domenica 4 marzo 2012

L'écume des jours




"L'Enfer, c'est les autres."
(J.P. Sartre)


L'inferno, sono gli altri.
Può essere, nel bene o nel male può essere. Non per essere tacciati di faciloneria misantropa, che da quando c'è il dottor Casa è diventata un pregio anzichè una terribile tara, ma può essere. D'altronde anche Lacan identificava nell'Altro, con la maiuscola, che è importante, il simbolico: luogo dove l'inconscio opera, ripetendo senza resistenze. Ma questa è accademia, e la cattedra non mi si addice.
Certo è che l'Altro è luogo misterioso e pieno di insidie, dove la nostra coazione a ripetere, infima nevrosi compulsiva, si scontra con l'io e genera un mucchio di casini, rovinando così anche queste benedette relazioni con l'altrui locus. Di qui: l'enfer, c'est les autres. Un inferno che ci scegliamo e ci plasmiamo da soli, non in noi ma in chi ci circonda. Che la colpa sia nostra o di questa massa di superflui galoppini inconcludenti, il risultato non cambia: si soffre. Almeno qualcuno.
Io traggo giovamento da eventi celesti, stante il fatto che l'umanità mi repelle e io repello lei, come il famoso collare antipulci. Traggo giovamento da questi cieli azzurrini, tersi nella calda promessa di una primavera, nei quali all'ora del crepuscolo, al calar dello stellone, si possono vedere fermi come le luci di un posto di blocco della finanza, tre astri che i più cialtroni di voi avranno scambiato erroneamente per stelle e che stelle non sono, rifulgendo essi di luce riflessa.
A latere, con la faccia da mercante, sta il piccolo Mercurio, in mezzo (ma in mezzo rispetto a cosa?) Venere, bianca e splendente come un tiro di cavalli russi, e accanto ad essa, approfittando dell'assenza di Marte, che arriva la notte tardi come tutti i bècchi che si rispettino, il grasso e lubrico Giove, che in questi giorni inutili di marzo si avvicina lemme lemme a congiungersi con quel puttanone sidereo che è la Stella (impropriamente detta) del Mattino.
Insomma, un bel guazzabuglio celeste, e c'è da sperare che Mercurio non spifferi tutto a Marte, che arriva accompagnato da Saturno. Il quale -si sa- ha un pessimo carattere, e insomma tutto rischia di finire in una volgare gazzarra da osteria.
Qualcuno mi accuserà d'esser poco serio e attendibile, anche un po' infantile se vogliamo.
Sia, e allora?
Sempre meglio ch'esser musoni e pragmatici, come quegli individui che per fantasticare hanno bisogno delle illustrazioni e che subordinano le relazioni affettive al proprio ego e al proprio lavoro. Giovani (ma più spesso: vecchi) yuppies rampanti, anninovantissimi, in carriera, col telefonino che usano solo ed esclusivamente nei ritagli di tempo alla guida della motocarrozza, con la colf, il torneo di squash il giovedì e il filmetto di qualche registucolo radicalsnob da guardare in silenzio imbarazzante con la squinzia di turno.
Con la risposta sempre pronta, con le certezze e mai coi dubbi. Mai.
Mi fanno paura, a me, le persone senza dubbi, le persone sicure di sè. Quelle che non fallano mai. Come se fosse un pregio, la sicurezza.
Perchè da piccoli ci mandano a scuola. Ci insegnano le cose. Ci insegnano la filosofia, che a sedici anni non la capiamo. Ma quando studiamo Socrate ci piace, perchè sa di non sapere. Ci piace Schopenhauer, perchè oscilla tra la noia e la disperazione. Ci piace star male, lo spleen, il mettersi in discussione per crescere. Poi succede che il corpo ci cresce da sè. Non è un merito, come diceva Mafalda, parafrasando Quino, succede e basta. Non c'è onore, non c'è maturazione nella crescita. C'è solo l'appesantirsi di un corpo snello, l'incancrenirsi dei difetti, il perdere la voglia di confrontarsi. E la chiamiamo sicurezza, e c'è sempre qualcuno che crede sia un pregio e che ci casca.
Io sono come Bob Rondels, invece. Meglio non crescere mai. Se quelli maturi sono come Bruno Vespa, non voglio crescere mai. Se quelli maturi poi marciscono, non voglio crescere mai. Rimarrò così, acerbo, con la pancetta ma acerbo, pelato ma acerbo. D'altronde, come diceva Eraclito, tutto scorre. Perchè affannarsi a semplificare il lavoro all'entropia? Rendiamogli almeno la vita difficile.
Tutto scorre, certo, tutto cambia, le stagioni passano e ritornano. Da qui lo vedo bene, da questo scorcio bucolico. E' che ci hanno fregato.
Perchè se ci fermiamo a guardare, senza neppure dover fare troppa attenzione, salta all'occhio. Che dopo l'inverno, c'è di nuovo la primavera, foriera dell'estate bella e maledetta. E sarà sempre così. Perchè allora solo noi vogliamo fermarci nell'imbrunire della gelida stagione? Perchè mai dopo un duro inverno dell'anima non dovrebbe esserci una nuova, infantile, primavera? Tornare indietro viene sempre dipinto come un grosso errore quando è la natura stessa che lo fa ogni 365 giorni e qualche ora.
Quando arriva a un punto morto, semplicemente riparte da capo, dalla propria immarcescibile infanzia. Come un ripristino dopo un crash del sistema.
Qui sì, qui si vede bene.
Lo sbocciare dei piccoli fiori blu.

I primi fiori dell'anno sono tutti blu, che fosse questo che voleva dirci Queneau?
Api che ronzano tramortite nella caligine del primo mattino, formiche che riprendono le loro vie della seta, da Damasco al tiepido nido nel pino, ricci che escono dal letargo per saettare nottetempo incontro al destino pneumatico; tra poco ci saranno le farfalle e poi le lucciole, che non vedranno mai l'inverno.
Buon per loro.
E la mattina, il tappeto appena lavato di mia cugina spande odore di pulito per chilometri, mescolandosi, steso alla finestra, col profumo della terra. La salvia marcescente e rinsecchita emana un lieve odore di santità, come ti aspetteresti dalla salma di Lenin.
I bambini schiamazzano, saltandomi addosso, tirandomi per la giacca, in un profluvio di pulito e di sporco.
Sotto la pergola ho atteso, attorniato dal glicine odoroso, la mia vecchiaia. Affacciato su un nastro di strada lungo come un litorale, che segna il confine tra il porto e l'ignoto, attendevo promesse di navi cariche di spezie e di speranza. Su questa battigia s'è infranta la schiuma dei miei giorni, densa come solo una buona stout, olente di pelle al sole e di sale, di resina e di risate. La schiuma di un Vian senza tempo e senza jazz, con tanto di giovanotti nullafacenti, di cuochi, di topi parlanti e di fiori. Un schiuma interamente vera, perchè me la sono inventata e raccontata con passione.
E poi per il cammino dell'estate è arrivato l'inverno.

Sono cambiati gli odori, la pergola s'è fatta riparo dalla pioggia, ed io ormai vecchio ho atteso la mia giovinezza, di fascistissimo richiamo storico -d'accordo- ma di rivoluzionaria ontologia, come quella d'un imberbe gappista.

E adesso ritorna quello che Ungaretti chiamava uno scintillamento nuovo. Again and again. Sarà così anche quando non sarò più.

Nel frattempo, aspetto l'Altro, mon enfèr, dritto sul pontile, con lo sguardo eretto all'avvenire.

Fisso al sole nascente.

E adirato, ma solo un po', all'imbrunire.

venerdì 17 febbraio 2012

A clockwork blue


"Oggi sono giù e depresso/
ci vorrebbe un po' di roba."

