cascare dalle nuvole quando il furbo di turno, per portare l'acqua dove sappiamo, ha pestato i nostri piedi. E allora sono gli altri che ci dicono: dovevi farti furbo. Gli stessi altri che fino a due secondi prima ti dicevano che dovevi fidarti. Sarà che alla fine la sfiducia non è che faccia vivere meglio. Consuma un sacco di energie, inacidisce gli animi, rovina le relazioni. Ma a guardar bene, le energie si consumano per tante cose anche più inutili, gli animi si inacidiscono anche di più quando subiamo un torto da colui che era degno della nostra fiducia e le relazioni si rovinano da sè anche senza gelosie e sfiducie.
Allora?
La diffidenza non farà vivere bene ma fa sopravvivere, questo sì. Come rispose Ditocorto a chi gli disse che certe cose è meglio non saperle: "Al contrario, è proprio quello che non sai che di solito ti uccide".
Parafrasando e generalizzando: io non ho mai visto un animale che si fida. I cani si annusano con circospezione, le bestie selvatiche sfuggono alla vista dell'uomo o lo aggrediscono, se sono particolarmente aggressive e violente. In natura non esiste un concetto come quello di fiducia, esiste solo quello di competizione. Alcuni animali più raffinati hanno sviluppato uno stile di vita che potremmo definire sociale, d'accordo, ma possiamo davvero dire che un cane della prateria si "fida" della sentinella? O possiamo dire più prosaicamente che in questo caso sia la sentinella che i raccoglitori di cibo traggono beneficio dai loro rispettivi comportamenti?
Do ut des, non si fa mai nulla per nulla.
A complicare il tutto nell'umano consesso ci si è messo il linguaggio, e con questo abbiamo inventato la cosa peggiore della storia dell'umanità.
La menzogna.
Peggio della bomba atomica o del virus ebola, peggio delle armi da fuoco e dello strozzinaggio, peggio di tutto.
La menzogna ferisce più della spada, questo volevano dire: non è la penna, è l'uso sbagliato che si fa della penna.
Tutti mentono. Tutti noi lo facciamo. Tutti noi lo abbiamo fatto almeno una volta. Mentiamo continuamente. A volte in maniera ingenua, dicendo ad un amico che lo troviamo bene, mentre in realtà è ingrassato come un orco ripugnante, oppure asserendo che un certo film ci piace o non ci piace giusto per attirare la simpatia di qualche pulzella; altre volte in maniera più meschina per perseguire obbiettivi personali a danno del prossimo.
La menzogna è egoista, la menzogna è al servizio dell'Id. Al servizio delle nostre più recondite pulsioni, delle nostre aspettative, dei nostri desideri, e noi la utilizziamo con disinvoltura, senza neppure sentirci in colpa.
C'è chi mente sulla situazione finanziaria, chi si spaccia per dottore e non lo è, chi nasconde al partner tradimenti occasionali o meno. Tutti questi individui hanno una cosa in comune: se scoperti negheranno, diventeranno aggressivi e vi faranno sentire un verme malfidato. Invocheranno per voi la fine di Laocoonte, e se ne andranno a letto soddisfatti. Perchè il loro Es è appagato, e tanto basta. Certo, nella società post-troiana la menzogna è considerata ufficialmente riprovevole. Un vero e proprio peccato capitale. Ciò nonostante tutti noi continuiamo allegramente a mentire, salvo poi richiedere che ci venga detta la verità.
E qui mi muovo verso la conclusione.
C'è chi dice che per fidarsi degli altri bisogna sempre dire e sentirsi dire la verità. Che la verità sta alla base della fiducia.
Baggianate.
Fiducia e menzogna, fiducia e verità, non c'entrano nulla l'una con l'altra, se non per un mero legame semantico.
Ma per farvela breve vi farò un esempio.
