giovedì 5 maggio 2011

The hitchhiker's guide to the misanthropy

hitchhiking
Come Falk in quel film, mi nutro controvoglia e aspetto il malore notturno.
Che però, per fortuna o purtroppo, a seconda della stima che nutrite nei miei confronti, non arriva: ergo, mi alzo per lamentarmi.
Come un dragone dell'esercito absburgico sono completamente vestito in tre secondi netti, lavato in otto e pronto a riversare il mio disprezzo per l'umano consesso prima ancora di aver girato la maniglia della porta, che mi porta (scusate la ridondanza) a cappuccinoeppezzo dopo 4 infide e rypide rampe di scale.
Fuori la gente assomiglia a quell'animale stupido dipinto da Nixon, un serpentone asimmetrico che si snoda per le strade della città, indifferente ed incline alla rabbia sociale, tenuto a freno da consuetudini salse e prevedibili come un posto di blocco della polizia fuori da una festa di ribibibò.
Non me ne faccio un cruccio: li conosco. Conosco loro e le loro abitudini, so cosa mangiano per colazione e dove vivono.
E prima o poi gliela farò pagare.
La gente non si guarda in faccia. Puoi passare ore in giro per la città e non ricordarti di un volto. La gente non si guarda in special modo quando deve comunicare. Distoglie lo sguardo, si fissa i piedi in cerca di un aggettivo da abbinare alla sciarpina alla moda, guarda il muro, il cane, quello che passa, una borsina che spicca il volo verso lidi migliori.
Guardare in faccia è considerato maleducazione, anche perchè così si potrebbe scoprire in tre balletti cosa pensano gli altri veramente di noi e viceversa.
Invidia, rabbia, frustrazione, noia, gelosia, disagio, vergogna, abbiamo impiegato gli ultimi cinquecento anni di evoluzione a cancellare dal contesto sociale le spiacevolezze, salvo poi vederle riaffiorare quando meno ce lo aspettiamo come una macchia d'unto mal lavata.
A che pro? Cui prodest, diceva chi era più saggio di noi...
La gente non conosce la prossemica, e questo stride un po' con quanto detto prima, segno che il lavoro di rimozione e mascheramento funziona fin troppo bene ma parte da basi superficiali.
Ci sono persone capaci di appiccicarsi alla tua spalla mentre aspetti il verde (gioia del semaforo, il grande regolatore a tre tonalità di noia), capaci di scegliere il posto accanto al tuo in un vagone totalmente vuoto, capaci di violare quei pochi centimetri di zona intima quando aspetti il caffè ad un bancone di un bar completamente deserto. Capaci di strusciarsi come il più ruffiano dei felini nelle file del supermercato.
Il supermercato poi, se non fosse che distribuisce cibo e birra, lo eviterei come e peggio degli autobus.
La mattina ti aspetti di sentir chiamare al citofono il dottor Lustro in geriatria, d'urgenza. E nel supermercato si confermano le teorie fisiche che postulano l'inversa proporzionalità tra vicinanza del prossimo e igiene personale.
Come a dire: più ti vengo vicino, più il mio odore assomiglierà a quello dell'intera orda di tartari del Gran Khan, con tanto di bistecche lasciate frollare sotto la sella dei puledri.
Oibò.
Ma a volte mi dico troppo misantropo, mi scopro -una volta all'anno, più o meno- di buon cuore, e decido di dare una possibilità al genere umano.
Alla fine, come disse Gian Maria Volontè in un bel film di Damiano Damiani, sono pure sempre hombres come noi. Puzzano, sono sciatti, ma sono sempre hombres.
E sia, allora, in un impeto di madreteresismo ecco che scatta la Buona Azione.
Ne ho fatta una lunedì. E sto sempre aspettando che il karma mi ripaghi, ma per ora mi ha preso soltanto a calci nel deretano.
L'occasione si presenta al distributore, dove mi fermo sempre a far benzina.
Una vecchia sdrucita, in apparente affanno, mi chiede un passaggio verso Firenze.
Nicchio.
Mi si affollano nella mente le seguenti immagini.



  1. La vecchia infilata in un sacco di rifiuti condominiali, di quelli da 3 millimetri, tanto chi vuoi che ne denunci la scomparsa?





  2. Un plotone della Gestapo che chiede i documenti alla vecchia, la trova colpevolmente giudea, e la passa immediatamente a fil di spada (confusione tra Gestapo e Lanzichenecchi)





  3. Io che, novello caruso Pascoski, colpisco la vecchia con un sinistro al fegato degno di Ray Leonard.





Ma sono in buona, e mentre Tamerlano mi urla nelle orecchie di legarla al mio cavallo d'acciaio e di trascinarla fino a Livorno per insegnarle l'educazione, mi scopro a offrirle un passaggio (con una certa riluttanza), non senza aver mormorato a fil di denti qualcosa di molto simile a una maledizione in Aramaico.
Mai una fìa, mi viene alla mente, e la monto in macchina.
La vecchia trota ha almeno il buongusto di starsene zitta mentre ascolto a tutta gargàna gli Airborne (3 volte), e anzi a metà strada inizia a bicciare come una bascula e si assopisce.
Per un attimo spero/temo che muoia lì, sul sedile (appunto) del morto, e mi chiedo se non sarebbe meglio disfarsi del corpo in una piazzola di sosta piuttosto che avvertire la autorità.
Ma la vecchia stronza si riprende e si mette a cinguettare amabilmente.
Alla fine, ecco che si palesa la Conca del Rinascimento, con le sue fontane e i suoi giardini pensili, ed io smòllo la cariatide in un autogrill, dato che la tapina deve cercare un passaggio per Bologna (vituperio delle genti).
Gracchiando una specie di ringraziamento si dilegua senza lasciarmi una mezza lira per un gallone di benzina o un tallero bucato per aver pagato l'autostrada.
L'unica cosa che resta è un sottile odore di tomba fresca che prorompe dal sedile anteriore, e la sensazione di aver fatto qualcosa di completamente inutile.
Bè, mi dico, ho fatto qualcosa senza ricevere nulla in cambio. Il karma mi ricompenserà, Esso è così buono e giusto.
Resto intruppato nel traffico, scelgo una scorciatoia fasulla che mi fa quasi perdere, arrivo in ritardo, la macchina continua a puzzare e io mi sento come se fossi stato fregato da uno di quei venditori porta-a-porta che ti sfilano i soldi con la sinistra e ti lasciano l'enciclopedia della Marmotta Marsupiale con la destra.
Del karma non v'è traccia.
Neppure ora, che sono passati numero quattro giorni.
E mentre spero che l'anziana scroccona, delle cui peripezie mi sono volutamente disinteressato per tutta la durata del viaggio, sia stata addentata nell'ileo osteoporotico da un Pitbull affetto da rabbia, penso che il karma abbia voluto regalarmi una profonda lezione.
Altro che essere misantropi.
Non si deve fare mai niente per nessuno, specialmente per gli anziani in difficoltà.
E possibilmente, si dovrebbe cercare con tutte le nostre forze di morire giovani e di bell'aspetto.