Vanitas vanitatum et omnia vanitas, il Qoelet, l'Ecclesiaste, se letto col giusto senno laico, è uno dei libri più belli che siano stati scritti con l'intento riprovevole di edificare l'uomo sulla via di Damasco. Tutto è vano, tutto è vanità. Stasera mi sento così, c'è poco da fare, dev'essere il lato peggiore della sindrome maniaco depressiva, oppure è solo un po' di sana malinconia.
Ti affacci alla finestra sorseggiando un pessimo caffè, una lieve perturbazione nell'aria, un alito di vento tiepido e il sole che fa finta di scaldare. Fuori, qualche bocciolo di tarassaco e piccole api coraggiose che cadono stremate di fronte ai primi timidi fiorellini.
Mi vengono a mente le belle api d'oro ricamate sui mantelli dei merovingi, quelle trecento api che verranno donate dall'Imperatore Sacro e Romano a quel cialtrone di Luigi XIV, il Re Cristianissimo che per eccesso di umiltà si faceva chiamare Re Sole, il pallone gonfiato che cacciò il Prinz Eugen von Savoien dalla sua corte perchè aveva osato guardarlo dritto negli occhi (salvo poi mangiarsi le mani fino alle regali nocche anni dopo, quando il sommenzionato finocchissimo Eugenio travolse i Turchi a Zenta al soldo degli odiati Austriaci), discendente dei viziati d'oltralpe che permisero ai peggiori ceffi barbareschi di far base nella bella Provenza, per saccheggiare le coste d'Italia. Così, per spregio.
Chissà perchè poi mi vengono a mente certe cose.
Mi viene anche a mente che dev'essere stato in una giornata fasulla e vigliacca come questa che è stata decisa l'invasione della Polonia o che i Beatles hanno deciso di sciogliersi. Ci sono sempre giornate che si fanno belle per nascondere il carico di merda che portano.
Ma mentre accompagno il cane a pisciare, schivando tra i vapori del sonno e la luce del primo sole un tir che mi viene incontro come un elefante del Barca, mi sovviene il perchè di tutti questi miei ricorrenti pensieri storici.
Sono come Cidrolin, che sognava d'essere il Duce D'Auge, che sognava d'essere Cidrolin.
Poco importa se è perchè aveva ragione Dawkins e la memoria storica si tramanda nei geni o è perchè sono un po' rincoglionito. Il risultato non varia.
E mentre il cane piscia allegro e annusa ogni filo d'erba, testando la mia pazienza, mi rendo conto che le decisioni di persone più influenti di me sono state prese in contesti simili.
Imperatori, Re, Satrapi e Tiranni hanno deciso esecuzioni, invasioni, soppressioni e rivoluzioni mentre guardavano insonnoliti il proprio cane che pisciava, o mentre cacciavano col falcone, o mentre stavano seduti su di una sedia stercoraria, spremendo il colon per liberarlo dalle troppe portate di majale con le mele.
Come disse Onoff, non bisognerebbe mai conoscere i propri idoli: si potrebbe scoprire che i versi che ci hanno fatto tanto sognare li hanno scritti sul vaso, aspettando una bella scarica di diarrea.
E allora Cidrolin pensa d'essere Auge ed è normale.
Cidrolin è un perdente, non combina nulla, non gliene va bene mezza, è -come si dice qui- come i cucchiai. Non ne infila una. Si disprezza in segreto, perchè farlo apertamente sarebbe troppo facile e paraculo. Il suo è un disprezzo vero e sentito, carico di colpa. Ma piace a tutti, tutti gli vogliono bene, è saggio, buono e intelligente, si fa gli affari suoi... è l'amico che tutti vorremmo, a parte lui. Cidrolin, come Groucho Marx, non vorrebbe far mai parte di un club che contasse tra i suoi soci uno come lui. Strana la vita.
In ultima analisi, fa parte di quella schiera che nel terzo millennio definiamo magnifici perdenti. Gli eterni "esimi", neppure secondi, quelli pieni di belle qualità inespresse e tristi senza motivo. Quelli che ce l'hanno quasi fatta. Attenzione, non sto parlando dei mediocri. I mediocri, chiariamolo una volta per tutte, sono le persone senza qualità, quelle di cui non trovate di meglio che dire "è una brava persona". Quelli fatti e messi lì. Sono persone che di solito hanno un'influenza pressochè nulla nella nostra vita, si sentono più intelligenti del prossimo e pontificano senza sosta pur se hanno lo stesso QI di una pirofila. Individui di tale schiatta io li nomino "superflui" e li catalogo sotto la voce "carne da cannone".
Ai tempi di Luigi XIV sarebbe stato facile liberarsene senza troppi problemi, ma tant'è.
Tornando a noi, il savio triste, il meraviglioso perdente, è persona piena di intelligenza, senso dell'humor e autocritica, sarcastica, vitale, intraprendente, sfortunata e solitaria. Fanno parte di questa categoria Cirano de Bergerac, Cervantes e il suo Don Quijote, Paperino, il Calais FC finalista della coppa di Francia, tutti i personaggi di Sartre e un'infinità di persone sconosciute perchè non assunte all'onore degli altari.
Più celebri sono invece le loro controparti che hanno avuto fortuna. I vari Duchi D'Auge. Ovvero: quelle persone che, pur al vertice del successo, inteso come affermazione sociale (e non di sè), si sentono tristi e inadeguati. Hemingway, Diocleziano, il battaglione di cantanti morti a 27 anni, il povero Itle, Napoleone e Frodo Baggins.
Tutti loro hanno assaggiato il potere e il successo e l'hanno trovato indigesto. Sic transit, erano tutti dei Duchi D'Auge che sognavan d'essere Cidrolin. In un gioco di specchi in cui un'immagine screziata ne rimanda un'altra opposta ma uguale, uguale il disagio, stessa la tristezza, che non è meno giustificata -se vogliamo- dall'aver più soldi o più potere. Ci sono mediocri che -una volta raggiunta la gloria- se ne pascono e vivono alla grande. Esseri ai quali poco basta: qualche soldo in tasca, l'euforia del comando, la possibilità di pagare qualche puttanone e di telefonare in questura per dire che è la nipote di Mubarak (liberare immantinente), l'ebbrezza di poter licenziare un sottoposto. In breve: la mera soddisfazione delle pulsioni più triviali.
C'è tutta una categoria di persone che basa la propria vita, i propri affetti, su questa scorta: soddisfare i bisogni più immediati e terreni.
Divertirsi.
L'ho fatto perchè mi andava.
La vita è una sola.
Ogni lasciata è persa.
E amenità simili. Spesso persone simili amano circondarsi di persone "divertenti", perchè gli altri rimandano loro, come deformato da uno specchio degli orrori, il loro animo meschino e le loro bassezze. Meglio essere in compagnia di coglioni superficialotti ed economici. Se il successo arriverà (e spesso arriva, perchè a questo genere di persone di solito le cose vanno bene, dato che non calcolono MAI le conseguenze delle loro azioni) bene, se non arriverà pazienza, non se ne accorgeranno mai, persi nella loro sciatteria, e crederanno anche di aver avuto una bella vita, spirando in pace.
Mi manda in bestia.
Sul serio.
Mi viene voglia di vederli morire insoddisfatti, di vedere sul loro volto agonizzante il rimorso, di leggervi il rimpianto. Ma probabilmente sono i geni che parlano, i miei avi -che disprezzano la carne da cannone- che sgomitano nei recessi del DNA, oppure è tutta invidia, chissà.
Resta il fatto che mentre il cane annusa le pisciate degli altri cani, attività evidentemente basilare per la sua struttura mentale e per la definizione di un "sè" canino coeso ed equilibrato, mi trovo a pensare a Carlo V.
Un uomo che tenne in pugno l'intera europa, governando per anni su di un Impero su cui, si dice, non tramontava mai il sole. Da Vienna alle Fiandre, da Milano alla Spagna, con le sue colonie nel Nuovo Mondo. Un'autorità amata e rispettata, temuta come un blitzkrieg della finanza. Un generale che umiliò i propri nemici, trascinandoli in catene e nella polvere. Un monarca assoluto come ne esistevano nel sedicesimo secolo. Ma, in definitiva, un uomo tanto triste da esser chiamato dai sui contemporanei "L'Imperatore senza sorriso".
E così si spense il vecchio Romanissimo Imperatore, che abdicò al trono a 56 anni, per ritirarsi nella sua Spagna a riparare orologi, in compagnia di un italiano che, per sollevargli il morale, costruiva per lui i più begli automi meccanici che siano mai stati fatti. Giocattoli a molla, fontane d'acqua, piccole dame che danzavano e suonavano. Tutto inutile, l'Imperatore non rideva mai e passava il tempo coi suoi amati orologi, smontandoli e rimontandoli come un artigiano da due lire, cercando in tutti i modi di farli andare con lo stesso passo, di far segnare ad almeno due di loro la stessa ora.
Macchè. Niente da fare.
Finchè sbottò, in lacrime, di fronte alla vanità delle opere umane. "Non riesco a far segnare la stessa ora a due dei miei orologi" -disse- "Come potevano pretendere che facessi andar d'accordo migliaia di persone?"
L'umanità di questo lamento mi risuona nelle orecchie da 500 anni, con la sua rassegnazione, il suo carico di umile disperazone, di senso di inadeguatezza.
Difficile, mi dico, far andare due orologi in sincrono. Molto difficile.
E mentre finalmente il cane ha deciso che vuol tornare a dormire davanti alla stufa, mi dico che l'umanità non si divide in persone potenti e misere, ricche e povere, tristi o allegre, belle o brutte. Ma in persone che cercano di far funzionare gli orologi e in persone che se ne fregano. Tutto il resto è fuffa.