Voi vi fidereste di un partner che vi tradisce ogni sabato, con la regolarità di un metronomo, ma che ogni domenica ammette le proprie colpe?
Vi fidereste di un politico che ammette candidamente di aver rubato?
Sono convinto che molti di voi hanno dato la risposta sbagliata. Perchè la risposta giusta è: sì. E senza condizionale. Voi già lo fate. Vi fidate ogni giorno di persone che mentono o che potrebbero farlo: la fiducia non ha niente a che fare con la menzogna, ha a che fare con la possibilità umana di mentire. Ovvero: la fiducia è la negazione a priori di tale eventualità. Che possano esistere coniugi fedifraghi, politici bugiardi, truffatori e briganti dalla lingua sottile, non smuove di una virgola la nostra apparente necessità di fidarsi del prossimo. E il bello è che tutti noi sappiamo che gli altri mentono.
Io lo trovo fantastico. Davvero.
Una società fondata sull'omertà.
Lo facciamo tutti e nessuno lo vuole e lo deve ammettere. Per questo chi infrange la regola non scritta del "non chiedere, non dire" viene bollato come paranoico. Perchè svela agli altri la loro meschinità. Non si scoprono gli altarini, non si deve far sentire la gente per quello che è: una manica di arroganti viziati ed egocentrici, sempre tesi a soddisfare le proprie voglie e i propri desideri in barba al prossimo e a chi è.
A me va benissimo, mi adeguerò. Mi piacerebbe che la gente quantomeno lo ammettesse, ma forse chiedo troppo.
In effetti mi sono già adeguato: nel riconoscere chi mente purtroppo sono più bravo della maggior parte di voi. Quindi non ho bisogno di "fidarmi" o meno: lo vedo con i miei occhi se chi ho davanti è onesto o è un bugiardo, la fiducia è un concetto sopravvalutato e astratto che lascio volentieri agli uomini di chiesa, affinchè lo usino per spiegare il loro Dio uno e trino, e ai troiani che così vogliono chiamare la loro stupidità.
In ultima analisi, infatti, di cosa stiamo parlando? Cos'è la fiducia, se non un accettare a priori la veridicità di un'ipotesi? Logicamente non ha senso. La fiducia non esiste, è innaturale e dannosa, e anche scientificamente inesatta. Ma la buona notizia è che non ne abbiamo bisogno: possiamo vivere senza di essa e senza la sua controparte ugualmente dannosa, quella diffidenza esagerata e ottusa che ci porta a dubitare anche di chi ci vuole davvero bene, rovinandoci il fegato. Basta iniziare a comunicare, a comunicare sul serio. Imparare a riconoscere quando gli altri stanno cercando di buggerarci e non farsi intimorire dagli atteggiamenti passivo-aggressivi dei malvessatori smascherati. Un po' come dire: ascoltiamo meno con le orecchie e più con gli altri sensi. Usiamo il buonsenso e facciamo affidamento al nostro istinto, ben consapevoli che gli errori di valutazione sono sempre dietro l'angolo, ma da qui ad eleggere un brigante matricolato alla presidenza del consiglio (evento puramente ipotetico, lo dico a scanso di equivoci e senza pensare a fatti o persone reali, ci mancherebbe) ci corre come tra il culo e le quaranta ore.
E già che ci siete, tenetevi anche lontani dai serpenti e dai cavalli di legno.
Si sa mai... meglio non fidarsi.
martedì 27 settembre 2011
Il budino di Heisenberg
La meccanica quantistica è complicata. Ma, in ultima analisi, non la comprendo meno di quanto comprenda certe persone e certi tipi di relazioni sociali.
Per lo meno, quando si parla di fisica delle particelle, possiamo sempre aggrapparci a leggi fisiche precise che possono aiutarci a predire il comportamento di un certo <sistema complicato>. Con un buon grado di approssimazione, per lo meno.