martedì 12 aprile 2011

Look left

   Summer





Nacqui, come David Copperfield, poco dopo la mezzanotte di un venerdì (o almeno così mi hanno detto) di fine Luglio. Prodigio letterario e prodigio infausto, se si dever dar conto a Dickens, ma alla fine credo che non si debba poi molto, essendo Dickens un vecchio reazionario ottocentesco.
Di tutte le maledizioni che le vecchie levatrici avrebbero potuto scagliare, l'unica che ha attecchito è quella che riguarda l'estate.

E' così, sono sensibile come un fusibile per natura, sfortunato per inclinazione e solitario per abnegazione, e l'unica stagione che concepisco è l'Estate, che si intervalla -come tutti sanno- con l'altra stagione umana che è "I morti".

E adesso Zefiro torna e 'l bel teNpo rimena.

O bravo.

E con esso: raffreddori, fortori, sciatica, mosciume, sonnolenza, appetiti della carne e y dei cvli sugli scalini.

Tant'è, è la ruota cosmica, il bel fluire delle stagioni, e sono contento di vedere finalmente un pò di verde fare capolino sugli alberi, tanto per ricordarsi che siamo sopravvissuti al peggior inverno da quando mi dovetti umiliare -coi piedi nella neve- davanti al castello di Canossa.

O era un altro? Ormai non ricordo più molto bene.

Resta il fatto che il risveglio della natura è mirabile, e io lo miro dall'alto del mio quarto piano, sorseggiando una guinness fresca e spipazzando come un afghano.

Un pò come Enrico IV, che dopo essersi prostrato tre giorni e tre notti, durante una tormenta di neve nel peggior Gennaio che si rammenti, davanti al papa vigente (ecco chi era!) bèn risolse di tornare in Germania a preoccuparsi dei fatti suoi e della di lui successione.

Gli uomini tutti d'un pezzo sòn fatti così, si inginocchiano per comodo, ma poi se gli fate girare le pallette, come successe col buon Enrico, adottano il piano B: genocidio e testate negli zigomi. Infatti dopo la seconda scomunica il nostro caro imperatore sacro e romano non si sgomentò più di tanto: umilato si era già umiliato, visto che la cosa non rendeva più di poco si decise nel mettere a ferro e fuoco Roma, deporre il Papa e tornarsene -avanti che arrivassero i Normanni- a svernare nelle langhe al di là del Reno, in pace con sè stesso e con la sua autorità.

Tutto questo a che pro? Per dirvi di quanto malsopporti il freddo, l'inverno e le umiliazioni.

Noi uomini di un'altra schiatta un'offesa non la dimentichiamo mai, e nutro una profonda stima per il Sacro Romano Eccetera, per come ha devastato l'Urbe e per come ha risolto il mal di testa usando la decapitazione.

Altri tempi.

Ma tornando a bomba, Zefiro è davvero tornato. Ha impennato gli alberi sotto casa mia (informazione tendenziosa & fasvlla) di verde e di smeraldo, ha fatto tornare le gore sotto le ascelle e ha ignudato le signorine.

Bravo Zefiro, che tutti gli anni riede a farci starnutire e girare le palle.

Perchè se da un lato questo bel tempo che ritorna mi mòlce il còr, dall'altro mi fa star male.

E il perchè lo sapesse chi lo sa... ma non lo sa neppure lui, dev'essere una qualche sorta di nostalgia per qualcosa che non ho già avuto ma che mai avrò.

So solo che mi sovviene spesso di pensarci quando viaggio -per esigenze di studio- su e giù, qua e là per la Litoranea e attraverso la Bucolica fino a Firenze e ritorno.

E' la triste condizione del migrante: qualche decennio fa Mr. Miller mi contattò per un suo progetto che si chiamava "Travasi di bile di uno studente pendolare", ma poi si risolse per far morire un commesso viaggiatore. A volte il destino.

Ma tant'è.

E' cambiato il proscenio, questo sì, il teatro, le lontane quinte inaridite attraverso le quali sfrecciavo mesi fa sulla mia Torpedo Nera (poti poti) sòn diventate verdi, un'esplosione di lussureggiante e irriverente beltà.

Quanto mal s'accorda tutto ciò ad uno stato d'animo indefessamente prono sul rancore e sulla vendetta trasversale, quale la natura m'ha dato d'avere.

E allora, l'altro ieri, mentre correvo ai cent'all'ora verso la disfatta, m'ha colto un'epifania.

Ed ho voltato la testa alla mia sinistra.

Vi consiglio, miei signori, di farlo solo quando siete su di un rettilineo ed a bassa velocità, o rischierete (come me) di grattugiare i fianchi della vostra vettura sulla staccionata che divide la strada dal mondo degli Umani.

Ma così vedrete anche voi.

Perchè mentre si guida, si tiene sempre la testa incollata sul centro o sulla destra, e così facendo si evitano speronamenti, d'accordo, ma al prezzo di perdere metà della bellezza del creato.

Anzi, qualcosa di più di metà, perchè la bellezza sta a sinistra per vocazione ed ideologia, c'è poco da fare.

Io ho vòlto la testa al di là dello specchio, ed ho rimpianto subito di non aver avuto con me la fida macchina fotografica, che non so usare ma che uso lo stesso, come chi canta male sotto la doccia o chi sgraziatamente cucina per sè stesso.

Strappi di fiori gialli come l'oro di Mida su campi del verde della gioventù, nuvole che si addossano caparbie a colline indifferenti nell'azzurro della loro lontananza, auto che ci incrociano senza saperlo, cariche di storie inedite che non conosceremo mai, borghi sorti dal nulla di un barlume di ricordo, e la strada che ci viene incontro come un tappeto alla corte del Gran Muftì.