venerdì 3 febbraio 2012

Timeo Danaos et dona ferentes...


"Aut haec in nostros fabricata est machina muros
Inspectura domos venturaque desuper urbi,
Aut aliquis latet error: equo ne credite, Teucri.
Quidquid id est, timeo Danaos et dona ferentes."

Che tradotto dal bel latino di Virgilio suona più o meno così: "Questo trabiccolo che avete fatto entrare in città mi pare fatto apposta per spiare le nostre case, cari i miei concittadini boccaloni. Da parte mia, non mi sono mai fidato dei greci, che fino a ieri parevano volerci sbudellare tutti, e oggi mi pare ancora più strano che ci lascino un bel regalino disinteressato. Poi fate voi, ma io per sicurezza gli darei fuoco."
Quelli di voi che hanno un minimo di dimestichezza con la lingua di Cesare si saranno accorti che la traduzione che ho testè compiuto non è letterale. Ma quelli di voi che hanno dimestichezza con la lingua di Cesare saranno si e no un pajo, se va bene, quindi andiamo oltre. Come si evince dal testo, il buon Laocoonte era abbastanza preoccupato, e a buona ragione. Chiunque abbia letto l'Eneide non avrà potuto che scuotere la testa di fronte all'imbecille ottusità dei troiani, che fanno entrare di loro spontanea iniziativa lo strumento della loro rovina all'interno delle mura, fidandosi come babbèi dei propri nemici. E -come capita sempre ai profeti di sventura, che purtroppo hanno ragione nella maggior parte dei casi- al povero Laocoonte è riservata la fine che il gruppo marmoreo riprodotto nella sovrastante fotografia ci suggerisce: gli dèi lo puniscono per aver osato smascherare i loro astuti piani, inviando due enormi serpenti marini a strangolare lui e i di lui figli, mentre il volgo ottuso prende la sua tragica fine come un segno di malafede, e ne liquida la memoria come quella di un paranoico che vede trame nefaste e intrighi maligni in ogni cosa.
Ergo: il cavallo si tiene, e si fa anche bisboccia fino a tardi, alla faccia di quel buzzurro di Laocoonte. Sappiamo tutti come andò a finire: i greci uscirono dal ventre del cavallo, aprirono le porte al resto dell'esercito, e una volta dentro passarono a fil di lama tutti i troiani, ancora ebbri di vino e sonno.
Alla luce dei fatti risulta difficile provare pietà per i troiani, che in questo particolare frangente dimostrano una superficialità che sfocia quasi nell'imbecillità di massa, condita da una supponenza e da una sicumera francamente detestabili. Al confronto, ci sentiamo molto più vicini, quasi simpatetici al comportamento dei greci, che pur essendo vili calcolatori infidi e bugiardi, lavorano per un loro preciso intento con dedizione e precisione, approfittando dell'altrui sciatteria e rischiando in prima persona le conseguenze del loro gesto. Cosa sarebbe successo infatti se i troiani fossero stati un tantino più diffidenti e avessero deciso, così tanto per dirne una, di bruciare il cavallo al di fuori delle mura? Una fine ben poco nobile per i valorosi Achei, intrappolati come topi nel ventre rovente della bestia lignea, ma una fine anche un po' più in linea con quello che si sarebbero meritato.
Infatti, se proprio devo essere sincero, in questa diatriba, se vogliamo chiamarla così, con un eufemismo, tra greci e troiani io non mi sento di parteggiare nè per gli uni nè per gli altri, essendo gli uni troppo sciocchi e causa della loro stessa rovina ed essendo gli altri vili e spietati. No, io parteggio per l'unica persona assennata in questa storia. Parteggio per Laocoonte, per l'unico che non si fidava.
Timeo danaos, et dona ferentes... Anch'io, come lui, non mi fido dei greci, anche e specialmente se portano doni.
Ecco, questo nella società odierna è considerato un difetto. Dico di più, un terribile difetto, quasi una colpa sociale. Non ti fidi del prossimo? Questo perchè sei una persona cattiva, maligna e manipolatrice. Se non ti fidi come fai a vivere?
La società moderna è fatta di troiani, che evidentemente non sono periti tutti, infatti come ci racconta Virgilio proprio dai troiani ha avuto origine la nostra civiltà. E si vede.
In questa nuova colonia neo-troiana -va da sè- ci sono anche diversi greci. Ormai sono mescolati a noi, non assediano più la città con torri e baliste. Siamo tutti un po' troiani e un po' greci, a seconda dei casi. Bei tempi quando potevi vedere il tuo nemico di fronte a te, quando potevi guardarlo negli occhi. I tempi della cavalleria e del rispetto sono morti con il cavallo di troia, con il sotterfugio, con l'astuzia. Ulisse è l'antesignano di tutti i ladri e truffatori del mondo, colui che ha tracciato il solco lungo il quale l'aratro della malafede si è mosso nei secoli. Oggi giustifichiamo questi individui dicendo: "Che male c'è, portano l'acqua al loro mulino".
Questo lo diciamo finchè l'acqua che portano non viene dal nostro pozzo, salvo poi cascare dalle nuvole quando il furbo di turno, per portare l'acqua dove sappiamo, ha pestato i nostri piedi. E allora sono gli altri che ci dicono: dovevi farti furbo. Gli stessi altri che fino a due secondi prima ti dicevano che dovevi fidarti. Sarà che alla fine la sfiducia non è che faccia vivere meglio. Consuma un sacco di energie, inacidisce gli animi, rovina le relazioni. Ma a guardar bene, le energie si consumano per tante cose anche più inutili, gli animi si inacidiscono anche di più quando subiamo un torto da colui che era degno della nostra fiducia e le relazioni si rovinano da sè anche senza gelosie e sfiducie.
Allora?
La diffidenza non farà vivere bene ma fa sopravvivere, questo sì. Come rispose Ditocorto a chi gli disse che certe cose è meglio non saperle: "Al contrario, è proprio quello che non sai che di solito ti uccide".