Il mondo visto alla grandezza di Planck, cioè circa 1.616 per 10 alla meno 35esima potenza, è misterioso e indeterminato, e non segue più le regole della fisica classica, della relatività e del bob ton.
Le particelle subatomiche sono vigliacche e prive di garbo, barano sulla loro posizione, ignorano completamente il concetto di causalità e si scambiano informazioni tramite entanglement quantistico, cosa che sarebbe ritenuta improbabile anche alla Scuola di Manipolazione Arcana del Thay.
Ciò nonostante, per il principio di indeterminazione di Heisenberg, per lo meno UNA caratteristica di tali particelle si PUO' conoscere con una certa accuratezza. Più precisamente: se si considerano variabili accoppiate come, ad esempio, il moto e la posizione, tanto più si conosce l'uno tanto meno si saprà dell'altra. Si può avere una vaga idea del moto di un muone e della sua attuale posizione. Oppure si può scegliere di calcolare la sua esatta posizione in un dato momento nello spazio, senza avere la più pallida idea di cosa farà e dove andrà il muone in questione: potrebbe ad esempio schizzare a velocità ridicola verso la più vicina nebulosa nel quadrante del Cigno, oppure traccheggiarsi ancora un po' in sala corse. Chi lo sa?
Ecco, per le persone è un po' la stessa cosa: abbiamo sempre una vaga idea della loro posizione, delle loro inclinazioni e idee, di come cambieranno rotta. E più crediamo di conoscere una di queste variabili, più il loro comportamento diventa elusivo, scostante, imprevedibile.
E' un po' come spalare acqua con un forcone. O fare i riccioli alle scuregge.
Poi ci sono persone che sono un po' come il Bosone di Higgs. Se ne presume l'esistenza, intuendola dagli effetti che hanno sulla massa circostante, e si può cercare di stabilire un <range> energetico entro il quale cercarle. Ma da qui a trovarle ne passa di plasma negli accelleratori, e probabilmente alla fine della fiera ci toccherà dare forfait e riprendere in mano il complesso di teorie che abbiamo faticosamente messo insieme in anni di studi passionali e passionevoli, per buttare il tutto con malcelata stizza in un cassetto. E ricominciare da capo: capitolo uno, come si concilia la gravità quantistica con la sensazione di ovo sodo in gola che si prova alle quattro di mattina?
E più si va avanti, più si scartano i bosoni, le stringhe, le gravità a loop, e più il tempo passa. Perchè quello -in culo ai neutrini iperluminali- scorre sempre nel solito verso. Per questo c'è chi non ammette mai i propri errori, e va avanti come un ciuco senza imparare mai niente. Troppa fatica, troppa paura. Troppa vergogna, andare davanti alla comunità scientifica e dire: "Errai".
Meglio, specie in campi così indeterminati, così aleatori, insistere a perorare la propria causa, magari tirando in ballo nuove complicazioni. "Il mio elettrone si comporta così perchè è sotto l'influsso di un antiprotone-sbronzo (invisibile perchè relegato in una dimensione ipercompatta) che la sera lo porta a giro nei bar.". Oppure: "No, magari il mio neutrone sembra un viscido manipolatore senza carica, indifferente e bolso, ma è perchè sono io a trattarlo male e pretendere da lui un minimo di collaborazione".
Stupefacente quante analogie si possano trovare tra la fisica e la vita... in effetti la fisica è la scienza che cerca di spiegare il perchè e il come la materia interagisca con altra materia. E qui l'analogia con le relazioni (o forse dovrei dire: i casi umani) diventa lampante.
Almeno per me.
Se per voi non è così non so che farci.
Certo, ci sono cose complicate, in tutti i campi. E più se ne sa e meno se ne sa, se mi si perdona la ridondanza di monosillabi sibilanti.
Un po' come succede per la questione della portanza.
La conoscete?
Funziona così: la domanda base è. Come fanno gli aerei a volare?