Tutto questo solo con un piccolo movimento inconsueto, che quasi mai facciamo.

E' dove non guardiamo mai, dove non abbiamo mai vòlto lo sguardo, che si cela un barlume di bellezza e di verità che mai avremmo sognato di vedere.

E poco importa se subito dopo la strombazzata del Tir guidato da un cafone moldavo ci riporta alla realtà della nostra corsia: volgere lo sguardo, sia pure per un minuto, val bene la messa.







































mercoledì 6 aprile 2011

Happiness is overrated

__sad_bunny___by_lolita_art
I lavacri sono una manna dal cielo. Senza lavacri sarei morto già diverse volte, sia fisicamente che intellettualmente. Le abluzioni ristorano il corpo e restituiscono la giusta dimensione ai pensieri. Insomma: mi piace fare la doccia, e chi ha passato del tempo con me sa che ne faccio numerose e che nel frammentre canto. E penso.
L'amore per i lavacri ha due radici: etrusche per quanto riguarda la cura del corpo, pontificie per quella dell'anima.
D'altro canto, mentre la mia gente costruiva acquedotti e terme qualcosa come tremila anni fa, il resto dei barbari d'oltremare e oltrappennino si lavava i denti con rametti di abete e costruiva case di cacca di cammello.
Ma non volevo parlare dei miei bagni. Volevo solo dire che, dopo diversi anni di assenza forzata dalla scrittura (informazione esagerata) sono tornato a produrre un pensiero critico proprio sotto la doccia. Come sempre, del resto.
Pensavo alla felicità.
E mi dicevo che l'ignoranza è un bene, almeno per me. Mi spiego meglio: l'ignoranza è il bene più grande delle persone con un minimo di senno e la condanna degli idioti.
Mi spiego ancora meglio, per quelli di voi ottusi come il fondo di un baule.
Chi è scemo è scemo. Fine. Buon per lui, si dice qui. "Bòn per te che non capisci una sega", anzi, è la locuzione giusta in provenzale (cfr. Jean De La Gavette, "Je te donne moi le bacon", 1443).
Quindi chi se ne va per il mondo gonfio di aria stantia come un barile in disuso, senza curarsi di ciò che lo circonda, sarà felice o triste a seconda di ciò che gli capita e che lo tange, ad esempio una martellata sul pollice mentre appende un quadro di Gattuso o un molare scheggiato mentre addenta un panino cipolla & calcinacci. Che bella vita, mi viene da pensare, per queste persone che si bevono ogni bischerata.
Per chi non ha invece i tratti dell'uomo di Cro-Magnon le cose sono più difficili. Sapere è una condanna, intuire una doppia condanna, avere ragione delle proprie nefaste intuizioni una sciagura vera e propria.
Quante volte vi siete sentiti raccontare cazzate e avete soprasseduto? Quante volte avete preferito ignorare cosa stesse succedendo, perchè il solo pensiero vi faceva star male? E quante volte avete provato quella inesorabile certezza che le vostre pessime sensazioni sono -in verità- assai prossime alla realtà? Diceva un famoso gobbo: a pensar male si fa peccato, ma si indovina. Ecco, c'è poi chi di questo ne ha fatto una scienza quasi esatta.
Tendenzialmente, il ragionamento vale per tutto: dai rapporti politici internazionali al coniuge infedele. Potete -con un pò di impegno- cavarvi da soli il ragno dal buco, una volta individuato il buco (e non a tutti riesce: è la cosa più difficile, trovare il buco). Basta un pò di buona volontà. Non ci vuole il professor Ekman, e neppure si deve studiare Borg e la sua prossemica. Basta andare dietro all'istinto, se l'avete abbastanza allenato, e potrete capire se le persone intorno a voi vi raccontano immani cazzate, se nascondono qualcosa per non farvi star male, dove sono, cosa fanno e perchè lo fanno. Basta averci l'inclinazione, e io, a dispetto dei miei studi, ce l'ho sempre avuta. Ma non l'ho mai assecondata molto, perchè.
E' molto, molto faticoso.
La gente, e qui ci metto anche me e voi, mio aulente pObblico, ha un quantitativo di energie limitato e non può sempre stare all'erta per ogni cosa. E allora ecco che succede il miracolo dell'ignoranza.
Mogli con mariti palesemente fedifraghi che negano l'evidenza, genitori che si bevono le storie su vento e motorini di figli drogati e con gli occhi arrossati, matrone che si inginocchiano a mangiare il corpo di cristo e nefasti personaggi che -nel buio della cabina elettorale- mettono croci su partiti-azienda di dubbia moralità.
Allora mi dico: l'ignoranza è un bene. Ma non quella finta di chi non vuol vedere. Quella vera degli stolti.
Per chi ha un grammo di sale in zucca non ci sarà mai la vera felicità.
Fatevene una ragione, è così. Smettete di dibattervi come pesci nella padella della Gran frittura.
Se siete felici o siete stupidi o non state tenendo conto di qualcosa.
Certo, perdìo, ci sono momenti di felicità per tutti. Ma quanti saranno mai? Quanto potete rimanere felici?
Io, personalmente, credo di essere stato felice tre volte dalla mia pubertà, intendo veramente felice, e contento forse una dozzina. Mai per più di tre o quattro ore di seguito, comunque.
Forse è solo un cruccio mio, ma mi sento di essere in buona compagnia se ripenso a quanti prima di me hanno dato fiato alle penne per scrivere aforismi sulla felicità che suonavano più o meno come quello di Schopenhauer. Il pendolo tra il dolore e la noia. O la storia dei due ricci. O la concezione della vita di Allen: l'esistenza è divisa in due categorie, l'orribile e il miserrimo. E allora ci va bene il miserrimo.
Il punto infatti è proprio qui, in ultima analisi. La ricerca della felicità, costituzionalmente approvata, è una favola come quella di Babbo Natale (spero di non aver lettori preadolescenti, o mi vedrò costretto a metter mano agli avvocati). L'unica ricerca possibile è quella di non essere tristi. Perchè in effetti questo ci resta, come esseri umani: se considerate bene la situazione, se vi guardate davvero dentro, potete candidamente ammettere che felici lo siamo stati raramente, e tristi molto più spesso e spesso in conseguenza di ciò che ci rendeva felici. E allora cerchiamo di non essere tristi, "basta che funzioni" diceva il genio cineasta ebreo. La ricerca della medietà, della situazione che non ci renda malinconici, che ci faccia stare meno male, che ci dia il minor numero di rimpianti.
E cerchiamo di fare i conti con l'infelicità, che al contrario della felicità è ben popolata.
Lo sapeva bene un altro grande personaggio, che è stato il mio Virgilio alla scoperta dei sentimenti umani. Sto parlando di Charlie Brown.
E voglio lasciarvi con questa immagine. Si tratta di una vecchia striscia, forse degli anni settanta, una delle striscie del periodo di Natale, quando a Charles veniva la depressione da festività (le altre due grandi depressioni erano associate a San Valentino e al campeggio estivo, mentre la riapertura della scuola non causava al vecchio nessun problema: peculiare come Charles soffrisse solo nelle situazioni di gioia estrema -almeno per gli altri-) ho perso il filo.
Ma il succo è: in questa striscia qualcuno augura a Charlie Brown un felice anno nuovo. Passano due vignette con lui che passeggia a testa china. Poi si gira e fa: "A proposito... che cosa vuol dire 'felice'??".
Ecco, questo è il succo.
Charlie Brown è triste perchè SA. E' depresso perchè sa di essere triste. Perchè è il bambino più intelligente e sensibile, e di conseguenza è il bersaglio degli altri bambini, quelli "felici". O che almeno credono di esserlo.
Perchè poi, lo sono davvero?
Linus, con il suo Transizionale mai risolto, Lucy, arrogante e sociopatica e costantemente depressa, Schroeder, il monomaniaco del piano, incapace di relazioni umane... e potrei andare avanti così per chiunque.
Loro non lo sanno, di essere infelici, quindi sono contenti.
E' come il calabrone che vola perchè non sa che non potrebbe farlo.