Parafrasando e generalizzando: io non ho mai visto un animale che si fida. I cani si annusano con circospezione, le bestie selvatiche sfuggono alla vista dell'uomo o lo aggrediscono, se sono particolarmente aggressive e violente. In natura non esiste un concetto come quello di fiducia, esiste solo quello di competizione. Alcuni animali più raffinati hanno sviluppato uno stile di vita che potremmo definire sociale, d'accordo, ma possiamo davvero dire che un cane della prateria si "fida" della sentinella? O possiamo dire più prosaicamente che in questo caso sia la sentinella che i raccoglitori di cibo traggono beneficio dai loro rispettivi comportamenti?
Do ut des, non si fa mai nulla per nulla.
A complicare il tutto nell'umano consesso ci si è messo il linguaggio, e con questo abbiamo inventato la cosa peggiore della storia dell'umanità.
La menzogna.
Peggio della bomba atomica o del virus ebola, peggio delle armi da fuoco e dello strozzinaggio, peggio di tutto.
La menzogna ferisce più della spada, questo volevano dire: non è la penna, è l'uso sbagliato che si fa della penna.
Tutti mentono. Tutti noi lo facciamo. Tutti noi lo abbiamo fatto almeno una volta. Mentiamo continuamente. A volte in maniera ingenua, dicendo ad un amico che lo troviamo bene, mentre in realtà è ingrassato come un orco ripugnante, oppure asserendo che un certo film ci piace o non ci piace giusto per attirare la simpatia di qualche pulzella; altre volte in maniera più meschina per perseguire obbiettivi personali a danno del prossimo.
La menzogna è egoista, la menzogna è al servizio dell'Id. Al servizio delle nostre più recondite pulsioni, delle nostre aspettative, dei nostri desideri, e noi la utilizziamo con disinvoltura, senza neppure sentirci in colpa.
C'è chi mente sulla situazione finanziaria, chi si spaccia per dottore e non lo è, chi nasconde al partner tradimenti occasionali o meno. Tutti questi individui hanno una cosa in comune: se scoperti negheranno, diventeranno aggressivi e vi faranno sentire un verme malfidato. Invocheranno per voi la fine di Laocoonte, e se ne andranno a letto soddisfatti. Perchè il loro Es è appagato, e tanto basta. Certo, nella società post-troiana la menzogna è considerata ufficialmente riprovevole. Un vero e proprio peccato capitale. Ciò nonostante tutti noi continuiamo allegramente a mentire, salvo poi richiedere che ci venga detta la verità.
E qui mi muovo verso la conclusione.
C'è chi dice che per fidarsi degli altri bisogna sempre dire e sentirsi dire la verità. Che la verità sta alla base della fiducia.
Baggianate.
Fiducia e menzogna, fiducia e verità, non c'entrano nulla l'una con l'altra, se non per un mero legame semantico.
Ma per farvela breve vi farò un esempio.
Voi vi fidereste di un partner che vi tradisce ogni sabato, con la regolarità di un metronomo, ma che ogni domenica ammette le proprie colpe?
Vi fidereste di un politico che ammette candidamente di aver rubato?
Sono convinto che molti di voi hanno dato la risposta sbagliata. Perchè la risposta giusta è: sì. E senza condizionale. Voi già lo fate. Vi fidate ogni giorno di persone che mentono o che potrebbero farlo: la fiducia non ha niente a che fare con la menzogna, ha a che fare con la possibilità umana di mentire. Ovvero: la fiducia è la negazione a priori di tale eventualità. Che possano esistere coniugi fedifraghi, politici bugiardi, truffatori e briganti dalla lingua sottile, non smuove di una virgola la nostra apparente necessità di fidarsi del prossimo. E il bello è che tutti noi sappiamo che gli altri mentono.
Io lo trovo fantastico. Davvero.
Una società fondata sull'omertà.
Lo facciamo tutti e nessuno lo vuole e lo deve ammettere. Per questo chi infrange la regola non scritta del "non chiedere, non dire" viene bollato come paranoico. Perchè svela agli altri la loro meschinità. Non si scoprono gli altarini, non si deve far sentire la gente per quello che è: una manica di arroganti viziati ed egocentrici, sempre tesi a soddisfare le proprie voglie e i propri desideri in barba al prossimo e a chi è.
A me va benissimo, mi adeguerò. Mi piacerebbe che la gente quantomeno lo ammettesse, ma forse chiedo troppo.
In effetti mi sono già adeguato: nel riconoscere chi mente purtroppo sono più bravo della maggior parte di voi. Quindi non ho bisogno di "fidarmi" o meno: lo vedo con i miei occhi se chi ho davanti è onesto o è un bugiardo, la fiducia è un concetto sopravvalutato e astratto che lascio volentieri agli uomini di chiesa, affinchè lo usino per spiegare il loro Dio uno e trino, e ai troiani che così vogliono chiamare la loro stupidità.
In ultima analisi, infatti, di cosa stiamo parlando? Cos'è la fiducia, se non un accettare a priori la veridicità di un'ipotesi? Logicamente non ha senso. La fiducia non esiste, è innaturale e dannosa, e anche scientificamente inesatta. Ma la buona notizia è che non ne abbiamo bisogno: possiamo vivere senza di essa e senza la sua controparte ugualmente dannosa, quella diffidenza esagerata e ottusa che ci porta a dubitare anche di chi ci vuole davvero bene, rovinandoci il fegato. Basta iniziare a comunicare, a comunicare sul serio. Imparare a riconoscere quando gli altri stanno cercando di buggerarci e non farsi intimorire dagli atteggiamenti passivo-aggressivi dei malvessatori smascherati. Un po' come dire: ascoltiamo meno con le orecchie e più con gli altri sensi. Usiamo il buonsenso e facciamo affidamento al nostro istinto, ben consapevoli che gli errori di valutazione sono sempre dietro l'angolo, ma da qui ad eleggere un brigante matricolato alla presidenza del consiglio (evento puramente ipotetico, lo dico a scanso di equivoci e senza pensare a fatti o persone reali, ci mancherebbe) ci corre come tra il culo e le quaranta ore.
E già che ci siete, tenetevi anche lontani dai serpenti e dai cavalli di legno.
Si sa mai... meglio non fidarsi.