La risposta è: per via della portanza. Ovvero, il profilo alare asimmetrico dei velivoli è fatto in modo da far passare l'aria, che ad alte velocità si comporta come un liquido viscoso, un po' sopra un po' sotto all'ala. La parte superiore dell'ala, essendo convessa, ha un'area maggiore della minore, quindi l'aria che si trova sopra si trova a dover percorrere un percorso più lungo di quella che passa sotto. Fin qui ci siamo, no? Bene: percorso più lungo, a parità di tempo, dato che due molecole di aria non possono separarsi e creare un vuoto, vuol dire maggior velocità dell'aria che scorre sulla superficie alare superiore. Ciò crea un effetto "risucchio", che porta l'aereo ad essere trascinato verso l'alto.
Tutto chiaro. Ce lo avevano spiegato così, alle superiori, no?
La domanda è: perchè allora gli aerei possono volare anche capovolti?
Panico.
Se non trovate la risposta, non vi preoccupate. Al momento, l'insieme delle leggi che governa l'aerodinamica è sempre così complicato che questa può essere studiata solo mediante approssimazioni delle varie formule, inserite in calcolatori poderosi & incarogniti.
Il fatto è, tanto per svelare un po' gli altarini, che oltre la portanza, che è una forza normale alla direzione del vento apparente, dobbiamo considerare la spinta, ovvero la forza di propulsione dell'aereo. E la gravità. E la resistenza dell'aria. E la forma del profilo alare. E l'angolo di incidenza. E tante altre cose. Senza commentare il fatto che in realtà, nel calcolo della portanza, dobbiamo considerare l'effetto Coanda, secondo il quale le particelle di liquido (aria=liquido) si legano alla superficie sulla quale scorrono e ne seguono il profilo, con quelle che stanno "al di sopra" del mucchio che "rotolano" invece più velocemente, generando differenti gradienti di pressione e portando il flusso di particelle a seguire il profilo (in questo caso: alare) anche dopo che se ne sono separate. Un po' quello che succede mettendo il dorso di un cucchiaino sotto un filo d'acqua di rubinetto (provate pure). Il risultato è, almeno a basse velocità, un aumento di pressione verso il basso che spinge l'ala verso l'alto, esattamente il contrario del principio di risucchio che abbiamo descritto poco prima (effetto Bernoulli).
Se non ci avete capito un granchè, rallegratevene, perchè ci capisco poco anch'io e di conseguenza mi spiego male.
Il succo della questione è: non si capisce bene come, ma funziona. Possiamo creare modelli abbastanza approssimati, di grande raffinatezza e complessità, sicuro, ma comunque sempre lontani dalla realtà fisica.
Questo vale per tutto: una profonda conoscenza genera indeterminatezza. Nuove soluzioni portano nuovi problemi. Una risposta ci trascinerà di fronte a mille domande.
Come districarsi in tutto questo? La risposta è boh: ognuno ha il suo metodo. C'è chi costruisce modelli sempre più complessi, in cerca della comprensione più accurata, sapendo che non la raggiungerà mai; chi naviga a vista, come facevano gli aviatori di una volta, che invece di stare a fare tanti calcoli mettevano fuori la manina per sentire l'angolazione del vento apparente e calcolare lo stallo (però poi spesso precipitavano); c'è chi se ne sbatte e va avanti uguale, senza mai capire un' emerita cippa di quel che lo circonda, tanto "ci pensano gli altri". Già.
Io non so che metodo sto usando, probabilmente il primo per certe cose, il secondo per altre, chissà.
Qualcuno ha detto che lo stesso problema si dovrebbe avere anche per i budini, allora, dato che per cucinarli non importa certamente conoscere a fondo la coagulazione termica delle proteine.
Ciò nonostante li prepariamo da secoli (forse).
Tutto molto esatto, tutto molto pratico e zen, come piace a me.
Anche se ho ancora un paio di riserve.