E adesso non preoccupatevi se vi ho depresso, e non me ne vogliate.
Come già ho scritto, la felicità è un concetto sopravvalutato.
Ricordatevi questo, e sarete felici.




mercoledì 2 marzo 2011

On the road (again)



P1000144Sì, almeno credo di sì, credo fermamente che si possa raccontare un pò di tutto, avendone la voglia e l'inclinazione naturale: anche un bel prato verde partendo da una fredda rotaja.

Lasciandosi Claudio il benzinajo alle spalle, si entra in Valacchia.
Almeno questa è l'impressione.
Sulla sinistra, un'occhiata fugace che rischia di farmi schiantare sul furgone carico di stronzi targati A.S. (Pallavolisti? Calciatori? Criceti?) che mi sorpassa a mille all'ora: un macabro residuato vegetale, un abete vecchio e rincoglionito a cui è stata tranciata via la testa, pelato e secco, una grottesca ripetizione dell'albero della cuccagna, carica di nulla. E già ti aspetti, sotto quel cielo plumbeo (immagine inflazionata) che un Vojvoda feroce e sanguinario vi conduca alla rovina e al pubblico ludibrio decine di turchi, di azab, di spahi, catturati per le pendici dei colli e destinati all'impiccagione, sempre pei colli glabri e mal lavati.
La luce è primordiale, la strada una via affettata di vedere tutto, sussiegosa, altera e sbilenca nel suo peregrinare.
Si sale e si scende, attenti ai lupi, attenti alle cariche di akinji che cercano di stanare fieri transilvani dalle pendici dei monti.
Poi, com'è come non è, è come andare a Nord, anche se ci dirigiamo a Ovest, il sole basso negli occhi che si sdoppia nelle nuvole a formare un'orifiamma a forma di clessidra.
Dio lo maledica.
Andando a Nord si scolletta, e il paesaggio cambia.

Un sorriso che squarcia il velo tetro delle nubi, il sorriso del Soldano di Bisanzio cantato da Chesterton, quello che insanguinava la foresta della sua barba, e gli eroi dei balcani diventano fantasmi.

Si arriva in Slovenia. La boscaglia dopo Monte Lupo (di rumena memoria) declina in una più nordica e serafica foresta slovena, carsica e pneumatica.
Un camion di fronte a me mi rammenta di quando, lì sì davvero girovagando per il carso, mi trovai, assieme alla mia ineffabile navigatrice, stampato dietro un TIR in salita, la peggiore delle condizioni per chi cerchi di viaggiare senza ritardi, francobollato al suo retrotreno su di un'erta che tagliava -senza neppure lasciare la cicatrice- tutta l'Istria, scivolando tra albero e albero, tra una baita e una scuola deserta.
Nove lune mi ci sono volute per sorpassarlo, in quella strada larga come i fianchi di una dodicenne. Non lo rifarò. Mai più.
Ma dopo Monte Lupo la strada è larga, si sfreccia via senza accorgersene, e il bisonte della strada resta dietro di noi mentre posso contemplare alberi: radi, e nuvole: sfilacciate.



Gli alberi vanno in cenere, l'aria fredda diventa più calda.



L'ennesimo passaggio di tunnel mi regala un nuovo cambio di paesaggio.
Come quando passi da Genova, e da un tunnel all'altro non piove più, anzi, esce un sole palermitano, per poi restituirti -il tunnel seguente- la stessa livida scrosciata d'acqua che ricordavi.
Ecco le dolci colline del Sussex, la bella campagna d'Inghilterra, con la sua aria congelata, la luce polare, il clima felicemente mite quando non piove, e le colline che dolci si montano l'un l'altra, liberando all'aria il più bel verde che si possa immaginare dopo quello d'Erin.
Qui purtroppo il verde non c'è. Non ce n'è molto, almeno, anche se mi sembra -a costo della seconda sbandata- di vedere un vecchio lord attraversare un campo, nei pressi di uno scannafosso, con la doppietta aperta sottobraccio e il setter di cent'anni, macchia fulva e guizzante blandamente controluce che trotterella tra i suoi piedi e l'orizzonte a cavallo della collina, felice come solo un cane che caccia il fagiano e si scioglie nel sole.
Ci sono campi di mais, però, campi sterminati, secchi alla luce che si nasconde dietro le prime alture, che restituiscono il loro raccolto a chi l'ha partorito. E mi devo fermare, mentre Renan mi canta le sue radici, per cercare le mie.
Riparto attraversando le tumulilande, dove tornano vivide le impressioni di qualcosa di antico, fantasmi sospirati fuori dalla terra arata, cumuli verdi nel piatto niente che promettono tesori e maledizioni, a cui non è saggio avvicinarsi (ce lo ricorda Aragorn) e arrivo a uno stralcio di civilizzazione da ignorare, che mi chiede il pedaggio, il guiderdone, la decima.
Dai a Cesare ciò che Cesare userà per costruire le arterie del suo Impero, e passa oltre.