martedì 27 settembre 2011

Il budino di Heisenberg


budinoaranciaLa meccanica quantistica è complicata. Ma, in ultima analisi, non la comprendo meno di quanto comprenda certe persone e certi tipi di relazioni sociali.
Per lo meno, quando si parla di fisica delle particelle, possiamo sempre aggrapparci a leggi fisiche precise che possono aiutarci a predire il comportamento di un certo <sistema complicato>. Con un buon grado di approssimazione, per lo meno.
Il mondo visto alla grandezza di Planck, cioè circa 1.616 per 10 alla meno 35esima potenza, è misterioso e indeterminato, e non segue più le regole della fisica classica, della relatività e del bob ton.
Le particelle subatomiche sono vigliacche e prive di garbo, barano sulla loro posizione, ignorano completamente il concetto di causalità e si scambiano informazioni tramite entanglement quantistico, cosa che sarebbe ritenuta improbabile anche alla Scuola di Manipolazione Arcana del Thay.
Ciò nonostante, per il principio di indeterminazione di Heisenberg, per lo meno UNA caratteristica di tali particelle si PUO' conoscere con una certa accuratezza. Più precisamente: se si considerano variabili accoppiate come, ad esempio, il moto e la posizione, tanto più si conosce l'uno tanto meno si saprà dell'altra. Si può avere una vaga idea del moto di un muone e della sua attuale posizione. Oppure si può scegliere di calcolare la sua esatta posizione in un dato momento nello spazio, senza avere la più pallida idea di cosa farà e dove andrà il muone in questione: potrebbe ad esempio schizzare a velocità ridicola verso la più vicina nebulosa nel quadrante del Cigno, oppure traccheggiarsi ancora un po' in sala corse. Chi lo sa?
Ecco, per le persone è un po' la stessa cosa: abbiamo sempre una vaga idea della loro posizione, delle loro inclinazioni e idee, di come cambieranno rotta. E più crediamo di conoscere una di queste variabili, più il loro comportamento diventa elusivo, scostante, imprevedibile.
E' un po' come spalare acqua con un forcone. O fare i riccioli alle scuregge.
Poi ci sono persone che sono un po' come il Bosone di Higgs. Se ne presume l'esistenza, intuendola dagli effetti che hanno sulla massa circostante, e si può cercare di stabilire un <range> energetico entro il quale cercarle. Ma da qui a trovarle ne passa di plasma negli accelleratori, e probabilmente alla fine della fiera ci toccherà dare forfait e riprendere in mano il complesso di teorie che abbiamo faticosamente messo insieme in anni di studi passionali e passionevoli, per buttare il tutto con malcelata stizza in un cassetto. E ricominciare da capo: capitolo uno, come si concilia la gravità quantistica con la sensazione di ovo sodo in gola che si prova alle quattro di mattina?
E più si va avanti, più si scartano i bosoni, le stringhe, le gravità a loop, e più il tempo passa. Perchè quello -in culo ai neutrini iperluminali- scorre sempre nel solito verso. Per questo c'è chi non ammette mai i propri errori, e va avanti come un ciuco senza imparare mai niente. Troppa fatica, troppa paura. Troppa vergogna, andare davanti alla comunità scientifica e dire: "Errai".
Meglio, specie in campi così indeterminati, così aleatori, insistere a perorare la propria causa, magari tirando in ballo nuove complicazioni. "Il mio elettrone si comporta così perchè è sotto l'influsso di un antiprotone-sbronzo (invisibile perchè relegato in una dimensione ipercompatta) che la sera lo porta a giro nei bar.". Oppure: "No, magari il mio neutrone sembra un viscido manipolatore senza carica, indifferente e bolso, ma è perchè sono io a trattarlo male e pretendere da lui un minimo di collaborazione".
Stupefacente quante analogie si possano trovare tra la fisica e la vita... in effetti la fisica è la scienza che cerca di spiegare il perchè e il come la materia interagisca con altra materia. E qui l'analogia con le relazioni (o forse dovrei dire: i casi umani) diventa lampante.
Almeno per me.
Se per voi non è così non so che farci.
Certo, ci sono cose complicate, in tutti i campi. E più se ne sa e meno se ne sa, se mi si perdona la ridondanza di monosillabi sibilanti.
Un po' come succede per la questione della portanza.
La conoscete?
Funziona così: la domanda base è. Come fanno gli aerei a volare?
La risposta è: per via della portanza. Ovvero, il profilo alare asimmetrico dei velivoli è fatto in modo da far passare l'aria, che ad alte velocità si comporta come un liquido viscoso, un po' sopra un po' sotto all'ala. La parte superiore dell'ala, essendo convessa, ha un'area maggiore della minore, quindi l'aria che si trova sopra si trova a dover percorrere un percorso più lungo di quella che passa sotto. Fin qui ci siamo, no? Bene: percorso più lungo, a parità di tempo, dato che due molecole di aria non possono separarsi e creare un vuoto, vuol dire maggior velocità dell'aria che scorre sulla superficie alare superiore. Ciò crea un effetto "risucchio", che porta l'aereo ad essere trascinato verso l'alto.
Tutto chiaro. Ce lo avevano spiegato così, alle superiori, no?
La domanda è: perchè allora gli aerei possono volare anche capovolti?



Panico.



Se non trovate la risposta, non vi preoccupate. Al momento, l'insieme delle leggi che governa l'aerodinamica è sempre così complicato che questa può essere studiata solo mediante approssimazioni delle varie formule, inserite in calcolatori poderosi & incarogniti.
Il fatto è, tanto per svelare un po' gli altarini, che oltre la portanza, che è una forza normale alla direzione del vento apparente, dobbiamo considerare la spinta, ovvero la forza di propulsione dell'aereo. E la gravità. E la resistenza dell'aria. E la forma del profilo alare. E l'angolo di incidenza. E tante altre cose. Senza commentare il fatto che in realtà, nel calcolo della portanza, dobbiamo considerare l'effetto Coanda, secondo il quale le particelle di liquido (aria=liquido) si legano alla superficie sulla quale scorrono e ne seguono il profilo, con quelle che stanno "al di sopra" del mucchio che "rotolano" invece più velocemente, generando differenti gradienti di pressione e portando il flusso di particelle a seguire il profilo (in questo caso: alare) anche dopo che se ne sono separate. Un po' quello che succede mettendo il dorso di un cucchiaino sotto un filo d'acqua di rubinetto (provate pure). Il risultato è, almeno a basse velocità, un aumento di pressione verso il basso che spinge l'ala verso l'alto, esattamente il contrario del principio di risucchio che abbiamo descritto poco prima (effetto Bernoulli).
Se non ci avete capito un granchè, rallegratevene, perchè ci capisco poco anch'io e di conseguenza mi spiego male.
Il succo della questione è: non si capisce bene come, ma funziona. Possiamo creare modelli abbastanza approssimati, di grande raffinatezza e complessità, sicuro, ma comunque sempre lontani dalla realtà fisica.
Questo vale per tutto: una profonda conoscenza genera indeterminatezza. Nuove soluzioni portano nuovi problemi. Una risposta ci trascinerà di fronte a mille domande.
Come districarsi in tutto questo? La risposta è boh: ognuno ha il suo metodo. C'è chi costruisce modelli sempre più complessi, in cerca della comprensione più accurata, sapendo che non la raggiungerà mai; chi naviga a vista, come facevano gli aviatori di una volta, che invece di stare a fare tanti calcoli mettevano fuori la manina per sentire l'angolazione del vento apparente e calcolare lo stallo (però poi spesso precipitavano); c'è chi se ne sbatte e va avanti uguale, senza mai capire un' emerita cippa di quel che lo circonda, tanto "ci pensano gli altri". Già.
Io non so che metodo sto usando, probabilmente il primo per certe cose, il secondo per altre, chissà.
Qualcuno ha detto che lo stesso problema si dovrebbe avere anche per i budini, allora, dato che per cucinarli non importa certamente conoscere a fondo la coagulazione termica delle proteine.
Ciò nonostante li prepariamo da secoli (forse).
Tutto molto esatto, tutto molto pratico e zen, come piace a me.
Anche se ho ancora un paio di riserve.
Primo: non servirà certo una buona conoscenza della coagulazione termica, ma per cucinare dei budini MANGIABILI serve perlomeno un buon sistema di approssimazione (che noi chiamiamo <ricetta>) che tenga conto di tempi, quantità e temperature.
Secondo: che, salvo alcune notabili eccezioni, le persone non sono budini.