Primo: non servirà certo una buona conoscenza della coagulazione termica, ma per cucinare dei budini MANGIABILI serve perlomeno un buon sistema di approssimazione (che noi chiamiamo <ricetta>) che tenga conto di tempi, quantità e temperature.
Secondo: che, salvo alcune notabili eccezioni, le persone non sono budini.
lunedì 19 settembre 2011
La Nausea
E' girato il vento, e mi girano le palle. Non sono mai soddisfatto, del resto: la soddisfazione è la piaga che accomuna i poveri, quelli inconsapevoli, mentre io sono un povero consapevole, con una precisa coscienza politica, che esprimo al di là delle mie funzioni con velleitaria e stakanovistica costanza.
Ergo: non sono mai soddisfatto per precisa appartenenza di classe, ma anche per indole personale. Da quando ho undici anni ragiono sul celebre aforisma di Asimov sul "desiderare solo e soltanto ciò che si può ottenere". Un concetto che in un mondo perfetto sarebbe anche giusto. Ma dopo vent'anni di studio, che non me ne voglian il Buon Dottore e le di lui Basette, mi sembra una gran cazzata.
Io desidero, e basta. Che la cosa possa o meno ottenerla non cambia il fatto che la desideri. Troppo facile accontentarsi di ciò che si può avere. Troppo paraculo, troppo vile, non sono strutturato così, e se questo mi causerà problemi, ben venga, ormai ci sono avvezzo.
Gira il vento e porta il freddo e l'acqua, con questi tramonti arancioni su cieli viola malva; porta gli sternuti, le tasse, il Livorno che vince due partite di fila e la prospettiva di un autunno austroungarettiano.
Gira il vento, ma resta sempre, anche di più, una violenta caligine in lontananza, che mi indispone coni e bastoncelli, e non serve a nulla farsi gli occhiali. Non è astigmatismo, è la nebbia di guerra di Von Clausewitz (quel vecchio trombone), quel velo simile a foschia che ammanta tutto quello che non è di nostra conoscenza, tutte le informazioni a metà, quelle vere e quelle false, esponendoci a cariche improvvise e a salve di artiglieria che possono abbattersi sulla nostra (pl. majestatis) pontificia chiorba daummomentallaltro (cfr. Queneau, "Zazie dans le métro").
Strizzando gli occhi ho cercato spesso di vederci chiaro e la cosa mi ha fatto girar la testa, e venire la nausea. E ora questo sento: una profonda nausea di vivere, come quella di Sartre. O per lo meno un po' di pìllone, come si dice qui...
La nausea (o il pìllone) che scaturisce dalla distanza, anzi no, dalla presa di coscienza della distanza. La distanza filosofica e morale tra chi si tiene i paraocchi e va avanti per inerzia, convinto di dare un senso alla propria vita, e chi s'è reso conto che un senso non c'è, e scruta nel'Abgrund terribile di un'esistenza depauperata di uno scopo preciso.
Sartre ne faceva un problema esistenziale, io sono più pragmatico. Che la vita, nella sua accezione più vasta, sia priva di senso o di scopo non mi preoccupa più di tanto. D'altronde, perchè dovrebbe? Cosa cambia?
Però questa consapevolezza può portare a farsi venire degli attacchi di bile, quando si vede che c'è invece chi si affanna a dare un perchè a tutto questo carrozzone, e che indefessamente, come un'ottusa termite, ammassa piccole morule morali nella testa radamente innervata, con la malagurata intenzione di farle fermentare in abbozzi di principi e di idee, tentativo che -va da sè- si risolverà in un aborto senza appello, se va bene, o in un'illuminazione religiosa, se va male. Perchè è inutile: se il cervello ti sfiata come una caffettiera non è colpa di nessuno, ciò nonostante la S.V. è pregata di lasciare ad altri la soluzione dei Complessi Problemi dell'Esistenza.