Cambia quella bella sensazione di comodità. La sensazione di una parte da protagonista in questa piccola guerra umana lascia spazio alla familiarità dell'essere in una gabbia di comando.



Le colline azzurre, sull'estremo occidente della terra di mezzo, dimora dei nani dei monti, nella tranquillità tra il mare e le pianure di Brea e della Contea.
Tant'è quello che si staglia ai miei occhi: il blu elettrico di monti carichi di metallo, scavati al loro interno da generazioni di bipedi affrettati, con la più bella pianura del mondo srotolata ai loro piedi come il tappeto dell'Aga Khan a ritorno dalla campagna d'Europa. E più lontano: il mare, che scintilla senza molta convinzione al sole che ormai se ne è andato, che si agita inquieto come nei miei sogni illuminato da un cielo scuro e minaccioso.
Mentre passo via, veloce come una cambiale in scadenza, e sfreccio ignorando volutamente i limiti, mi accolgono gli scoppi degli eterni fuochi d'artificio delle palme sulla mia sinistra.
Bentornato a casa, bentornato per restarci.



E così mi sento: come un pesciolino che nuota nella sua vecchia palla di vetro, cercandone un altro.



E così mi sento di dire: che -in ultima analisi- i posti sono sempre gli stessi.
Come le persone.
Cambiano le prospettive e le sfumature, alla fine è tutto una questione di luce e di volontà.

mercoledì 16 febbraio 2011

Quando piove ci si bagna

charlie_brown_in_rain
Diceva così il vecchio maestro zen. Inconfutabile, inappellabile e fuor da ogni sordido giro di ragionamento e parole. Ma la gente, si sa, gradisce assai lo zen da taschino, quello che si tira fuori per manomettere la motocicletta o per sopportare la suocera.
Lo zen e l'arte di piacere alle persone. Sì, come no, proprio un'arte...
Lo zen e l'arte del tiro al piccione.
Lo zen e la scomparsa di Majorana.
Ma andiamo con ordine, e diamo ciò che si deve dare a Cesare.
Stamattina -come tutte queste mattinate salse di febbrajo- non è stato facile levarsi dal letto. Sognavo: cani, anzi un cane. E volevo vedere come andava a finire. Poi i primi timidi raggi di luce si sono fatti strada tra le nuvole, tra le persiane, tra le coperte e tra le palpebre, e io, commosso da tanto impegno, ho deciso per una risoluta scrollata alle coperte.
Fuori pioveva. Una giornata uggiosa, per dirla col Morto, già finita prima di iniziare.
Il tempo dedicato alle abluzioni e alla colazione mi ha consentito di apprezzare un certo qual filo di rugiada (in realtà: acqua piovana) che faceva sembrare la finestrella del bagno, con le sue sbarre, simile a quella della prigione di Cagliostro, dove fu rinchiuso (giustamente, quel fanfarone) dal mio caro trisavolo.
Ma le visioni pseudorosacrociane sul religioso erano indotte -e lo sapevo- dalla lettura di quel borioso di Eco. Dioceloconservi.
Una tragica spremuta, un caffè, ed ecco che ero tornato alla mia dimensione: Napoleone ad Austerlitz, che contempla con occhio serafico il campo di battaglia che si stende come un tappeto di caparbietà ai suoi possenti piedi.
Dalla finestra: l'eco lontana di colline nascoste dalla bruma della mattina, la cara nebbia di guerra che Von Clausewitz amava tanto raccontare, e più vicini palazzi anneriti dall'acqua, e sotto persone, PNG dolenti, sommersi dalla scostanza della meteorologia.
Un traffico fine a sè stesso, un baccanale di ombrelli, colonne intere, batterie di macchine con le ruote prese nel fango mentre tentano l'invasione della Polonia via Le Cure. Perchè, punto primo, quando piove si va in macchina.
Poco importa se devi andare a comprare le sigarette o ad accompagnare il figlio a scuola, l'acqua è nemica dell'uomo, e ci si intasa allegramente sul viale, strombazzando lieti.
Anzi, magari, in realtà si strombazza seccati, anche un pò stizziti, senza considerare il fatto che una delle cause dell'ingorgo siamo proprio noi, quindi inutile far mùggire la mucca: nessun'uomo è un isola pedonale, quindi non chiederti mai per chi suona il clàcson: esso suona sempre per te.