lunedì 19 settembre 2011

La Nausea








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E' girato il vento, e mi girano le palle. Non sono mai soddisfatto, del resto: la soddisfazione è la piaga che accomuna i poveri, quelli inconsapevoli, mentre io sono un povero consapevole, con una precisa coscienza politica, che esprimo al di là delle mie funzioni con velleitaria e stakanovistica costanza.
Ergo: non sono mai soddisfatto per precisa appartenenza di classe, ma anche per indole personale. Da quando ho undici anni ragiono sul celebre aforisma di Asimov sul "desiderare solo e soltanto ciò che si può ottenere". Un concetto che in un mondo perfetto sarebbe anche giusto. Ma dopo vent'anni di studio, che non me ne voglian il Buon Dottore e le di lui Basette, mi sembra una gran cazzata.
Io desidero, e basta. Che la cosa possa o meno ottenerla non cambia il fatto che la desideri. Troppo facile accontentarsi di ciò che si può avere. Troppo paraculo, troppo vile, non sono strutturato così, e se questo mi causerà problemi, ben venga, ormai ci sono avvezzo.
Gira il vento e porta il freddo e l'acqua, con questi tramonti arancioni su cieli viola malva; porta gli sternuti, le tasse, il Livorno che vince due partite di fila e la prospettiva di un autunno austroungarettiano.
Gira il vento, ma resta sempre, anche di più, una violenta caligine in lontananza, che mi indispone coni e bastoncelli, e non serve a nulla farsi gli occhiali. Non è astigmatismo, è la nebbia di guerra di Von Clausewitz (quel vecchio trombone), quel velo simile a foschia che ammanta tutto quello che non è di nostra conoscenza, tutte le informazioni a metà, quelle vere e quelle false, esponendoci a cariche improvvise e a salve di artiglieria che possono abbattersi sulla nostra (pl. majestatis) pontificia chiorba daummomentallaltro (cfr. Queneau, "Zazie dans le métro").
Strizzando gli occhi ho cercato spesso di vederci chiaro e la cosa mi ha fatto girar la testa, e venire la nausea. E ora questo sento: una profonda nausea di vivere, come quella di Sartre. O per lo meno un po' di pìllone, come si dice qui...
La nausea (o il pìllone) che scaturisce dalla distanza, anzi no, dalla presa di coscienza della distanza. La distanza filosofica e morale tra chi si tiene i paraocchi e va avanti per inerzia, convinto di dare un senso alla propria vita, e chi s'è reso conto che un senso non c'è, e scruta nel'Abgrund terribile di un'esistenza depauperata di uno scopo preciso.
Sartre ne faceva un problema esistenziale, io sono più pragmatico. Che la vita, nella sua accezione più vasta, sia priva di senso o di scopo non mi preoccupa più di tanto. D'altronde, perchè dovrebbe? Cosa cambia?
Però questa consapevolezza può portare a farsi venire degli attacchi di bile, quando si vede che c'è invece chi si affanna a dare un perchè a tutto questo carrozzone, e che indefessamente, come un'ottusa termite, ammassa piccole morule morali nella testa radamente innervata, con la malagurata intenzione di farle fermentare in abbozzi di principi e di idee, tentativo che -va da sè- si risolverà in un aborto senza appello, se va bene, o in un'illuminazione religiosa, se va male. Perchè è inutile: se il cervello ti sfiata come una caffettiera non è colpa di nessuno, ciò nonostante la S.V. è pregata di lasciare ad altri la soluzione dei Complessi Problemi dell'Esistenza.
Un po', per chiarificare, come vedere il Bonolis di turno che fa la sua bella trasmissione dal titolo: "Il Senso Della Vita". Come se quella ridda di casi da baraccone che sciorinano le loro esperienze melense con disgustosa rufianeria fossero detentori della risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l'universo e tutto quanto. Macchè, buona fortuna caro Bonolis, se pensi di cavarci qualcosa di buono. La risposta è 42, non c'è molto altro da chiedersi. E' proprio la domanda che è mal posta, in effetti. ("Ad essere sinceri, penso che il problema sia che voi non abbiate mai saputo veramente qual è la domanda.", Cit.).
Sartre la risolse in modo abbastanza geniale, la questione, almeno sulla carta.
Quel che da senso alla vita sono i momenti perfetti, quelli che non hanno bisogno di spiegazioni.
E qui mi trova -again- d'accordo.
Lo diceva anche quel maccartista di Gerrold: non farti domande se le tue azioni sono efficaci. Qui si potrebbe rovesciare la sentenza in: se non ti stai facendo domande, vuol dire che le tue azioni sono efficaci.
Se vi state chiedendo qualcosa, non fatelo. Se avete dei dubbi, fermatevi. Oppure fate come vi pare, d'altronde non mi date mai retta, basta che poi non veniate a lamentarvi, perchè potrei dirvi "Ve l'avevo detto!": la mia frase preferita.
Odio dirlo, in realtà.
Qualcuno dirà: bè, ma se si fa così non si fa più nulla. Ci sono sempre dubbi, incertezze... mica si può rinunciare a vivere.
E qualcun'altro risponderà: perchè no? Alla fine non è questa la base di quel buddismo che va tanto di moda? E in ogni caso, basta che siate ben coscienti che le cause dei vostri dubbi non potranno mai portarvi a quei momenti perfetti, quegli stati di illuminazione che non hanno bisogno di spiegazioni e che rendono la nausea un po' più dolce. Non c'è verso. Non affannatevi: prendetele per quel che sono. Ovvero: situazioni fallimentari, destinate all'incompletezza. Si vive anche di questo, in qualche modo, bisogna pur strisciare lungo le nostre giornate. Il concetto non è così complicato, se c'è arrivato anche uno come Pieraccioni, che con tutto il bene che gli voglio (poco) certo non è Feynman. I giorni memorabili nella vita di una persona sono due o tre. Il resto, fa volume.
E ora piove, anche, e Bobo Rondelli mi canta di dolori prepotenti e di angosce tridimensionali. Anche a lui l'apparato digerente non funziona più bene, è un caso comune.
Un caso comune a chi usa il linguaggio per raccontare, si tratti di pittori, registi, scrittori o musicisti. Sempre la stessa solfa. L'arte è una via di uscita dalle marcescenze dell'esistenzialismo fine a sè stesso (viene dal greco, vuol dire: saggezza).
Raccontare e raccontare e poi raccontare ancora, fino allo sfinimento, gettare in pasto ai porci mille perle, produrre qualcosa con le proprie mani, inanellare ragionamenti logici o meno logici, esprimere concetti, mescolare idee e riarrangiarle, essere creativi e originali, in ogni caso sempre e comunque con militanza severa ma giusta, come diceva Jean Paul. Lo scrittore è impegnato per definizione. Lo scrittore scrive per la società dei giusti e degli iniqui. Lo scrittore è -voglio esagerare- un eroe odierno, un eroe di guerra.
E l'arte, l'amore e l'anarchia sono le uniche vere guerre di questo secolo.
Tenendo bene a mente queste cose, forse potremo tirarci fuori da questo lago di sangue e merda dove gli altri affogano, coi loro cellulari, i pantaloni da 400 eurI (si dice eurI, non lo ripeterò più) e le piastre per capelli.
Tutto questo val bene la fedeltà alla linea, specie quella che non c'è.
E scusate se è poco.

mercoledì 10 agosto 2011

... en attendant la guerre.