Un po', per chiarificare, come vedere il Bonolis di turno che fa la sua bella trasmissione dal titolo: "Il Senso Della Vita". Come se quella ridda di casi da baraccone che sciorinano le loro esperienze melense con disgustosa rufianeria fossero detentori della risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l'universo e tutto quanto. Macchè, buona fortuna caro Bonolis, se pensi di cavarci qualcosa di buono. La risposta è 42, non c'è molto altro da chiedersi. E' proprio la domanda che è mal posta, in effetti. ("Ad essere sinceri, penso che il problema sia che voi non abbiate mai saputo veramente qual è la domanda.", Cit.).
Sartre la risolse in modo abbastanza geniale, la questione, almeno sulla carta.
Quel che da senso alla vita sono i momenti perfetti, quelli che non hanno bisogno di spiegazioni.
E qui mi trova -again- d'accordo.
Lo diceva anche quel maccartista di Gerrold: non farti domande se le tue azioni sono efficaci. Qui si potrebbe rovesciare la sentenza in: se non ti stai facendo domande, vuol dire che le tue azioni sono efficaci.
Se vi state chiedendo qualcosa, non fatelo. Se avete dei dubbi, fermatevi. Oppure fate come vi pare, d'altronde non mi date mai retta, basta che poi non veniate a lamentarvi, perchè potrei dirvi "Ve l'avevo detto!": la mia frase preferita.
Odio dirlo, in realtà.
Qualcuno dirà: bè, ma se si fa così non si fa più nulla. Ci sono sempre dubbi, incertezze... mica si può rinunciare a vivere.
E qualcun'altro risponderà: perchè no? Alla fine non è questa la base di quel buddismo che va tanto di moda? E in ogni caso, basta che siate ben coscienti che le cause dei vostri dubbi non potranno mai portarvi a quei momenti perfetti, quegli stati di illuminazione che non hanno bisogno di spiegazioni e che rendono la nausea un po' più dolce. Non c'è verso. Non affannatevi: prendetele per quel che sono. Ovvero: situazioni fallimentari, destinate all'incompletezza. Si vive anche di questo, in qualche modo, bisogna pur strisciare lungo le nostre giornate. Il concetto non è così complicato, se c'è arrivato anche uno come Pieraccioni, che con tutto il bene che gli voglio (poco) certo non è Feynman. I giorni memorabili nella vita di una persona sono due o tre. Il resto, fa volume.
E ora piove, anche, e Bobo Rondelli mi canta di dolori prepotenti e di angosce tridimensionali. Anche a lui l'apparato digerente non funziona più bene, è un caso comune.
Un caso comune a chi usa il linguaggio per raccontare, si tratti di pittori, registi, scrittori o musicisti. Sempre la stessa solfa. L'arte è una via di uscita dalle marcescenze dell'esistenzialismo fine a sè stesso (viene dal greco, vuol dire: saggezza).
Raccontare e raccontare e poi raccontare ancora, fino allo sfinimento, gettare in pasto ai porci mille perle, produrre qualcosa con le proprie mani, inanellare ragionamenti logici o meno logici, esprimere concetti, mescolare idee e riarrangiarle, essere creativi e originali, in ogni caso sempre e comunque con militanza severa ma giusta, come diceva Jean Paul. Lo scrittore è impegnato per definizione. Lo scrittore scrive per la società dei giusti e degli iniqui. Lo scrittore è -voglio esagerare- un eroe odierno, un eroe di guerra.
E l'arte, l'amore e l'anarchia sono le uniche vere guerre di questo secolo.
Tenendo bene a mente queste cose, forse potremo tirarci fuori da questo lago di sangue e merda dove gli altri affogano, coi loro cellulari, i pantaloni da 400 eurI (si dice eurI, non lo ripeterò più) e le piastre per capelli.
Tutto questo val bene la fedeltà alla linea, specie quella che non c'è.
E scusate se è poco.