Il traffico stradale fa sempre un po' il paio con quello pedonale: pochi eletti, arditi corpi scelti tra la soldataglia motocarrozzata, tentano le impervie vie dell'acciottolato per intrufolarsi tra le linee, armati di ombrelli variopinti ed inutilmente ingombranti.
Il risultato: una ridda di cerchi colorati, una tonnara di passanti (radi) che nonostante l'esiguità del loro numero si intralciano l'un l'altro, agganciando maglioni a collo alto e cercando di cavare gli occhi al prossimo con quei dispositivi demoniaci che sono le stecche dell'ombrello.
Dico io: possibile che nel 2011 si riesca a progettare una sonda che raccatta cacca ancestrale e silicati assortiti sulla superficie di Marte e non si possa generare un ombrello che non rischi di trasformare chi passa in un Achab da marciapiede?
E intanto la buriana soffia, Moby Dick ci schizza con le sue ruote da 600 pollici e noi iniziamo a districarci stizziti ed arrabbiati per le vie pedonali che ritenevamo (hèlas) sicure.
Poco da farci: anche qui la colpa è nostra, nessun'uomo eccetera eccetera, e ci si risolve ad invocare sottovoce le qualità più terrene della madonnina, mentre salamelecchiamo cenni di scusa ed emettiamo borborigmi che dovrebbero suonare come convenevoli più o meno diretti al nostro prossimo.
Pèèèèèèèèè, mi richiama alla realtà (in questo esatto momento) l'orda di bestie cilindrate, mentre il capobranco giallo ed enorme, l'ATAF alfa, guida la rivolta, inceppato in una curva troppo stretta.
E' il miracolo della natura umana: andarsi ad infognare con le proprie mani.
Sia lode a Gesoo, brindo a questo.
E come se non bastasse, ci si mette anche la natura.
Che, se non ce ne fossimo accorti, sta piovendo. Arriva l'umido, arriva l'arietta malsana, e ci porta in regalo una calza piena di starnuti, malditesta, reumi e giramento di coglioni immotivato e preventivo.
Tutto questo contemplo, dalla mia collina, col tricorno bel calcato sui capelli radi.
La spalla mi duole, perchè ho la periartrite e la periartrite esce fuori col cambio di stagione. E un moto di commozione mi unisce a quelle vecchie ciabatte che alla prima nuvoletta si sentono bloccare la cervicale, accusano il dolore al callo e si pisciano addosso.
Siamo una generazione di meteoropatici, affibbiamo al barometro il variare del nostro scostante umore e impiccheremmo Torricelli per i dolori che sentiamo alle vituperate membra.
Come se fosse colpa sua.
La pioggia trasforma la nuda terra, calda e fragrante, madre di tutte le cose a noi note (come il caffè e la tecnocrazia) in vile fango, in spumentosa motaggine, in quella pappetta composta dai nostri fiori blu, e non me ne voglia il signor Q.
I cani sanno di chien mouillè, le cacche si liquefanno sui marciapiedi, i bar si riempono di gente umidiccia e trasognata, di auto e di ombrelli ne abbiamo già parlato, e sopra tutto ci resta un'indefinita sconsolata sensazione di inadeguatezza e di perdita.
Ma lo sapete perchè?
Perchè quando eravamo piccoli, se pioveva non ci facevano uscire a giocare.
E siamo rimasti tutti chiusi in casa a guardare la pioggia che rigava le finestre, senza poter farci nulla.
Perchè quando pioveva la gita della domenica era annullata.
Perchè quando pioveva non si andava al mare.
Perchè quando pioveva bisognava tapparsi e il meglio che ci poteva capitare era di uscire per forza, magari per andarsi a comprare un maglione di lana (di quelli che bucavano anche con sei magliette sotto) o per farsi trapanare un dente dal dentista.
Perchè siamo stati traumatizzati, e ormai non si vede più il vero assunto fondamentale, il succo della questione.
Volete lo zen da taschino?
Ve lo do io: inutile l'ombrello, inutile la macchina. Inutile correre tra un balcone e una tettoia, per evitare il fortunale.