napoleon-na-waterlooLe Caillou, 18 giugno del 1815.
Non riusciva a prendere sonno. Si rigirava nella branda come il più miserabile dei fantaccini, un goffo fagotto dal ciuffo incollato sulla fronte.
L'aria umida, grave, il tanfo della pioggia grassa, la sensazione incombente di disfatta.
Si alzò, cedendo all'insonnia, la compagna assillante dei grandi, la baldracca ottusa dei pensatori.
Sentiva in cuor suo il desiderio di fare qualcosa. Passò in rivista le truppe, così, tanto per passare quelle ore di maledetta veglia.
Sono passati duecento anni, ma so cosa tormentava il piccolo còrso, in quegli attimi. La sensazione di una disfatta incombente, il lieve crepitìo dell'aria, quella tensione palpabile a livello della nuca, quel nodo al petto degno del Necchi che ti dice che sta per succedere qualcosa, che i binari della storia, della nostra esistenza, sono arrivati ad un bivio.
L'ora delle fascistissime decisioni irrevocabili, direbbe qualcuno. In realtà: l'ora in cui la piega del tempo prende una sua quantistica lunghezza d'onda. Oscilla un po', e si stabilizza.
Io soffro dello stesso disturbo. La chiamo, assai poco originalmente: una perturbazione nella forza.
La avverto proprio, la sera prima di addormentarmi o la mattina al risveglio. Sento che qualcosa nel tessuto dello spaziotempo non è in ordine, che ci saranno scosse di assestamento, che si dovrà fronteggiare una grande oscurità che minaccerà di schiacciare quello che abbiamo faticosamente costruito.
Ineluttabile.
E puntualmente arriva.
Arrivò anche per lui, e prese una piega peregrina.
Quel giorno, più tardi, nel pomeriggio, la tonnara umana ed equina che era il campo di Moint-St.-Jean fece oscillare le sorti di svariati esseri umani, i destini ruzzolarono come i dadi di Cesare. La funzione d'onda oscillò tra i suoi minimi e i suoi massimi. Ed infine si stabilizzò: testa o croce, vita o morte, tutto o nulla.
Ma non è questo che oggi ci interessa. Non gli esiti del destino beffardo, non le strade che ci è dato inforcare. Non il bivio in sè di un'esistenza che può essere: miserrima. O peggio.
E' l'attesa del bivio.
Io comprendo il piccolo còrso. Sono simpatetico ai suoi stati d'animo. Anch'io come lui sono emotivo, l'ansia mi rattrappisce lo stomaco, mi viene l'ulcera quando sento il gelido soffio del caso aleggiare sarcastico sulla mia schiena. C'è un lasso di tempo tra questa sensazione e l'azione, e l'esito che le cose prenderanno.
Un magra attesa.
Ed è questo che ci interessa oggi. L'attesa, per chi non sa attendere, è una tortura.
Chi scrive è strutturato male: non è programmato per attendere. Chi scrive è un egocentrico manipolatore, abituato ad avere sempre sotto controllo le cose. Certo, c'è il caso di gestirle male, ma la consapevolezza che il proprio destino dipenda da noi stessi è consolante.
Aspettare che succeda qualcosa, che le cose migliorino o peggiorino, è come la tortura del piano inclinato. Un solo secondo sembrano mille anni.
Il còrso, prima della definitiva disfatta in quella mattanza ondivaga, non sèppe aspettare. Risolse, dopo poco che si era levato dal giaciglio, di attaccar briga con l'irlandese. Da uomo pragmatico e di polso qual'era, era l'unica cosa che potesse fare. Aspettare cosa? Avrà pensato. Già che sòn sveglio, meglio finirla subito qui. Fiato ai cannoni, nella bruma dell'aurora, e che si viva o si muoia nel tentativo di farlo.
E qui entrò in gioco uno dei tanti imprevisti che il fato, quello antropomorfizzato dei greci, mette da sempre tra le ruote delle nostre vicende umane. Un vulcano che erutta, una gran nube di cenere, un'estate piovosa, e la mattina del 18 giugno del 1815 le artiglierie si impantanano, non funzionano, si deve attendere mezzogiorno per poterle utilizzare.
E l'attesa diventa l'unica soluzione.
Ecco: quando attendere diventa l'unica opzione che abbiamo, cosa si fa?
Io non ne ho idea. Nel mio piccolo: languo. Vegeto, lèggo il Tirreno, bevo birra e faccio passare i giorni tutti uguali, cercando di conservare in me, ben visibile, l'obiettivo che mi pongo. Aspetta, mi dico, attendi, non puoi fare altro. Prima o poi il vento girerà, e dovrai essere pronto a varcare il fiume, entrare ad Orleans e scacciare l'inglese dal sacro suolo di Francia.
Certo, se ti chiami Jeanne D'Arc e hai il favore di Dio, il vento gira non appena lo richiedi. Ma se ti chiami Jeanne D'Arc c'è anche il caso che il favore di Dio ti conduca, una volta esauriti i tuoi sacri compiti, sul rogo. Questo succede perchè l'Onnisaccente chiama sempre a sè i suoi prediletti.
Sono contento di essere devoto a Yog-Sototh.
Per i comuni terrestri come noi, comunque, l'attesa può durare una quantità di tempo indefinito. E naturalmente, mentre si aspetta non si può fare altro che aspettare: tautologico ma esatto.
Attendere è un'arte talmente raffinata che qualcuno ne ha fatto la sua fortuna: è il caso di Quinto Fabio Massimo, detto Cunctator, ovvero "il Temporeggiatore".
Per farvela breve, acciocchè non venga accusato di essere prolisso, il nostro Temporeggiatore doveva fronteggiare l'esercito invincibile (o almeno così pareva) di Annibale Barca. Optò per non fare nulla. Dato che Annibale era insuperabile in campo aperto, l'unica scelta saggia era non affrontarlo. E mentre il cartaginese metteva a ferro e fuoco l'Italia e il senato si incazzava, Quinto Fabio Massimo si grattava le verruche e se ne sbatteva allegramente, attendendo che la cosa si risolvesse da sè.
Va da sè che dopo un po' il senato lo obbligò a prendere le armi e scagliare i suoi uomini contro gli elefanti punici, pena una grandinata di nòcchini.
Il Cunctator fece spallucce, disse "Come volete", guidò l'esercito in campo aperto e venne sbaragliato. Questo convinse finalmente i vecchi bacucchi di Roma che in effetti il console non aveva poi tutti i torti a voler attendere, e la storia si rimise in cammino con l'esito che tutti noi conosciamo: il Barca fece il gradasso ancora per qualche anno, bullandosi dei suoi pachidermi, ma alla fine Cartago venne delenda e sulle sue macerie venne sparso anche il sale, a monito perenne che non si fanno girare i coglioni a chi è più tenace e vendicativo di te.
Con tutti questi episodi storici, degni di History Channel, che voglio dire?
Che attendere, come tutte le cose, non è nè positivo nè negativo in sè. E' una cosa che capita di dover fare o che scegliamo di fare noi stessi. Ma è essenziale saper attendere. E' molto importante imparare a farlo, sia che ci capiti per i capricci del caso, sia che ci venga imposto dal nostro Io.
Io non ho mai imparato, ma ci sto provando, con grande difficoltà. Non è nelle mie corde, è come cercare di insegnare ad una mucca a scendere le scale.
Quando aspetto il bus mi incazzo: intrappolato nella marmaglia di plebe, accendo una sigaretta ed ecco che il camionaccio giallo fa la sua strombazzante comparsa dal mondo del traffico.
Quando aspetto il treno c'è sempre qualche avversa condizione meteo, tipo pioggiaevvento, a sommarsi al ritardo e all'incomodo dei vagoni pieni zipilli di neGri.
Quando aspetto che i casi della vita prendano un esito favorevole per le mie bèghe vengo puntualmente disilluso.
Quando aspetto in generale sono a disagio, fremo, vorrei attaccar briga, cedo alle lusinghe dell'azione. E spesso rischio di sbagliare, di rovinare con un gesto avventato tante cose che ho sapientemente costruito... mi mangio il fegato e mi addormento male, svegliandomi peggio.
Non imparo mai niente, questo è un dato di fatto.
O meglio, quasi niente, dato che qualcosa in fin dei conti sto imparando: non sempre le cose lasciate a loro stesse tendono a peggiorare. Non sempre agire, in un senso o nell'altro, è buona cosa. Come ci insegnano i buddisti, l'inazione può essere un pregio. Poi loro, da bravi religiosi, vanno un po' oltre, e sbagliano, ma tant'è...
E, cosa assai rilevante, oserei dire centrale: nell'attesa non si deve essere passivi.
Mai.
C'è sempre qualcosa da fare. Prepararsi, raccogliere informazioni, tenersi pronti. Tenere sempre ben presente ciò che si vuol raggiungere, la nostra mèta, il nostro bivio, e cercare di essere pronti ad inforcare la strada giusta non appena si verificherà l'occasione propizia. Duro compito poterla riconoscere, questa occasione. Ma c'è, statene certi.
Farsi trasportare, nell'attesa di un'estate migliore, dalle vane migrazioni del caso, dalle transitorie disposizioni dei nostri sensi, può farci smarrire la rètta via, distoglierci da quello che realmente vogliamo, e farci accontentare di questa attesa insulsa, che diventa un'unica ragione di vita.
Ci si abitua ad aspettare. Che le cose vadano meglio, che gli altri ci amino o ci odino, che succeda qualcosa senza che l'abbiamo richiesta. E così ci facciamo piacere ciò che non ci piace. E così ci facciamo scegliere invece di scegliere noi stessi.
Ça c'est pathetique.
Un giorno sarà troppo tardi per rimpiangerlo.
Io da parte mia aspetto. Aspetto che il vento giri.
Aspetto che il terreno si secchi.
Ma a mezzogiorno, tre colpi d'artiglieria risuoneranno nitidi, ad indicare che la pazienza è finita, e che si va allo sbaraglio.
Con lo stesso animo del còrso, sapendo di andare magari incontro ad una fine ingloriosa.
Ma, perdìo, almeno una fine che ci siamo scelti.
E se sarà Sant'Elena, almeno sarà un posto caldo e soleggiato in cui passare il resto della vita.