Quando piove ci si bagna. Tutto qui.

martedì 8 febbraio 2011

Lost in Rijeka

 Nuova immagine bitmapDiceva Hattori Hanzo, quello di Kill Bill interpretato da Sonny Chiba, non il condottiero del XVI secolo, che la vendetta non è mai una linea retta. E' una foresta, e come in questa è facile perdersi, dimenticare la strada. Da dove si è partiti, dove si deve arrivare. Per questo Beatrix si prepara una mappa, un foglietto con su scritto chi deve ammazzare, e via nel sole.
Un pò minimalista come mappa in effetti. E infatti, se proprio si deve essere attenti al succo, e io credo che lo si debba, si può definitivamente dire che Beatrix in questa foresta ci si perda allegramente.
Sì, certo, sa da dove parte. Sì, certo, sa dove vuole arrivare (e ci arriva). Ma il percorso che si sceglie spesso è molto più importante del traguardo che si vuol raggiungere, come già ebbi a dire.
Ma mi piace citarmi, mi dà quel tocco di non so che.
Insomma, per non tornare a fare il Divago, alla fine pure lei se lo chiede... mi sarò mica persa?
Ci voleva una bella cartina, ci vorrebbe a tutti una bella cartina, per districarsi nei casi della vita.
Con tutti i PNG che dobbiamo incontrare, tutte le strade che si diramano, tutte le scelte e le biforcazioni che (come vedremo in seguito, e lo vedremo perchè è importante) creano infiniti universi possibili.
Roba da perderci la bussola. Appunto.
O la Trebisonda, che altri non era che il punto di riferimento di quesi turcheschi che navigavano nel Mar Nero, sia destinata al fallimento la loro genìa malsana.
Peculiare come si utilizzi sempre un modo di dire che concerne l'orientamento, quando si vuol dire che non siamo più lucidi.
Ma le peculiarità non sono appannaggio di tutti, hèlas, e alla fine ci tocca aver a che fare con una miriade di ronzoni impazziti che ci sciamano intorno, picchiando capocciate nel vetro della nostra indifferenza, mentre con una mano annojata ci facciamo largo tra cotanta insensata cocciutaggine.
In mancanza di una mappa o -per i più nerd- di un bel navigatore che ci guidi per le tenebrose valli delle vendette trasversali e per i solatii altipiani dell'amore (cuore-fiore-odore, e col romanticismo per oggi s'è dato), ci dobbiamo accontentare della segnaletica della vita.
Che per carità, esiste, ma è ben nascosta.
E oltretutto, non sempre serve: come dicono i Nippi, una cosa è conoscere la strada giusta, un'altra cosa è imboccarla.
Come mi successe a Fiume, sia stramaledetto il suo assessore al traffico e sia stramaledetto anche D'Annunzio.
Non so quanti di voi siano stati in quel formicaio, ma io sì, ci sono stato, ed è per puro caso che sono riuscito anche a trarmene e che ora posso scrivere questo articolo, perchè se non fosse stato per un colpo di fortuna ora sarei sempre lì, avrei imparato il croato e mi chiamerei Braskic. Che poi non sarebbe nemmeno male.
Ma dicevo: provate ad entrare in Fiume e a seguire i cartelli. Diciamo quelli per Spalato. Bene, il primo vi dirà di andare a sinistra, e voi: sinistra. Poi uno vi dirà di andare a destra, e voi: destra. Poi più nulla per tre incroci, alla fine ancora sinistra, voi girate speranzosi, e vi trovate -con grande perplessità della vostra navigatrice- in una strada chiusa nei Ghiaccioni Slavi, con tre giostrai sfregiati che guardano con sospetto la vostra targa inequivocabilmente italiana e quindi: coloniale. Ma io mi trassi d'impaccio grazie alla mia avvenenza e al mio savoir-faire, e se volete vi racconterò anche come, un giorno... è una storia lunga e c'entrano una girandola magica, tre topi scodati, un vecchio drago arteriosclerotico che si pisciava sui sandali e la guida provvidenziale di una Fatina del Moccio in stato di grazia.
Quello che questa storia ci insegna è: nella vita, come nella strada, non sempre ci sono cartelli a indicarci cosa fare, e anche se ci sono ricordatevi una cosa.
La mappa non è il territorio, e la ics non indica sempre il punto in cui scavare. Ricordatevi questo, e già sarete a metà dell'opera ed eviterete di annaspare come i ronzoni umani di cui prima.
Direte voi: sì, bè, non è di grande aiuto.
Ma nessuno ha mai detto che questi articoli debbano essere di aiuto. Così è, se ve ne cale, come avrebbe voluto scrivere Guglielmo S., se solo avesse saputo l'italiano.
Cercate i segni giusti, i segnali che vi vengono dati, e da lì cercate di capire cosa vogliono dire.
Un cane rabbioso vi sta aspettando al varco davanti al portone di casa vostra? Segno che dovevate rimanere a mangiare una pizzetta fuori. Trovate per la strada una cartolina dal cosmodromo di Bajkonur? Ecco la risposta alla domanda "Dove andiamo in vacanza?". Sognate "la mana"? Giuocate il 5. Più facile di così. Come diceva anche Bohr: non ci credo ma funziona.
Certo, funziona per voi, che la prendete per ischerzo.
Ma funziona anche per tanti tapinastri che la prendono sul serio. Perchè se avete letto bene, "a buon imprenditor eccetera eccetera".
Infatti, cari Lettori miei (dopo 11 articoli inizio a prendermi un po' di confidenze, e siatene contenti), se si deve prendere in esame la segnaletica della vita e tornare alla metafora della strada, due sono le categorie di persone che di tale segnaletica non hanno bisogno: i ciclisti e gli aviatori.
I primi m'hanno sempre raggelato il sangue. Quei pazzi scriteriati, incassati su quelle carrette a due ròte, che stanno ritte solo per l'intervento diretto di qualche diavolaccio sudanese o della macumba brasiliana, riescono ogni volta a farmi trasalire.
E' più forte di me: ho provato anche a divertirmi -da bimbo- con quegli arnesi. Ho provato a camuffarmi, a sembrare normale, a considerare esilarante lo sfilarmi sul brecciolino, ad ingòllare moscini a velocità garganesche, ad entusiasmarmi per una derapata e a stupire le pupe con impennate che mettevano a rischio il mio epistrofèo... macchè. Appena giunta l'età della maturità, a 10 anni, ho abdicato le due ròte e mi sono dedicato alla contemplazione degli spazi siderei.
Ma c'è a chi piace: sicchè.
I secondi invece m'hanno sempre affascinato. Certo, tra comprarsi una bicicletta e un Bf109 è più facile la prima. Anche se è meno facile che ti rubino il secondo se lo leghi a un palo, quindi tutto ha una sua praticità.
Poi ci sarà di sicuro tra voi qualche furbastro che mi dirà: "Bè, la bicicletta sta su per intervento del demonio, e l'aereo no?". Eh no, cari pipy, l'aereo sta su per un meccanismo semplicissimo: ossia la portanza. Che si manifesta grazie al fatto che il profilo alare fa sì che l'aria che passa sopra debba percorrere più tragitto di quella che passa sotto l'ala, quindi debba andare più veloce, quindi crei una depressione che fa sì che l'aereo venga risucchiato su, nell'empireo celeste.
Facile, no? Ci arriverebbe uno zuccone qualsiasi. E mentre sto sempre qui a scervellarmi sul come mai la bicicletta stia impiedi e l'aereo no (informazione falsa), mi sovviene il perchè mai ho parlato di segnaletica della vita in termini metaforici e del perchè poi ho sollevato questo vespajo parlando di biciclette e aviogetti, andandomi a perdere anche ME per le tortuose strade della letteratura.
Facile anche questo: perchè biciclisti ed aviatori sono futuristissimi, ed essendo futuristissimi sono le uniche due categorie che possono allegramente fare a meno della segnaletica, quella metaforica e quella anche pratica. E il perchè ve lo dico subito: i primi semplicemente la ignorano, cercando di stirarvi sulle strisce con nonchalance.
I secondi invece non ne hanno proprio bisogno.

martedì 1 febbraio 2011

Doctor, me muero?








Doctor, me mueroL'umanità non è un granché. Per questo la malsopporto nella maggioranza delle sue declinazioni. Tollero con sufficienza i pomposi, gli stupidi, i bigotti, gli ipocriti, gli spostati, i negri, i razzisti, i falsi perbenisti, i veri perbenisti, i dinamisti, i fisici teorici della gravità quantistica a loop, quelli coi capelli rossi, quelli troppo alti, quelli troppo grossi e i rastafariani.
E un sacco di altra gente.
Questo dovrebbe darvi un quadro su che tipo di considerazione dell'umanità possa avere Colui Che Scrive e dovrebbe dare un senso alla parola “misantropia”. D'altronde, se non lo farà, è perché probabilmente rientrate in una delle categorie di cui sopra, per cui vi invito a sospendere la lettura seduta stante, accendere la tivvù e non tediarmi oltre.
L'umanità è povera cosa, e ovviamente questo si riflette anche sulle varie categorie professionali che si possono incontrare. Su ceppi interi di tali categorie, direi. Non voglio fare l'esempio della categoria ministeriale, sarebbe troppo facile. Specialmente in questo periodo, così gravido di bagasce, un vero periodo di vacche, magre o grasse che siano.
Farò un esempio migliore, prendendola alla larga, per introdurre un secondo esempio che ne introdurrà un terzo. Così, come in un giochino di Matrëške, perchè così mi piace e pare e oggi mi sento particolarmente arrogante.
Prendiamo allora, così, en passant, il caso di quella povera tapina di Yara. Il dramma di questa bimba mi tocca molto, anzi, direi che aggiunge una nuova categoria alla lista di persone che odio. Gli sciagurati che chiamano i figlioli con nomi di macchine, eroi mitologici e divi del cinematografo. Yara. Povera creatura, tredici anni trascinati a chiedersi perché mai mammà e babbò abbiano scelto il nome della propria pupilla sfogliando il catalogo di una ditta norvegese di concimi a base di urea (e se non ci credete, chiedetelo a google).
A questo si aggiunge il secondo dramma della sparizione, come direbbe Wiggum: "nu dràmm', nu dràmm' 'n copp 'a tragedia!". Domanda del secolo: dove sarà finita? Ed ecco che si mobilitano schiere di scienziati, biologi, specialisti ematici, detectives, psichiatri e psicologi forensi, criminologi. Si stilano profili del criminale, si cercano tracce biologiche di ogni tipo, si vagliano testimonianze...
No, macché.
Siete pazzi? Qui siamo in Italia. La scena del crimine (se crimine c'è stato) è stata completamente ignorata, nessuno ha stilato alcun tipo di profilo psicologico, l'unico teste è stato completamente ignorato per un mese. Però ci siamo affidati ad un marocchino col cane da tartufo e a un pajo di medium e sensitivi.
Ecco, devo aggiungere altro? Devo ancora insistere col fatto che l'umanità è povera cosa?
E vi direte: dove vuole arrivare? Da nessuna parte, dico solo che l'imbecillità non solo è incurabile e trasversale, ma ci consente di creare anche intere categorie di dementi specializzati in campi particolarmente ristretti. Il che è comodo, quando dobbiamo puntare l'indice e prendercela con qualcuno.
Ad esempio coi medici, e qui siamo al secondo esempio. In questa categoria, per quanto persistano degli stagnini senza ritegno che hanno la preparazione e la professionalità di un bifolco dell'Ovestfalda, solitamente è più difficile trovarsi di fronte all'incompetenza più pura.
Certo, c'è chi ancora crede nel giuramento di Ippocrate, che vieta di somministrare farmaci mortali e di curare i calcoli renali, ma alla fine siamo nel 2011, insomma, certe cose si superano.
Ma la medicina è un campo interessante di studio, perché teatro di una delle involuzioni umane più caratteristiche: quella sul religioso/superstizioso.
Mi spiego: la caratteristica che fa dell'uomo un uomo è tre cose (la capacità di sintassi NON lo è, e io la ignoro quando mi pare). Uno: l'uso della parola. Due: la consapevolezza della propria mortalità. Tre: un paio di testicoli.
L'essenza dell'Umanità consiste quindi nell'espressione contemporanea di queste tre caratteristiche: parlare di morte toccandosi le palle.
Ed è quello che facciamo un po' tutti. Tutti abbiamo paura della morte, cerchiamo di evitare il pensiero finché non ci arriva addosso come una tonnellata di mattoni, e ci affidiamo completamente alla benevolenza del creato.
Sì, larillallero.
Il fatto, e qui si arriva al fatto, è proprio questo.
Ovvero: una delle cose che più odio al mondo.
Prendete un malato qualsiasi. Di una malattia curabile ma grave, che so, una bella legionella. Il suddetto tapinastro se ne andrà dal dottore, con sulle labbra l'angosciosa domanda: “Dottore, mi muoro?” Questi allora farà anamnesi, esami e diagnosi. La diagnosi della malattia, con relativa prognosi, precipiterà il lòcco nello sconforto. Ahimè, che mi affido alle cure di un medico, ed ecco che mi trova una brutta malattia...
E sotto con le cure, a più non posso, frutto di millenni di ricerca speziale e chimica. Vancomicina, paracetamolo, penicelline, digitale, clisteri, codeina, lidocaina, gentamicina... e perchè no, ad un certo punto spunta una bella statuina di Padrepio. O una foto della madonna. O un cero acceso a Sant'Anaclezio.
Certo, la scienza medica è una bella cosa, anche i preti corrono a curarsi all'ospedale quando si ammalano, ma mica rinunciano alle preghierine.

Oh, buon Dio, fa' che al chirurgo non tremi la mano, mentre guarda le pvppae dell'infermiera”.
E qui si prefigurano due scenari, ed è qui che -in entrambi i casi- mi incazzo.
Primo scenario: il povero bischero guarisce. Ed ecco un florilegio di ringraziamenti a Gesoo, alla madonnina, a san bècco, a Dio, agli arcangeli e a Don Frustando che ha pregato per noi.
Sì, grazie tante. Grazie delle cure, delle iniezioni di eritromicina che hanno sconfitto la Pneumophila, grazie tante davvero. Sarebbe da invitare questi gagaroni a curarsi presso la più vicina sede della Chiesa Antibiotica Romana, la prossima volta.
Il secondo scenario è ancora più sconcertante. Perché concerne il povero bischero che muore. E qui si assiste impotenti al peggior rovesciamento del fronte della responsabilità dai tempi dell'invasione tedesca in Russia. Sì, perché se la guarigione è da imputarsi a Dio (o comunque a chi ci ha messo qui), la morte è esclusivo appannaggio della malasanità, dell'incapacità della scienza di fronte alle malattie e dell'errore del medico.
Eh, certo.
Abbiamo vinto, hanno perso, stessa roba.
Logica invece vorrebbe che l'attribuzione di colpa fosse univoca e non trasferibile, come gli assegni. Che io guarisca o muoia può essere colpa o merito della medicina e del medico. Certo, se vi capita un medico cane o corrotto, oppure la macchina per le fleboclisi prende vita e vi strangola, ecco che la colpa ricadrà sull'umano consesso.
Che io guarisca o tiri il calzino potrebbe anche essere merito e colpa del divin augello, e allora si può interpretare il tutto come dio che guida la mano del medico, l'angelo che ci sorveglia, il cielo che ci chiama a sé e tutto il resto di manfrine atte solo ad addolcire il trapasso e dare un senso a tutto questo merdajo.
Io sono determinista per natura, quindi propendo per la prima. Ma voi fate un po' come vi pare e come vi detta la coscienza. Basta che non mescoliate il culo e le 40 ore, e che scegliate un'attribuzione di responsabilità che non sia passibile di travasi e non sia suscettibile al decorso del malanno.
Ma lasciate che vi lasci (lo so che è ridondante, ma pensate a quanto lo siete voi) con questo suggerimento.
Finora ci siamo concentrati su chi ringraziare di una nostra eventuale guarigione o dipartita, se il medico o la caritatevole madonnina.
Chiedetevi un'ultima cosa.
Chi dobbiamo ringraziare per averci fatto venire questa bella grana polmonare?
Probabilmente noi stessi, o il caso... ma se credete nella caritatevole madonnina, allora...