mercoledì 6 luglio 2011

Affinità e divergenze tra la compagna Gertrude Stein e Noi

Gertrude_Stein3Una rosa è una rosa è una rosa.
Ecco, credo che alla fine una volta detto questo si sia detto tutto, qui potrei chiudere il post.
Ci sono frasi pessime, parafrasando Guccini, frasi bellissime e frasi "ma perchè non l'ho detta io?". Questa è una frase di quel tipo: ma perchè non l'ho detta io?
Solo che io, essendo assai più prosaico, avrei stabilito che la merda è merda è merda.
Questo merita una spiegazione. Oggi sono stato illuminato da una mia amica, la quale mi ha candidamente informato delle meccaniche della selezione naturale. Io sono di estrazione razional-meccanicista e darwiniano per religiosa convinzione. Per me i canini ci hanno condotto al vertice della civiltà, checchè ne dicano i vegetariani (dio li faccia ammalare del morbo di Refsum), Marco Aurelio ha sempre ragione e le immutabili leggi della fisica sono l'ultimo appiglio a cui ci si può attaccare quando tutto sembra crollare come una pila di panni sporchi. Per questo non capisco mai gli esseri umani, per questo non mi piacciono: perchè sono illogici e irrazionali. Oggi ne ho avuto la conferma. Il motivo per cui si scelgono sempre persone di cacca, in un modo o nell'altro, è perchè cerchiamo di tramutare la merda in oro. Questa è stata l'epifania a me trasmessa da Santa Luisa.
Ora: le cose sono due, o cerchiamo di tramutare l'altrui merda in oro, oppure ci sentiamo merda noi stessi, e cerchiamo di tramutarci in oro tramite il contatto con altra merda. Il risultato non cambia.
Vi sarete accorti che stasera sono assai più scurrile del solito, e per quelli di voi più sensibili consiglio senz'altro di rivolgersi alla lettura di Geppo, di modo che la vostra coscienza non ne verrà turbata. Per chi ha il fegato grosso come quello di M. Dick invece, consiglio di seguitare la mia prosa elegante e variopinta.
Dopo questo vanaglorioso inciso, posso affermare che per quanto mi riguarda, se una rosa è una rosa, la cacca di cervo è e resterà nei secoli cacca di cervo. A molti questo sembrerà tautologico, ma per me racchiude una sacrosanta, innegabile e fondamentale verità.
Ovvero.
Capita di accontentarsi, capita di aver paura, capita di tutto. Vediamo le cose come attraverso un paraocchi da cavallo, ci facciamo piacere le situazioni più spregevoli, ci abituiamo e ci innamoriamo dell'idea di essere amati. Non c'è nulla di peggiore, di più pericoloso e di più deprimente. Vado oltre: se fosse per me ci sarebbe una legge a proibirlo. La merda è merda: le persone che non valgono una cicca masticata non valgono una cicca masticata; mettetevelo bene in testa, non potete cambiare il prossimo più di quanto possiate comprendrere davvero la fisica quantistica, e fare a cazzotti con la realtà vi farà rompere le ossa e sprecare tempo.
Questo affannarsi mi abbrutisce, ecco perchè tento di arginarlo; questo continuo picchiar testate sui vetri come i ronzoni che scaccio ogni minuto dalla mia bucolica magione mi stressa la borsa scrotale, e più di tutto: mi fa infuriare come il peggiore dei giannizzeri alla vista di Vienna questo continuo svilirsi di belle persone dietro a emeriti sacchi di letame.
Ed ecco che le solite malelingue avranno il loro bel da fare a  commentare sarcasticamente il fatto cruciale: egli non copula, qui sta la ragione della sua acidità
Io invece vi invito a rovesciare la medaglia: egli è inacidito, dicevano di lui i bardi, per questo motivo non copula. Preferirei perdere l'uso delle mani, degli occhi e delle basette prima di confondere il mio augusto cranio con la prima subumana di passaggio.
Esser fatti così genera stizza e fa viver malissimo.
Difatti il mio periodo bizantino continua, costretto in una casa che somiglia sempre più ad un lupanare, più dissoluto degli augusti dopo Diocleziano, datosi che la decadenza è l'unica attività decorosa in periodi di cacca di cervo, e che l'automiglioramento, come disse Tyler Durden, è solo masturbazione. Mentre l'autodistruzione...
E i cuoricini fasulli, le frasi da baci perugina, i facili entusiasmi, le peregrine migrazioni degli animi e delle gonadi, ben poco mi illudono: tutto è merda, muoia Sansone, muoiano anche i filistei. L'autoconvinzione non fa per chi ha studiato Ekman e Borg, per chi riesce a vedere all'interno di queste sciatte disposizioni di animi superficiali ed inclini alla miopia, sofferenti di una cifosi temporale che li porta, volenti o nolenti, ad inclinare sempre e comunque sul piatto di merda che il fato gli propina, incuranti delle loro possibilità e meriti, della loro grandezza e della loro gloria.
Ma sto diventando prosaico senza motivo, e me ne compiaccio, dato che le parole sono importanti.
In tutto questo baillamme di concetti, in questa ridda di significati e significanti, non c'è molto più della frase da cui tutto è scaturito: la rosa è rosa, la merda è merda.
Ma una piccola divergenza c'è, tra la compagna Stein e Noi (uso il pluralia, sì).
Come ebbe a dire chi già citai, l'essenziale è invisibile agli occhi. Non si vede bene che col cuore.
Per chi di voi avrà abbastanza pazienza di seguirmi ancora, l'incanto di questa frase verrà svelato tra un paio di settimane. Per chi è impaziente, e non è un difetto, dico solo questo.
Per quanto riguarda la compagna Stein, si può dire che non per tutti una rosa è una rosa, e non per tutti -purtroppo- la merda è merda.
Però, guardare col cuore non vuol necessariamente dire che ci si deve lasciar trasportare dal flusso degli eventi, dal turbinio di quella che è solo una passione dei nostri accenti. Così facendo ci si infatua di noi stessi e delle nostre tare, e si cerca un tappo a misura, o ci si fa bastare ciò che si ha. E' vedere questo? E' forse l'espressione di millenni di evoluzione che ci hanno portato ad essere la specie dominante del pianeta? Se non lo credo io, fidatevi, non è la verità.
Lasciarsi trasportare è una prerogativa delle meduse, la miopia affettiva lo è delle persone bolse, vecchie e disperate. Provo un moto di commozione per quei gas che -chi più saggio di me- ha definito "nobili", nobili perchè rifiutano di legarsi ad individui di bassa lega, gas come lo xeno, l'argon, il radon. Gas inerti, dirà qualcuno, ma che hanno in sè un'innegabile forza d'animo che non li porta a condividere la loro preziosa nube elettronica completa col primo idrogeno che gravita nella loro orbita.
Non si vede bene che col cuore, torno a dire, e mi ricordo degli insegnamenti di un grande Sensei, che mi addestrò a guardare di fronte senza mettere mai a fuoco, allo scopo di parare gli strali dell'avversa fortuna e di combatter -arma in pugno- un mare di avversità che giungono da ogni direzione. La vista inganna, anche quella del cuore, anche più di quella degli occhi: dura lotta è saperla domare e renderla strumento e non guida. Per questo, credo, è nato il detto: Beati monoculi in terra caecorum. Beati gli orbi, nella terra dei ciechi. Perchè qui viviamo, nella terra dei ciechi, e anche un occhio a funzionalità ridotta può essere viatico di salvezza e di stabilità, come fa il mio occhio destro. Il sinistro ormai, anche se dotato di una colorazione invidiabile e di un fascino magnetico, ha la stessa miopia di molti cuori e di molte menti. E qui si giunge alla considerzione finale, dato che sono le 2, ora cara a Napoleone, ed inizio ad accusare il sonno.
Spesso il cuore ha bisogno di occhiali.
E di un buon analista.